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03.05.21 - 05:30
Aggiornamento: 12:09

Legittima difesa, bastava un condizionale

La sentenza del Tribunale federale e lo scivolone del Consiglio di Stato ridanno ossigeno all'iniziativa di Ghiringhelli.

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Il promotore dell'iniziativa Giorgio Ghiringhelli (Ti-Press)

Bastava un condizionale. O un punto interrogativo, a star larghi. Il Tribunale federale li ha cercati nell’opuscolo per la votazione sui rimborsi legali nei casi di legittima difesa, ma tra le parole del Consiglio di Stato – che invitava a bocciare l’iniziativa – non li ha trovati. Come non ha trovato almeno un comunicato a libretti già stampati, per smorzare i toni e dire che la disparità di trattamento nel rimborsare solo le spese di chi è assolto in questi casi, e non per altri reati, avrebbe sì potuto fare a pugni col diritto superiore, ma si tratta d’un rischio e non d’una certezza. Losanna sgrida dunque Bellinzona per un’informazione “non oggettiva” e “in parte tendenziosa”, che avrebbe influenzato indebitamente il tiratissimo esito del voto (il ‘no’ passò per 426 voti). Risultato: un altro giro di giostra per l’approvazione di un controprogetto in Gran Consiglio, o peggio ancora un’ulteriore votazione. Che probabilmente non servirà a niente.

Se infatti il Tribunale federale stigmatizza i toni apodittici del governo ticinese, non esclude affatto che una contestazione per disparità di trattamento possa venire effettivamente riscontrata a norma in vigore, facendo cadere di nuovo il castello di carte. Non si vede d’altronde perché mai un imputato per legittima difesa possa vedersi rimborsato anche il più costoso principe del foro, alla faccia di tutti i poveretti assolti per altri reati. L’argomento col quale i promotori del ‘sì’ contestano questa previsione è che nei casi di legittima difesa l’imputato è anche vittima (di un’aggressione). Distinguo fragilino, visto che qualsiasi imputato riconosciuto innocente in sede penale può essere considerato anche vittima (di un danno giudiziario).

Eppure l’errore del Consiglio di Stato permette al promotore Giorgio Ghiringhelli di presentarsi come emblema d’un popolo vittima delle menzogne di palazzo. Narrazione che non mancherà certamente di cavalcare nei prossimi atti di questa farsa, aiutato dai tenori di quell’ultradestra per la quale il tema è utile ben oltre il merito dell’iniziativa, peraltro di esigua applicazione reale: serve a titillare per l’ennesima volta la paura per il criminale – preferibilmente straniero – e quell’insicurezza percepita e fomentata da molti, sebbene smentita da tutte le statistiche.

Siamo davvero all’“ora più buia per la democrazia diretta in Ticino”, come spara Ghiringhelli? Dopo questa sentenza con pochi precedenti, l’impressione semmai è che sia la democrazia rappresentativa a prendere una botta. Una democrazia che fin dall’inizio non ha saputo gestire l’iter come si deve, per colpa non solo dell’esecutivo. Tra le righe della sentenza emerge infatti una constatazione desolante: “La pretesa disparità di trattamento e, soprattutto, la violazione del diritto federale, non è stata esaminata compiutamente né accertata dal Gran Consiglio”. Segno di una confusione mentale che investe non solo i rappresentanti eletti all’esecutivo e al legislativo – con le dovute e commendevoli eccezioni, per carità –, ma anche i servizi giuridici e la Cancelleria. Che dovrebbero aiutarli a gestire certe pratiche nel rispetto del diritto, nella forma e nella sostanza: spesso la stessa cosa, in questi ambiti. Sicché ora si tornerà a strepitare per nulla, come se in questi tempacci non ci fosse nulla di meglio da fare.

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