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07.01.21 - 06:00
Aggiornamento: 18:04

Coronavirus: la scienza trionfa (?), la politica latita

I vaccini arrivano in una situazione ‘cattiva’ (Alain Berset) sul piano epidemiologico. Il Consiglio federale rimanda qualsiasi decisione.

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Keystone
Berset

Dan Eliasson è il capo dell’Agenzia svedese per la gestione delle emergenze. In quanto tale, è uno dei massimi responsabili per la lotta al Covid-19 nel Paese scandinavo. A inizio dicembre aveva raccomandato a tutti i connazionali di evitare le vacanze all’estero. Ma poi è stato colto in flagrante alle Canarie durante il periodo natalizio. Si è giustificato così: il viaggio si è reso necessario “per motivi familiari”; dopo aver “rinunciato a un sacco di viaggi durante la pandemia” voleva trascorrere il Natale con la figlia, che vive appunto alle Canarie.
La vicenda, riferita nei giorni scorsi dalla Bbc online, sintetizza in modo grottesco l’inadeguatezza e l’impotenza di governi e società occidentali nell’affrontare la pandemia di coronavirus. La Svezia per qualche tempo era stata indicata come un modello da seguire: non ha mai imposto un lockdown, e solo di recente – di fronte all’impennata di contagi e ricoveri – ha invitato i cittadini a osservare una serie di misure restrittive. Il mantra della responsabilità individuale ha continuato a riecheggiare. E intanto chi lanciava appelli in tal senso acquistava un biglietto per volare a Las Palmas.

Non che laddove si è optato per una strategia più aggressiva, la popolazione se la stia cavando granché meglio. La seconda ondata – resa ancor più insidiosa dalle nuove varianti del nuovo coronavirus – sta colpendo duro (e a lungo) anche lì.

La Svizzera, che ha scelto una via di mezzo tra un rigido lockdown e l’apertura alla svedese, non fa eccezione. Il presidente della Confederazione Guy Parmelin lo ha ammesso: la scorsa estate abbiamo sottovalutato la situazione. Ma nemmeno in seguito il Consiglio federale e la maggior parte dei cantoni si sono contraddistinti per tempestività e risolutezza. Anzi. La comprensibile volontà di non penalizzare determinati settori dell’economia, combinata con i timori per il bilancio delle casse pubbliche (chiudere il meno possibile per non rischiare di dover indennizzare), ha prodotto tentennamenti e misure difficilmente intelligibili, a tratti contraddittorie, prive di trasparenza, forza e credibilità, condizioni indispensabili affinché vengano comprese e applicate in maniera conseguente.

Adesso è nella scienza che si ripongono grandi speranze. Ricercatori e case farmaceutiche hanno messo a punto e reso disponibili in tempi record vaccini che sembrano efficaci e sicuri. Ma non saranno loro a togliere le castagne dal fuoco a governi esitanti e a noi individui più o meno responsabili. Chi si assume il rischio che i contagi continuino a crescere al ritmo attuale, compromette almeno in parte la potenzialità dei vaccini (che non possono essere inoculati a persone malate). E non sappiamo nemmeno, tra l’altro, se le persone vaccinate potranno continuare a veicolare il virus oppure no. 

Il vaccino non è la chiave di volta; non a breve, perlomeno. Soprattutto, non può essere un antidoto efficace contro l’opportunismo politico, la prevalenza degli interessi economici particolari e la mancata assunzione di responsabilità da parte della popolazione, fattori che sono stati – e continuano a essere – i migliori complici di questa pandemia. Tempestive e vigorose strategie governative di lotta alla diffusione del Covid-19 restano più che mai imprescindibili. Nel momento del trionfo (?) della scienza, in una situazione che il ministro della sanità Alain Berset non esita a definire «cattiva», il Consiglio federale ha avuto ieri un’altra opportunità per dimostrare di averlo capito. Non l’ha sfruttata. Per cui non sorprendiamoci se anche tra di noi spuntano dei Dan Eliasson.

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