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25.08.21 - 05:30
Aggiornamento: 12:15

L’estensione del Covid pass convince, l'obbligo vaccinale no

Secondo diversi epidemiologi e responsabili del settore sanitario l'aumento dei contagi potrebbe renderlo necessario in bar, ristoranti, ospedali e altrove

La Svizzera è entrata nella quarta ondata pandemica. I numeri sono lì da vedere, a partire da quello dei ricoveri che è aumentato di trenta volte rispetto a inizio luglio. Nove pazienti Covid su dieci non sono completamente vaccinati. La situazione – confermata ieri dall’Ufficio federale della sanità pubblica – spinge a chiedersi se non sia opportuno estendere l’obbligo di lasciapassare Covid a bar, ristoranti, ospedali e case anziani: una decisione già paventata da alcuni cantoni, che oggi lo stesso Consiglio federale potrebbe mettere in consultazione. Ma visto che intanto gli appelli delle autorità a vaccinarsi si fanno sempre più accorati, viene anche da chiedersi se non sia il caso di introdurre un obbligo generalizzato.

L’ipotesi non piace a Rudolf Hauri, presidente dell’Associazione svizzera dei medici cantonali: «La vaccinazione– dice a ‘laRegione’ – dev’essere presa in carico dall’individuo e della società; altrimenti, anche in caso di obbligo, si sarebbe più o meno tentati di aggirarlo. Se poi le misure di protezione sono osservate in modo coerente e coscienzioso, non si pongono rischi eccessivi» per chi ci circonda. Resta il fatto che «il mezzo più semplice ed efficace per proteggersi da un decorso grave della malattia e proteggere così anche le strutture ospedaliere è e rimane la vaccinazione. Ogni vaccinazione conta. Anche senza obbligo vaccinale, i cantoni stanno facendo grandi sforzi per aumentare il tasso di vaccinazione e negli ultimi giorni la domanda sta risalendo».

Anche l’infettivologo Christian Garzoni è prudente sul da farsi: «Da un punto di vista sanitario, è ovvio che avendo un vaccino altamente efficace, che è la vera soluzione per uscire dalla crisi, l’obiettivo auspicabile è quello di vaccinare tutti quelli che possono vaccinarsi: così facendo se ne riduce di 20 volte il rischio di ammalarsi». Tuttavia «l’introduzione di un obbligo non è solo una decisione medica: spetta alla politica, e in Svizzera finora abbiamo sempre visto preferire scelte meno drastiche. Poi va specificato che anche gli obblighi possono essere di vario tipo: ad esempio limitati a determinate professioni, oppure rivolti a chiunque voglia recarsi al lavoro o a scuola, oppure ancora per eventi più o meno grandi o attività del tempo libero come cinema, ristoranti, attività sportive, o ancora per l’uso di mezzi pubblici o gli spostamenti tra Stati».

La situazione, però, è preoccupante. Secondo il direttore sanitario della Clinica Luganese Moncucco, «ci sono almeno tre elementi preoccupanti: oltre un terzo della popolazione non è vaccinato, il ritorno al chiuso in autunno agevolerà la trasmissione del virus, mentre la società fatica sempre più ad attenersi a eventuali restrizioni. Se le cose restano così, è difficile vederla rosea».

Verso un aut-aut

Prima o poi si rischia insomma di dover affrontare un aut-aut: per Garzoni «se aumentano contagi e ospedalizzazioni, a un certo punto dovremo per forza decidere quali rischi siamo disposti a correre pur di garantire certe libertà, e se nuove restrizioni dovranno valere per tutti o essere adeguate alla contagiosità di ciascuno. A un certo punto una differenziazione tra vaccinati e non vaccinati potrebbe quindi diventare inevitabile, a partire dall’estensione del Covid pass: non si tratta di limitare la libertà dei non vaccinati, ma di tener conto del minor rischio per terzi dei vaccinati, in altre parole di proteggere la libertà di tutti gli altri dalle conseguenze di scelte altrui. E fungerebbe anche da incentivo per chi rimanda la vaccinazione».

Già, il pass per una cena o una birra, come in Italia. Anche per Tobias Bär, portavoce della Conferenza delle direttrici e dei direttori cantonali della sanità, «se l’aumento di contagi continua, allora l’estensione dell’obbligo di Covid pass è ovvia», ci dice. La stessa posizione, perfino lo stesso aggettivo ribaditi dal dottor Hauri. Il problema è capire chi debba prendersi la briga di una decisione parzialmente impopolare. Argovia e San Gallo stanno già meditando un’applicazione estesa del lasciapassare, ma tutti attendono le mosse della Confederazione, con una decisione che potrebbe arrivare già oggi. Bär intanto mette le mani avanti: «Nella situazione attuale – con uno sviluppo negativo che interessa l’intera Svizzera – l’introduzione di regole differenti in ciascun cantone risulta poco opportuna. Abbiamo già visto nell’autunno dell’anno scorso quanto questo approccio conduca a ‘manovre di aggiramento’ e confusione».

