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23.04.22 - 05:30
Aggiornamento: 25.04.22 - 19:33

Alle frontiere della sicurezza, Svizzera al voto su Frontex

Simbolo della ‘fortezza Europa’ o tassello importante della politica migratoria? Si vota sul contributo elvetico. Le risposte alle principali domande

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Keystone
Un funzionario di Frontex con una guardia di confine rumena, al confine tra Romania e Moldavia

Di cosa parliamo?

Di quanto e come la Svizzera dovrebbe contribuire nei prossimi anni al finanziamento e alle operazioni dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera.

Cosa fa la Svizzera in Frontex?

La Svizzera partecipa a Frontex dal 2011. Lo scorso anno ha versato un contributo di 24 milioni di franchi. Inoltre, Confederazione e Cantoni mettono a disposizione dell’Agenzia – nell’ambito di missioni in Paesi come Grecia, Italia, Bulgaria, Spagna e Croazia – specialisti nel controllo dei documenti e in audizioni dei migranti in arrivo, conducenti di cani e osservatori (ma non a bordo delle imbarcazioni che sorvegliano le coste). Si tratta in media di sei posti a tempo pieno all’anno.

Su cosa votiamo il 15 maggio, esattamente?

Sull’aumento graduale del contributo – finanziario, in personale e materiale – della Svizzera a Frontex. Entro il 2027 la somma versata ogni anno da Berna dovrebbe passare da 24 a 61 milioni di franchi; anche il numero degli esperti elvetici dovrebbe crescere, da 6 a circa 40 posti a tempo pieno all’anno.

Perché la Svizzera deve contribuire di più?

Come tutti gli Stati che fanno parte dello spazio Schengen, anche la Svizzera è chiamata a fare la sua parte nella riforma dell’Agenzia che li assiste nella protezione delle frontiere esterne. La riforma trae origine dalla ‘crisi migratoria’ (o meglio, ‘dell’accoglienza’...) del 2015, che avrebbe messo a nudo le lacune – finanziarie e in personale – di Frontex. L’Ue ha deciso allora di potenziare l’Agenzia con la creazione di una riserva di 10mila persone (oggi sono 1’700), da impiegare in caso di bisogno nel controllo delle frontiere esterne e nei rimpatri delle persone oggetto di una decisione di allontanamento. Il contributo dovuto dagli Stati membri è aumentato di conseguenza. La riforma viene attuata dalla fine del 2019.

Perché si vota?

Accettando nel 2005 gli accordi di Schengen e Dublino (inclusi nel pacchetto ‘Bilaterali II’), il popolo svizzero ha acconsentito a recepire nel diritto nazionale gli sviluppi del diritto comunitario. Però questa trasposizione del cosiddetto ‘acquis comunitario’ non è automatica. Consiglio federale e Parlamento decidono in merito; e in caso di referendum, l’ultima parola spetta al popolo. Così è sempre stato finora con ‘l’acquis di Schengen’: nel 2009 per l’introduzione del passaporto biometrico; nel 2019 per l’inasprimento della legislazione sulle armi; e adesso per il potenziamento di Frontex, approvato di misura l’autunno scorso dal Parlamento.

Chi ha lanciato il referendum?

La rete di attivisti ‘Migrant Solidarity Network, per la quale Frontex è il simbolo della ‘fortezza Europa’. Ps e Verdi – pur sostenendo il referendum – non hanno partecipato alla raccolta delle firme. L’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati (Osar) e altre organizzazioni di difesa dei rifugiati sono rimaste a debita distanza. Nonostante questo, e grazie al contributo decisivo della piattaforma WeCollect (che possiede un robusto indirizzario), gli attivisti sono riusciti a raccogliere oltre 60mila firme, ben più delle 50mila necessarie per chiamare il popolo alle urne.

Chi è a favore?

