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Il mistero del Panchen Lama e il ‘laboratorio’ tibetano

Domenica al Film festival diritti umani a Lugano si parla della repressione cinese in Tibet, e non solo lì. Due testimonianze.

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15 ottobre 2021
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L’ultima volta che i tibetani l’hanno visto, l’undicesimo Panchen Lama aveva sei anni. Era il 1995 e il bimbo era stato appena scelto dal Dalai Lama per la seconda carica sacerdotale più importante del buddhismo tibetano. Da allora non se ne sa più nulla, se non che secondo Pechino “vive normalmente”, è “un laureato con un lavoro stabile” e “non vuole essere disturbato”. Per il suo 29esimo compleanno, il movimento degli Studenti per un Tibet libero cercò di attirare l’attenzione sulla vicenda entrando nel Guinness dei primati per il numero più alto di candeline su una torta di compleanno. Il cortometraggio che racconta l’impresa si può vedere domenica alle 11 al cinema Corso di Lugano, in occasione del Film festival diritti umani. Seguirà un dibattito al quale è invitata Karma Choekyi, presidente della Comunità tibetana in Svizzera e Liechtenstein, cresciuta nella comunità di espatriati in India e ora titolare di un negozio in Svizzera tedesca.

Choekyi, quanti sono i tibetani in Svizzera?

Circa ottomila, una delle più grandi comunità all’estero dopo quella indiana – formata a partire da 100mila transfughi dopo l’invasione cinese del 1959 – e quella americana. Negli anni ’60 e ’70 la Svizzera è stata molto accogliente coi profughi tibetani, anche se ora la politica dei permessi è diventata più dura per qualsiasi richiedente asilo.

Secondo Pechino non si tratta di profughi, ma di separatisti, e la repressione in Tibet è giustificata per combattere i cascami di un regime religioso reazionario e feudale.

‘Separatisti’, ‘terroristi’, ‘feudalesimo’: tutte parole che il regime comunista usa per nascondere la repressione delle minoranze, non solo in Tibet: si pensi a quella musulmana uigura. Certo, alcuni aspetti del Tibet prima della ‘rivoluzione culturale’ erano legati ad antiche tradizioni, diverse anche dal tipo di apertura democratica istituita dal governo in esilio a Dharamsala, in India. Ma le accuse di Pechino sono solo una foglia di fico per nascondere la distruzione della nostra comunità e della nostra cultura. A cominciare dai templi buddhisti, poi ricostruiti a uso turistico. Il Partito comunista cinese ha portato arresti, torture, rapimenti, sterilizzazioni forzate… Prigioniere e prigionieri mi hanno raccontato più di una volta le violenze e gli stupri, e mi creda: si tratta di testimonianze troppo diffuse, provenienti da contesti troppo diversi per pensare che si tratti di un complotto anticinese.

Le condizioni materiali del Tibet, però, sono migliorate: strade, aeroporti, lavoro…

Non si può negare un certo miglioramento materiale, ma tutt’altro che diffuso e omogeneo: chi non si adegua alle imposizioni cinesi, chi resta fedele alla sua lingua e alla sua cultura, continua a vivere in vecchie catapecchie senza sanitari e acqua corrente. Chi collabora col governo può avere accesso all’istruzione e a condizioni migliori, ma per gli altri rimane la miseria, oltre alla persecuzione. Perfino i monaci sono sottoposti a lezioni ‘rieducative’. Non ci sono i campi di concentramento col filo spinato come nello Xinjiang, ma la repressione resta palpabile.

A febbraio si terranno le Olimpiadi invernali a Pechino. Voi vi siete detti preoccupati. Perché?

Sappiamo già di una stretta sugli insegnanti che non utilizzano il mandarino come lingua, con la minaccia di chiudere intere scuole, e dell’istituzione di ‘campi estivi’ per i giovani della capitale Lhasa, nei quali vengono educati alla disciplina militare e indottrinati da Pechino. Come in occasione delle Olimpiadi estive del 2008, temiamo che l’evento possa essere visto dal governo cinese come l’occasione ideale per una prova di forza contro ogni dissenso.

Come può aiutarvi la Svizzera?

Berna sta sviluppando una forte collaborazione economica con la Cina. È comprensibile, ma lo è molto meno il fatto che in cambio degli affari si parli sempre meno di diritti umani. È importante invece che un Paese neutrale come la Svizzera tenga gli occhi aperti e continui a denunciare gli abusi, e che i suoi cittadini lo esigano dai loro politici. Come dice un vecchio detto tibetano: gli uomini fanno i soldi, ma i soldi non fanno gli uomini.

LA GIORNALISTA

‘Un laboratorio per altre repressioni’

«Il Tibet è stato il laboratorio della repressione e della ‘sinizzazione’ di altre regioni in cerca di autonomia». Francesca Marino, anche lei attesa domenica a Lugano, scrive per Limes e Azione e da anni osserva il replicarsi della strategia cinese lungo diverse linee di faglia: «Lo Xinjiang, a proposito del quale bene o male conosciamo la repressione della minoranza musulmana uigura tramite arresti arbitrari e campi di rieducazione, è solo un esempio. Meno noto è quanto succede nei Paesi ‘satellite’ come il Pakistan e il Myanmar».

Nel Belucistan pakistano, in particolare, «la Cina sostiene la repressione della minoranza locale a opera di Punjabi e Talebani: non parliamo solo di cancellazione culturale, ma anche di arresti, torture, fosse comuni. Si è diffusa la pratica del ‘kill and dump’: si rapiscono le persone, le si seviziano e uccidono e poi le si abbandona ai lati della strada, dove vengono ritrovate ormai decomposte». La repressione serve anche «a spianare la strada alla Belt and Road Initiative» (Bri), la cosiddetta nuova Via della seta dello sviluppo infrastrutturale cinese, lungo la quale Pechino non ammette fastidi. «Proprio in Belucistan il porto di Gwadar, fondamentale perché situato di fronte ai Paesi del Golfo, è in realtà una sorta di enclave cinese protetta da 15mila militari cinesi e pakistani. I Beluci sono tagliati fuori dal mare, dall’acqua potabile e dall’elettricità». All’interesse economico si aggiunge il controllo sui gruppi terroristici che hanno in Pakistan il loro ‘centro di smistamento’, «che tra le altre cose permette al governo cinese di tenere una mano sul governo talebano a Kabul. Non a caso i media di regime raffigurano i Talebani un po’ come ‘i buoni’, opposti all’Isis-k, della quale enfatizzano sempre i pochi elementi uiguri».

Se poi volgiamo lo sguardo a sud-est, vediamo che «lo sviluppo della Bri passa dalle terre strategicamente posizionate e ricche di minerali dei Rohingya», un’altra minoranza musulmana duramente repressa dall’esercito birmano e sfollata nei campi di rifugiati in Bangladesh: una pulizia etnica che ha investito oltre un milione di persone, dopo la quale «la Cina ha sì sostenuto un piano di rientro – per ora congelato dalla paralisi istituzionale seguita al golpe militare –, che però prevedeva guarda caso la collocazione dei Rohingya ben lontano dai loro territori d’origine».

Secondo Marino, il quadro asiatico offre qualche spunto di riflessione anche all’Europa: «Dobbiamo stare alla larga dalla Bri, alla quale invece molti governi spalancano le porte nell’illusione di un tornaconto economico. Quello che vediamo arrivare ormai fino alle coste del Mediterraneo è a tutti gli effetti un progetto imperialistico. Il termine potrà sembrare démodé, ma la nuova Via della Seta non è molto diversa dalla vecchia East India Company britannica».

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