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La Sala del Consiglio federale
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04.05.22 - 05:15
Aggiornamento: 16:25

La Svizzera che mastica la neutralità chewing gum

Auspicabile un dibattito sul senso della neutralità. Ma è meglio non farsi soverchie illusioni: lo scarto tra parole e realtà è una costante storica

Durante la Seconda guerra mondiale la neutrale Svizzera non solo permise l’esportazione di armi, la finanziò pure: il Consiglio federale – ha ricordato sulla ‘SonntagsZeitung’ lo storico Hans-Ulrich Jost – concesse ai Tedeschi crediti per 1,1 miliardi di franchi, affinché potessero acquistare armi e munizioni da noi.

Quando l’Onu decretò l’embargo sulle armi contro il Sudafrica, la neutrale Svizzera lasciò che la sua industria bellica (e non solo quella) continuasse indisturbata a fare affari col regime dell’apartheid.

Dopo la morte di Salvador Allende, il Consiglio federale si rifiutò di concedere gli onori di rito offerti a un capo di Stato; in barba al protocollo usuale, non inviò le condoglianze alla vedova del presidente cileno; e la neutrale Svizzera fu tra i primi Stati a "salutare" il Cile di Augusto Pinochet (Ivo Rogic, Diplomazia e ‘rivoluzione’, Quaderni di Dodis, 2017).

Armi. Ma anche soldi, ideologia. C’è questo e altro nella neutralità elvetica, nella sua storia. L’ex consigliere federale Max Petitpierre una volta la liquidò come una "illusione". Di sicuro il concetto "è sempre stato estensibile e modellabile come una gomma da masticare" (sempre Jost). "Un cinico forse direbbe: la neutralità appartiene al marketing della Svizzera, come il cioccolato, le banche o gli orologi" (lo storico Georg Kreis sulla ‘Nzz am Sonntag’). Per l’ex consigliera federale Micheline Calmy Rey (Ps), la neutralità ‘integrale’ – che ora il collega di governo Christoph Blocher (Udc) e i suoi vorrebbero iscrivere nella Costituzione – è anzitutto "un modello di business" (‘Tages-Anzeiger’, 13.4.2022). Una cosa è certa: se il mondo cambia, prima o poi cambierà pure il modo in cui la neutrale (e lenta) Svizzera si relaziona con esso. La neutralità? Non un immutabile, incrollabile mito, bensì un fluido "processo, che comincia sempre daccapo" (‘Nzz’, 29.4.2022).

Anche adesso. Il presidente del Centro Gerhard Pfister vorrebbe stiracchiarla al punto da farvi rientrare la fornitura all’Ucraina – via Germania – di munizioni prodotte in Svizzera. Non è l’unico in Parlamento a chiedere di ridefinirla. La Commissione della politica estera del Nazionale si è espressa martedì a favore di "un cambio di paradigma" in materia di sanzioni. E il Consiglio federale sul tema ha già promesso un rapporto. Ben venga un dibattito su senso e prospettive della neutralità. Soprattutto se serve a chiarire in quali casi (forniture attraverso Paesi terzi? Semplice esecuzione di commesse in essere prima di un conflitto armato? Utilizzo solo per scopi difensivi e non offensivi?) l’esportazione di armi o munizioni da parte della Svizzera è compatibile o no col diritto della neutralità, oltre che con una legislazione sull’export di materiale bellico che il Parlamento ha appena voluto modificare in senso… restrittivo.

Meglio non farsi illusioni, comunque. Anche perché, come dice Georg Kreis, concentrarsi sugli armamenti è fuorviante; molto più importanti, per quanto riguarda la Svizzera, sono i beni civili come soldi e materie prime (e qui ‘business as usual’, o quasi). Esiste inoltre una tenace "costante storica": "La domenica si intona l’inno alla neutralità, ma l’indomani la realtà è di nuovo lì che aspetta". Per Hans-Ulrich Jost la neutralità "sarebbe più accettabile se dall’inizio si dicesse: in linea di massima cerchiamo di rispettarla. Ma quando ciò ha senso o non si può fare altrimenti, siamo pragmatici e la lasciamo cadere. Lo facciamo già adesso, ma non lo diciamo. Il doppio gioco mi disturba". A molti politici, a quanto pare, no.

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