Vada come vada, occorre fare presto. Per il portavoce dei ‘ministri’ della sanità cantonali «le eventuali contromisure dovrebbero in ogni caso essere introdotte prima che si riempiano gli ospedali, anche perché i loro effetti si noterebbero solo dopo qualche tempo. Le cliniche stesse stanno ancora recuperando le molte operazioni che possono richiedere il ricorso alla terapia intensiva, ma hanno dovuto rimandare per garantire il trattamento dei malati di Covid-19». Intanto l’estensione del Covid pass alla ristorazione ha dimostrato di avere un effetto positivo per la ‘ripartenza’ delle vaccinazioni, ad esempio in Italia. Chissà che anche da noi una pizza non valga più di un obbligo.

L’appello

‘È ora di agire’

«Non ha più senso rimandare la vaccinazione: con l’accelerazione dei contagi e dei ricoveri si conferma che, se non lo si è ancora fatto, è questo il momento di agire». Alessandro Ceschi – primario e direttore medico e scientifico dell’Istituto di scienze farmacologiche della Svizzera italiana dell’Eoc, professore Usi e membro della task force federale che si occupa della sicurezza dei vaccini – rassicura coloro che continuano a tergiversare: «Ormai abbiamo dati raccolti su scala globale che confermano l’efficacia e la sicurezza dei vaccini anti-Covid». A chi obietta che non ne conosciamo però gli effetti sul lungo termine, Ceschi ricorda che «stiamo osservando intensivamente questi preparati ormai da diversi mesi – da un anno se includiamo i pazienti che hanno partecipato agli studi clinici iniziali – e il quadro complessivo è quello di un rapporto tra benefici e rischi certamente favorevole. Qualsiasi nuovo farmaco o vaccino presenta inizialmente qualche incognita, ma con questi vaccini la probabilità di reazioni avverse a lungo termine è molto bassa rispetto ai rischi immediati legati al contagio».

Servirà una terza dose? «Per ora i dati non ci permettono di trarre conclusioni definitive, se non per quanto concerne le persone con immunosoppressione grave, per le quali già raccomandiamo la terza iniezione. Negli altri casi occorrerà attendere di avere idealmente dati più solidi su cui basare la decisione. Intanto, quello che vediamo è che anche con due dosi si continua a essere efficacemente protetti anche nel medio termine da decorsi gravi e ospedalizzazioni, e questo fortunatamente sembra essere il caso anche in presenza della variante delta».

VARIANTI

C’è anche la Iota

Ora però c’è anche la variante Iota, che presenta una mutazione che potrebbe limitare l’attività degli anticorpi. A segnalarlo è uno studio guidato da ricercatori dell’università Columbia su Nature che indica che la variante ha iniziato la sua ascesa nello stato di New York a inizio 2021 e ora si registra in tutti i 50 stati americani e anche all’estero. Motivo di preoccupazione è la presenza della mutazione E484K che potrebbe svolgere un ruolo cruciale nella perdita dell’attività neutralizzante degli anticorpi. L’Organizzazione Mondiale per la Sanità considera tale variante di ’interesse’ ma non ancora preoccupante. ANSA

LA SITUAZIONE

9 ricoverati su 10 non sono immunizzati

Crescita esponenziale dei ricoveri – che si avvicinano al livello della ‘terza ondata’ primaverile –, tasso di riproduzione a 1,22, ma per fortuna pochi morti. Questo il quadro della situazione dipinto ieri da Patrick Mathys, capo della sezione gestione delle crisi dell’Ufficio federale della sanità pubblica (Ufsp). Neppure una leggera flessione delle ospedalizzazioni nell’ultima settimana basta a ipotizzare l’inversione di tendenza e la situazione investe ormai tutti i cantoni, col rischio entro quattro/sei settimane di riempire nuovamente i reparti di terapia intensiva. Questo a meno che la campagna vaccinale non riprenda vigore, coinvolgendo anche i più giovani: dopotutto, 9 ricoverati su 10 risultano non completamente immunizzati.

Tra rientri al lavoro e scuole che riaprono, resterà decisiva anche la propensione a sottoporsi a test. È infatti al ritorno dalle vacanze all’estero che il 40% dei ricoverati finisce in ospedale, nell’80% dei casi dopo avere trascorso le ferie nei Paesi dell’Europa sudorientale. Ma anche i contagi sul territorio svizzero sono in netta risalita. I letti d’ospedale accolgono soprattutto pazienti tra i quaranta e i sessant’anni. “Se il numero di casi raddoppierà ancora due volte raggiungeremo lo stesso picco della seconda ondata”, ha sottolineato il vicepresidente della task force scientifica ATS/RED

TRASPORTI

Swiss non transige

Intanto la compagnia aerea Swiss, controllata dalla tedesca Lufthansa, è la prima in Europa a introdurre una vaccinazione obbligatoria contro il Covid-19 per tutto il personale di volo. La misura viene presa per motivi operativi e di protezione e verrà applicata da metà novembre. Un’altra ragione sono le condizioni mondiali per l’ingresso nei diversi Paesi, che richiedono sempre più spesso l’obbligo di immunizzazione anche per gli equipaggi. Hong Kong, per esempio, ora richiede di mostrare una prova di vaccinazione, anche per i voli dalla Svizzera. Senza un obbligo per tutto il personale di cabina la pianificazione dei programmi di volo risulterebbe molto difficile, viene sottolineato in un comunicato. Singole destinazioni e regioni non potrebbero più essere servite. In Europa, nessun’altra compagnia aerea ha introdotto la vaccinazione obbligatoria. ATS

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