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17.03.21 - 06:00
Aggiornamento: 15:48

Giochi pericolosi attorno alla riforma dell’Avs

Il Consiglio degli Stati ridimensiona il progetto governativo. Ma senza compensazioni più sostanziose, si rischia di finire un’altra volta contro un muro

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Keystone

Donne al lavoro fino a 65 anni, come gli uomini; 430 milioni di franchi all’anno (il Consiglio federale ne proponeva 712) per ‘indennizzare’ quelle che andranno in pensione nei nove anni successivi all’entrata in vigore della riforma; possibilità di riscuotere anticipatamente la rendita a partire dai 63 anni (Consiglio federale: dai 62); e un modesto aumento dell’Iva (0,3%; Consiglio federale: 0,7%). La maggioranza borghese del Consiglio degli Stati ha usato l’accetta per ridimensionare il progetto ‘Avs 21’ con il quale il governo – dopo il flop della ‘Previdenza vecchiaia 2020’ – intende stabilizzare a medio termine le finanze del primo pilastro garantendo al contempo l’attuale livello delle rendite. Dalla mini-riforma almeno è stato tolto l’aumento delle pensioni per i coniugi: un corpo estraneo, infilatovi dalla maggioranza commissionale, che avrebbe ipotecato le chance del progetto. Ma anche così queste non sono cresciute granché.

Alain Berset è stato chiaro: «Se abbiamo capito qualcosa in questi trent’anni, è che non possiamo aumentare l’età di pensionamento senza compensazioni sostanziali». Nel 1995 (decima revisione dell’Avs, l’ultima approvata dal popolo) l’aumento da 62 a 64 anni dell’età di pensionamento delle donne venne compensato finanziariamente nella misura dell’80%. Oggi – dopo due ‘no’ popolari (2004, 2017) alla pensione a 65 anni per tutti – i 700 milioni previsti dal Consiglio federale quale contropartita per le donne compensano al 30% appena. Con il modello approvato lunedì dalla Camera dei Cantoni scendiamo attorno al 20%, ha fatto notare il ministro della Sanità. E se persino il presidente dell’Alleanza del Centro Gerhard Pfister arriva ad affermare che la proposta governativa “è il minimo indispensabile”, allora si capisce a che punto siamo. Se il Consiglio nazionale non correggerà il tiro, si andrà un’altra volta dritti contro un muro.

Certo, siamo solo all’inizio. Normale che in questa fase ognuno cerchi di alzare la posta, confonda un po’ le acque. La destra e il centro, come al solito, vedono le prospettive finanziarie dell’Avs più cupe di quanto lo siano effettivamente. In questi giorni, poi, si sono sentiti parlamentari ‘borghesi’ affermare che non è vero che ‘Avs 21’ comporta una riduzione delle rendite delle donne, per cui sarebbero fuori luogo compensazioni troppo ‘generose’ (ma se una donna un domani dovrà lavorare fino a 65 anni per ricevere la stessa rendita che riceve oggi lavorando fino a 64, di cosa stiamo parlando?).

Fa bene invece la sinistra a puntare il dito contro la discriminazione salariale delle donne; a ricordare che una donna su quattro può contare solo sul primo pilastro, e che le loro rendite di cassa pensioni – per chi ha la fortuna di percepirne una – sono di gran lunga inferiori a quelle degli uomini. Il fatto è che il problema non si situa tanto a livello del primo pilastro, quanto del secondo. Sindacati, Ps e Verdi sanno che aumentare le rendite Lpp delle donne è assai arduo, più arduo che correggere ‘indirettamente’ – attraverso l’Avs – gli squilibri che le riguardano. Sarebbe sbagliato però, per questa ragione, gravare con eccessive rivendicazioni (mettendosi di traverso sull’aumento dell’età pensionabile delle donne, ad esempio) sulla sorte di una mini-riforma che nessuno ha interesse a rimandare alle calende greche. Il progetto ‘Avs 21’ va condotto in porto in tempi brevi. Poi ci sarà tempo – in vista della prossima, sostanziale riforma – per cercare di avvicinare la realtà alla prospettiva costituzionale: quella di un sistema pensionistico che “deve rendere possibile l’adeguata continuazione del tenore di vita abituale”.

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