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12.07.21 - 19:44
Aggiornamento: 23:45

Cuba, la rivoluzione della Rivoluzione

Scontri e proteste in 25 città per la crisi economica. E sullo sfondo torna la Guerra Fredda tra Washington e Mosca

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Una donna pro-governo urla ai dimostranti per le strade dell'Avana (Keystone)

“L’hai mai vista una Rivoluzione che dura sessant’anni?” è una frase che inchioda Cuba alle sue responsabilità, alle sue immobilità. Non l’ha detta un capo di Stato né uno storico o un sociologo, ma un tassista - in un pomeriggio d’estate - sulla strada che da Trinidad porta a Santa Clara, il luogo in cui sono sepolti Che Guevara e un bel po’ di rivoluzione tradita e scaduta.

Nei giorni in cui la malcapitata Haiti torna alla ribalta, questa volta per un presidente ucciso, dopo una serie di uragani, dittature, epidemie e terremoti in molti hanno pensato a quanto Cuba - grazie alla Rivoluzione - sia sfuggita a due destini diametralmente opposti ma altrettanto possibili e altrettanto indigesti: diventare una seconda Haiti o una succursale della Florida.

Fidel Castro, con pochissimi scrupoli e moltissimi difetti, ha creato qualcosa di unico. Ma una rivoluzione permanente non è solo una rivoluzione che non si è compiuta, che non è cresciuta, è anche un terreno scivoloso dove si fatica perfino a stare in piedi. Cuba dopo la morte di Fidel è come quei polli a cui tagli la testa e continuano a correre per un po’, solo di nervi, d’istinto, quasi per abitudine.


Raduno pro-governo in Plaza de la Revolucíon (Keystone)

Fidel Castro è morto nel 2016, quel comunismo è morto a inizio anni Novanta, con l’implosione dell’Urss e anche Raul Castro non si sente tanto bene.

La rivoluzione alla rivoluzione combattuta da rivoluzionari a cui si oppongono uomini che lo Stato stesso chiama rivoluzionari dà l’idea del gorgo - non solo semantico - in cui è finita Cuba, che nell’ultimo anno ha aperto alcune attività al libero mercato, abolita la doppia moneta e cercato di salire su un treno che non solo non era il suo, ma viaggiava su binari incompatibili con la sua storia.

Il grande colpevole di chi ora scende in piazza e contesta il potere ha un nome, che non è Castro, ma dai Castro è stato scelto: Miguel Díaz-Canel, il presidente che deve portare l’isola da qualche parte, ma non si sa bene dove, perché nel frattempo è cambiato il mondo.

A Cuba i grandi oppositori se la sono sempre vista brutta, la gente comune invece sussurrava il proprio malcontento: bisognava sempre state attenti a chi si esternavano certe cose. L’unica eccezione fu il Período Especial, a inizio anni Novanta, in cui Cuba si trovò stretta in una morsa che per altri poteva essere letale: il crollo dell’Urss, suo principale finanziatore da una parte, l’embargo americano dall’altra. La gente scese in strada e - seppur nel terrore - provò a far sentire la propria voce.


L'arresto di un manifestante all'Avana (Keystone)

Oggi tornano e si moltiplicano slogan come "Abbasso la dittatura!", "Basta morire di fame". O, semplicemente, "Libertà!". Migliaia di persone di ogni estrazione e ceto sociale sono scesi in strada accusando il governo di fare poco o nulla contro la crisi economica - aggravata dalla crisi pandemica - che oramai sta mettendo in ginocchio l'intera popolazione. Le città ribelli sono più di 25: non solo l’Avana, ma anche Piñar del Rio, a ovest, Trinidad a sud, Santa Clara al centro, Holguín e Santiago de Cuba, dov’è sepolto Fidel, a oriente.

Una protesta nata dal tam tam sui social, con l'hashtag #SosCuba (anche per questo finché si è potuto, internet è stato tenuto il più possibile lontano dai cubani o perlomeno fortemente controllato). Ma anche attraverso un passaparola rapido solo come quando la parola la conoscono già tutti: insoddisfazione.

Scontri, centinaia di arresti, una polizia violenta alla luce del sole e perfino il richiamo agli uomini delle forze speciali sono le immagini delle ultime ore intervallate a quelle degli ultimi mesi, che proseguono: lunghissime e interminabili code a cui oramai in tantissimi sono costretti ogni giorno per assicurare alle proprie famiglie generi di prima necessità come cibo, acqua, medicine, carta igienica. La celebre “libreta”, la tessera annonaria che garantiva la sussistenza minima è una mancia di Stato che non basta più, sebbene di quella spesso si campi.

La piccola, ingombrante Cuba che litiga con se stessa torna anche a ingigantirsi sulla scenario internazionale, alimentando le tensioni sull'asse Washington-Mosca, come ai tempi della Guerra Fredda, mettendo a rischio anche le relazioni tra gli Usa e gran parte del mondo latinoamericano.


Un momento delle proteste (Keystone)

"Gli Stati Uniti hanno tutto l'interesse a provocare disordini sociali", ha accusato Díaz-Canel, subentrato tre anni fa a Raul Castro, l’uomo che stringendo la mano a Barack Obama fece sperare per la prima volta in oltre 60 anni in una possibilità di disgelo. Chance poi gelate dall'arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump.

"Non siamo una dittatura - ha affermato il presidente dell'isola - e dietro a tutto questo c'è solo il sogno di porre fine alla rivoluzione cubana. Ma non permetteremo a nessuno di manipolare la nostra situazione, né ammetteremo che un qualsiasi mercenario venduto agli Stati Uniti provochi una destabilizzazione a Cuba".

Pronta la replica di Joe Biden, che ha ammonito il governo di L'Avana dal reprimere con la forza e la violenza le proteste, invitandolo ad ascoltare chi protesta: "Il popolo sta coraggiosamente chiedendo il riconoscimento di diritti fondamentali e universali dopo decenni di repressione e di sofferenze economiche dovute a un regime autoritario".

La risposta è da Guerra Fredda: "La Casa Bianca non ha alcuna autorità politica e morale per parlare di Cuba", ha replicato il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez. Mentre un attacco agli Usa arriva dal Cremlino, storico alleato di Cuba: "Consideriamo inaccettabile che ci sia un'interferenza esterna negli affari interni di uno Stato sovrano o qualsiasi azione distruttiva che incoraggi la destabilizzazione della situazione sull'isola". Anche il Messico si mette di traverso e avvisa gli Stati Uniti, già pronti ad approfittare di una crisi, come se il passato non contasse, come se i cubani si fossero dimenticati dei loro nemici giurati, i “gringos”, gli unici al cui solo pensiero potrebbero sopportare quel che oggi pensano di non sopportare.

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