Il Consiglio federale e tutti i principali partiti della destra e del centro: Udc, Plr, Alleanza del Centro e Verdi liberali. Sono spalleggiati dalle grandi organizzazioni economiche. I loro principali argomenti, in estrema sintesi:

  • Frontex ha un ruolo importante nel controllo delle frontiere esterne e per la sicurezza nello spazio Schengen: la Svizzera ha tutto da guadagnare da un suo potenziamento;

  • In caso di ‘no’ il 15 maggio, la Svizzera rischia di essere esclusa dallo spazio Schengen e anche dall’accordo di Dublino, con tutte le conseguenze del caso (vedi sotto);

  • La Svizzera adesso ha voce in capitolo in seno a Frontex: partecipa al processo decisionale e ciò le consente di influire sulla direzione strategica dell’Agenzia, ad esempio rivendicando una politica di tolleranza zero rispetto ai respingimenti illegali (‘pushback’) e, più in generale, contribuendo a migliorare la tutela dei diritti fondamentali;

  • La riforma di Frontex – grazie in particolare all’aumento del personale, al potenziamento della formazione dei funzionari, al rafforzamento dell’Ufficio del responsabile dei diritti fondamentali e al dispiegamento di una quarantina di osservatori indipendenti – pone l’accento proprio sul rispetto dei diritti umani.

Chi è contrario?

Un’alleanza formata da collettivi di attivisti per i diritti dei migranti, Partito socialista, Verdi, l’Unione sindacale svizzera e le chiese. Per l’occasione, anche i Giovani Udc stanno dalla loro parte: denunciano lo sperpero di soldi pubblici in un "pozzo senza fondo" che non servirebbe a migliorare la sicurezza della Svizzera. I principali argomenti dei contrari, in estrema sintesi:

  • Frontex è complice di respingimenti illegali e altre violazioni dei diritti umani commesse dalle guardie costiere e di confine nazionali nei confronti dei profughi: potenziarla significa alimentare le violenze e i rimpatri forzati; in poche parole, contribuire a barricare l’Europa;

  • Frontex è il "braccio armato della politica migratoria europea", che militarizza le frontiere e criminalizza i migranti, impedendo loro di depositare una domanda d’asilo;

  • La Svizzera, Stato non membro dell’Ue, dispone di un diritto di voto limitato in seno a Frontex, però contribuisce in misura sproporzionata (4,5%) al budget dell’Agenzia;

  • Anziché limitarsi a potenziare Frontex, bisognerebbe attuare misure umanitarie accompagnatorie: come l’accoglienza di un numero più cospicuo di rifugiati nell’ambito di programmi di reinsediamento da Stati terzi, la reintroduzione della possibilità di depositare una domanda d’asilo nelle ambasciate o l’apertura di altri canali migratori legali; il Ps aveva proposto invano un simile piano B – suscettibile a suo avviso di salvare capra (Frontex) e cavoli (l’accordo di Schengen) – durante i dibattiti parlamentari.

Davvero la Svizzera verrà esclusa dallo spazio Schengen/Dublino in caso di ‘no’?

Sulla carta sì. Gli accordi prevedono infatti che – in caso di mancata trasposizione dell’acquis comunitario nel diritto nazionale – la cooperazione con gli Stati Schengen e Dublino cessi automaticamente. A meno che il Comitato misto (l’organo che veglia alla corretta applicazione degli accordi, e nel quale sono rappresentati la Svizzera, tutti gli Stati membri dell’Ue e la Commissione europea), decida altrimenti, all’unanimità, entro 90 giorni: un’eventualità sulla quale pochi (i detrattori di Frontex, per i quali l’argomento della ‘clausola ghigliottina’ è manipolatorio) sono pronti a scommettere. Dato l’interesse che entrambe le parti hanno al mantenimento degli accordi, l’alternativa potrebbe essere una semplice sospensione. La questione, ad ogni modo, è politica.

Cosa succede se la Svizzera esce dallo spazio Schengen/Dublino?

Gli accordi sono giuridicamente legati tra loro: la fine dell’uno significherebbe automaticamente anche la fine dell’altro, ha dichiarato alla ‘Nzz’ un portavoce della Segreteria di Stato della migrazione (Sem). Ammesso e non concesso (vedi sopra) che a tanto si arriverà, la fine della cooperazione con gli Stati Schengen e Dublino avrà "gravi conseguenze", secondo il Consiglio federale. L’impatto si farà sentire a più livelli: sicurezza (polizia e dogana non avrebbero più accesso ai sistemi di informazione e ricerca Schengen/Dublino), asilo (la Svizzera dovrebbe riesaminare le domande di asilo già respinte da un Paese europeo), traffico di confine (a causa della reintroduzione dei controlli sistematici alla frontiera), turismo (viaggiatori provenienti da Paesi non europei dovrebbero richiedere un visto per la Svizzera in aggiunta al visto Schengen), economia (i costi erano stati stimati in miliardi di franchi all’anno in un rapporto pubblicato dal Consiglio federale nel 2018) e relazioni con l’Ue (che si inasprirebbero ulteriormente).

