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09.09.22 - 05:30
Aggiornamento: 15:12

Gioie e dolori Ferrari nei 100 anni di Monza

Domenica il Gran Premio sarà davvero speciale, dato il secolo di vita del tracciato brianzolo e i 75 anni di vita del Cavallino

di Alfredo Giacobbe
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Keystone
La magia di una corsa unica

Monza compie cento anni. È una delle quattro piste più antiche al mondo, una delle tre ancora in attività. Le corse di auto a Monza esistevano da prima che nascesse la Formula 1 stessa: il primo campionato del mondo è stato disputato solo nel 1950. Nel mondo il nome di Monza risuona nelle orecchie degli appassionati allo stesso modo di Indianapolis, che è un altro circuito mitico dell’automobilismo mondiale. Le somiglianze tra le due piste sono tante, a partire dall’età dei due tracciati, con Indianapolis inaugurato tredici anni prima di Monza, nel 1909. Forse è anche per la presenza a Indianapolis della brickyard, la linea del traguardo fatta di cubetti di porfido – la stessa pavimentazione della Monza di una volta – che è sopravvissuta al tempo e costituisce l’ultimo ricordo del tracciato originario. O è anche per la presenza di un ovale all’interno del parco di Monza, utilizzato per le corse tra il 1922 e il 1938, demolito e rifatto secondo nuovi criteri, poi definitivamente abbandonato dalla Formula 1 nel 1961, dopo l’incidente di Von Trips in cui morirono il pilota e tredici spettatori. Tempi lontani in cui la morte abitava in Formula 1, oggi Monza è un tracciato modello per la sicurezza. Altri circuiti ne copiano i princìpi e un po’ ovunque si assiste al ritorno delle vie di fuga in ghiaia, dopo l’abbandono di quelle in asfalto in voga nei circuiti più giovani.

Le caratteristiche

Monza per gli appassionati è soprattutto una cosa: è velocità pura. Sono undici in tutto le curve del tracciato e sono così poche, e minimali nel disegno, che non sembrano nemmeno parti legittime della pista. Sono piuttosto undici raccordi tra rettilinei lunghissimi dove le auto si spingono oltre i 350 km/h, limite oltre il quale risiede l’essenza stessa di Monza. Attenzione però a sottovalutare una pista che sembra così tanto lineare: Monza è un tracciato tecnico, è semplice solo agli occhi di uno sprovveduto. Ogni curva è differente, ogni frenata porta al limite la sensibilità del pilota e la stabilità delle auto. Affrontare uno dei rettilinei uscendo da una curva con un solo chilometro orario in meno dell’avversario, qui, può essere fatale. Ogni curva di Monza evoca un fotogramma della storia della Formula 1. La lentissima prima variante dopo il rettilineo del traguardo, teatro dello scontro tra Lewis Hamilton e Max Verstappen un anno fa, con le macchine finite una sopra l’altra. La curva Grande, dove Landon Norris ha messo a segno uno dei più bei sorpassi degli ultimi anni. La variante della Roggia, dove Charles Leclerc ha resistito agli assalti di Hamilton per assicurarsi la vittoria nel 2019. Le due curve di Lesmo, che Michael Schumacher amava impostare come fosse una sola lunga curva. E poi ancora il Serraglio, la Ascari e infine la Parabolica, una curva che rimanda, già solo per il nome, a tempi mitici.

