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Lo slogan ‘we are one’ si alza anche in Piazza federale

Il presidente ucraino Zelensky ha ribadito in videoconferenza a Berna la volontà di libertà e democrazia per il suo Paese

Un momento della manifestazione bernese con Zelensky in videoconferenza
(Keystone)

Il volto della resistenza e del coraggio è stato accolto a Piazza federale con un corale "we are one". Si potrebbe ricondurre lo slogan a un po’ di sana retorica in quel grande abbraccio voluto da una coreografia celebrativa. Ma vi è altro. Con una certa sobrietà il presidente ucraino in videoconferenza dal teatro bellico, ha ringraziato i manifestanti svizzeri per il sostengo a libertà e pace. Banale? No, non proprio. O perlomeno non per chi libertà e pace le ha perdute un mese fa. Zelensky ha parlato del sogno di poter vivere un giorno come noi svizzeri: "Eravamo su questo cammino fino al 24 febbraio, poi tutto è cambiato, non solo per noi ucraini ma per tutta l’Europa".

Mentre Vladimir Putin sta martoriando un paese riducendo intere città a quell’ammasso di rovine che abbiamo già visto in un recente passato nei territori della pax russa, a Grozny o Aleppo, si delineano con maggior chiarezza le ragioni profonde dell’aggressione. Non solo la possibile adesione in un futuro remoto di Kiev alla Nato, ma anche e soprattutto la questione cruciale dell’avvicinamento inesorabile dell’odiata Ucraina ai valori della democrazia liberale.

A tormentare Putin è dunque il fantasma della libertà, per lui una minaccia esistenziale. L’autocrate "vuole ricostruire il passato" scrive il New York Times. In altre parole: la grande Russia centralizzata nella figura imperiale neo-zarista, l’Eurasia da Vladivostok alla Bessarabia (l’attuale Moldavia), secondo le modalità liberticide, vero e proprio filo rosso nella storia russa. Con possibili e inquietanti tracimazioni nella Serbia bosniaca (dove si teme un possibile nuovo conflitto alimentato da Mosca).

La popolarità di Zelensky traduce un cambiamento di lungo periodo negli orientamenti dell’Ucraina: dalle megamanifestazioni della rivoluzione arancione del 2004 a quelle dell’Euromaidan dieci anni più tardi (che culminarono con la fuga dal paese del presidente filorusso Janukovic, messo sotto pressione da Mosca contraria a un accordo di partenariato con l’Unione europea) la popolazione, soprattutto l’elettorato più giovane, guarda sempre di più a Occidente, a un capitalismo democratico certamente zeppo di criticità, ma incommensurabilmente più attrattivo di un regime in cui il sacrificio della libertà non si fa neppure a vantaggio di maggior giustizia sociale: al contrario, nel paese degli oligarchi le disparità e le prevaricazioni battono tutti i primati. Il veleno e i proiettili eliminano il dissenso, impunemente. L’Ucraina rischiava di creare un effetto valanga in altri paesi satelliti (tra cui in particolare la Bielorussia) e nella stessa Russia: schiacciare l’insubordinazione è diventata di riflesso per Putin una questione di sopravvivenza.

Il neneismo (termine coniato dal semiologo Roland Barthes che potremmo tradurre con un "non sporchiamoci le mani, non stiamo né da una parte né dall’altra") di alcuni commentatori che rispolverano qualche fake news (come l’accordo del tutto inesistente sulla non estensione della Nato nei Paesi dell’Est) dimenticando qualche news (il memorandum di Budapest con il quale nel 1994 Kiev consegnava a Mosca tutto il suo arsenale nucleare – il terzo al mondo – in cambio di garanzie sulla sicurezza dell’Ucraina) sottace volontariamente o no l’anelito di libertà e democrazia, sogno di Zelensky, incubo di Putin. È anche questa la cifra con la quale dovremmo finalmente confrontarci quando riflettiamo sul significato profondo di questa guerra.

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