Cosa indicano i sondaggi?

Che un’ampia maggioranza (Ssr/gfs.bern: 63% contro 29%; ‘20 Minuten’/Tamedia: 59% contro 33%) è intenzionata a votare ‘sì’. Il rilevamento Ssr/gfs.bern registra una maggioranza di favorevoli più modesta tra gli interrogati che si dicono affini a Ps, Verdi e Udc. Più di un elettore socialista ed ecologista su due non segue le raccomandazioni di voto dei rispettivi partiti. Analogo il discorso in casa democentrista, dove secondo il sondaggio ‘20 Minuten’/Tamedia il 53% degli interpellati propende – contro la parola d’ordine del partito – per il ‘no’.

Come andrà a finire?

Finora, quando si è trattato degli accordi di Schengen/Dublino (2005) e di recepire il relativo ‘acquis’ (2009 e 2019), a prevalere in sede di votazione popolare è sempre stato il timore dell’isolamento, dell’insicurezza e delle conseguenze negative per l’economia svizzera. Una tendenza che dovrebbe confermarsi il 15 maggio. Il momento storico – la guerra in Ucraina e il conseguente afflusso di profughi – non è propizio per esperimenti in materia di migrazione e sicurezza. Anche l’alleanza di fatto, contro natura e di circostanza, tra alcune Ong e una fetta consistente dell’elettorato democentrista euroscettico non sembra essere in grado di far pendere la bilancia dalla parte del ‘no’. Tanto più che la sinistra è divisa e che nemmeno pesi massimi come Amnesty International e l’Osar – che hanno rinunciato a formulare un’indicazione di voto – combattono la proposta. Non solo: stavolta persino l’Udc, da sempre refrattaria a tutto ciò che odora di Europa, sostiene il recepimento del regolamento Ue relativo a Frontex.

Frontex

Un’Agenzia nel mirino delle critiche

Fondata nel 2004, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) assiste operativamente – con specialisti o mezzi come navi e aerei – gli Stati membri dell’Ue e i paesi associati Schengen (la Svizzera è tra questi) nella protezione delle frontiere esterne. Tra i suoi compiti rientrano la lotta alla criminalità transfrontaliera, la gestione della migrazione incontrollata, i rimpatri dopo una decisione di allontanamento e l’analisi delle diverse situazioni migratorie. L’Agenzia ha istituito nel 2011 l’Ufficio del responsabile dei diritti umani e il forum consultivo sui diritti umani, composto da organizzazioni internazionali e non governative che forniscono consulenza in merito al rispetto dei diritti fondamentali. Ciononostante, Frontex viene regolarmente accusata di essere coinvolta, occultare o quantomeno tollerare respingimenti illegali (‘pushback’) e altre violazioni dei diritti umani ad opera delle guardie costiere e di confine nazionali, in particolare nel mar Mediterraneo, lungo il fiume Evros (frontiera fra Grecia e Turchia), nel mar Egeo che separa i due paesi, così come in Ungheria. Le critiche vengono mosse soprattutto da organizzazioni non governative e giornalisti. Stando allo ‘Spiegel’, in un’inchiesta i cui risultati non sono ancora stati pubblicati, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Olaf) sarebbe giunto alla conclusione che tre dirigenti di Frontex hanno violato leggi Ue. Tra questi figurerebbe il direttore Fabrice Leggeri, reo – sempre secondo il periodico tedesco – di aver occultato attività contrarie ai diritti umani da parte delle guardie di confine greche, contro la volontà del suo staff. In un’intervista pubblicata mercoledì dal ‘Blick’, il presidente di Frontex Marko Gasperlin ammette: "nel complesso il sistema funziona, ma esistono delle lacune, alcuni dei meccanismi [deputati al rispetto dei diritti fondamentali] non sono stati applicati correttamente".

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