Il Cavallino in Brianza

Monza per la Ferrari è stata croce e delizia, diciannove vittorie in tutto nelle ottantasette edizioni brianzole del Gran Premio d’Italia. «Adesso arriva Monza» era la frase che i tifosi della Ferrari mormoravano tra le labbra nelle annate meno buone, fino a farlo diventare un mantra. E di pessime annate ne hanno avute tante, se consideriamo che le Rosse non hanno vinto un Mondiale tra il 1983 e il 1999 e dopo il 2008. In mezzo un’abbuffata di titoli, per il dominio di Michael Schumacher e l’assolo di Kimi Raikkonen, in totale otto campionati costruttori vinti e sei titoli mondiali piloti. Nelle altre stagioni, quelle in cui a turno si è manifestata la superiorità tecnica della McLaren, della Williams, della Renault o della Mercedes, e a Maranello si raccoglievano le briciole, almeno c’era Monza a infondere un po’ di speranza, a lenire le ferite. La mistica di Monza era talmente forte da avere il potere di capovolgere l’andamento di tutta una stagione. Lì dove non potevano nulla l’aerodinamica e la meccanica delle Rosse, arrivava la potenza dei motori Ferrari. Sul circuito brianzolo si ricordano alcuni dei successi più belli della Rossa. A partire dalle due vittorie di Clay Regazzoni, nel 1970 e nel 1975. Nel 1988, invece, Gerhard Berger e Michele Alboreto fecero una doppietta insperata per come era andata la stagione fino a quel punto. Era il primo Gran Premio senza il patron Enzo Ferrari, morto solo pochi giorni prima, il 14 agosto. E per chi ci crede fu facile vederci un segno, se non addirittura un aiuto dall’alto. Il 1996 è stato il primo anno di Michael Schumacher in rosso e la F310, la prima Ferrari F1 ad abbandonare il motore dodici cilindri, non era proprio una macchina da titolo. Eppure Schumacher riuscì non si sa come a conquistare tre vittorie e tra queste il Gran Premio d’Italia. Nel 2019 a Monza è esploso l’amore tra Charles Leclerc e i suoi tifosi. Una settimana prima Leclerc aveva vinto il suo primo Gran Premio in carriera a Spa, ma la cifra del suo luminosissimo talento è stata evidente in Brianza nel duello con Lewis Hamilton, che è durato per l’intera durata della corsa.

Le sconfitte

Monza non è sempre stata rose e fiori e, al contrario delle vittorie, le delusioni in rosso nemmeno si contano. Nel 1995, quando erano in testa alla gara, le Ferrari di Jean Alesi e Gerhard Berger andarono K.o. per un guasto alla telecamera di bordo di Alesi. Le vibrazioni dell’auto in corsa allentarono le viti di fissaggio della telecamerina, i pezzi volarono via e finirono tra le sospensioni di Berger e nella ruota posteriore di Alesi, costringendo entrambe le auto al ritiro. Nel 2017, nell’anno in cui è stato più vicino al titolo mondiale in rosso, Sebastian Vettel subì una dura sconfitta per mano di Lewis Hamilton. È forse la vittoria con la quale il pilota inglese ha messo il sigillo al suo quarto titolo iridato, se non da un punto di vista di classifica, lo ha fatto sul piano emotivo nel confronto diretto con Vettel. Infine, nel 2020, nel peggior anno di sempre nella storia della Ferrari, ancora Vettel è finito lungo senza avere più i freni, mentre Leclerc ha chiuso schiantandosi contro le barriere dopo aver perso il controllo della vettura. In un’annata troppo negativa come quella, neanche Monza con la sua magia ha potuto fare qualcosa.

Niente pubblicità, pf

Domenica non è solo il compleanno di Monza, proprio la Ferrari compie settantacinque anni dalla fondazione, datata 1947. In quei tempi pionieristici le auto correvano per le nazioni che rappresentavano e a ognuna era assegnato un colore diverso. Ai tedeschi toccò il bianco, ai francesi il blu, agli inglesi il verde. Le auto italiane, invece, furono dipinte di rosso. Da allora, Ferrari ha accresciuto il proprio mito, dentro e fuori le piste. Forbes, il magazine di cultura economica, cita spesso Ferrari nelle sue classifiche: è uno dei cento marchi più riconoscibili al mondo, una delle cinquanta aziende dove tutti sognano di lavorare. Una curiosità: tutte le aziende destinano una parte del loro budget alla pubblicità, solo la Ferrari mette a bilancio zero spese in advertising. Sono le corse di Formula 1, e le vittorie domenica dopo domenica, a fare la fortuna della Ferrari come azienda automobilistica. Tutto passa dalla pista, alla fine è l’unica cosa che davvero conta. Non sarebbe forse bello festeggiare le due ricorrenze con una vittoria? Lasciare che i tifosi affollino il sottopodio, aprendo e agitando il tessuto con lo scudo giallo e il cavallino nero sopra le loro teste? Di giallo saranno dipinte anche le Rosse per l’occasione, una livrea speciale per celebrare i due compleanni. Le probabilità di vittoria per Leclerc e Sainz sono basse, a giudicare da ciò che abbiamo visto nei Gran Premi che hanno seguito la pausa estiva. Serve un pizzico d’incoscienza e tanta fortuna per ribaltare un pronostico negativo. Ma «adesso arriva Monza» e vedrete che qualcosa succede.

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