Locarnese

Locarno, un orto tra scuola e quartiere rigoglioso di idee

Sostenibilità e varietà (di prodotti, esperienze, storie) sono alla base del progetto del Centro professionale tecnico. Per migliorare la società

Un luogo in cui convivono le diversità in tutta la loro ricchezza
14 marzo 2021
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«Un pezzo di terra incastrato tra i palazzi, che fa forma di resistenza». Così si presenta l’Orto scuola-quartiere, sotto le finestre del Centro professionale tecnico di Locarno (Cpt - Spai). La descrizione è di Lorenzo Scascighini, docente responsabile de ‘La scuola al centro del villaggio’, progetto che da una decina d’anni propone una serie di attività che vanno dalle conferenze, alle Giornate multiculturali, dal gemellaggio con la Romania al progetto “mais” e al pranzo a km 0, fino alla Settimana del gusto con una variegata offerta di proposte sul tema ‘dalla terra al piatto’. Di questo panorama, da quattro anni, fa parte anche l’Orto scuola-quartiere.

La sinergia ideale

«L’idea è sorta dalla volontà di creare un orto a scuola per avvicinare gli studenti a questo tipo di spazio e alle tematiche che porta con sé. Al contempo si è pensato di andare in una direzione che permettesse di tessere maggiori legami col territorio e i cittadini. Il progetto prevedeva fin dall’inizio la coesistenza di spazi gestiti da abitanti della zona e altri dagli allievi, dove ognuno avesse il suo pezzo di terra integrato a un aspetto collaborativo. Nel momento della presentazione e grazie alla collaborazione del quartiere Rusca Saleggi, diverse persone si sono dette entusiaste e così abbiamo iniziato». L’abbinamento scuola-quartiere si è rivelato una sinergia ideale. «Talvolta le scuole rinunciano a fare l’orto perché non c’è nessuno che si mette a disposizione per gestirlo tutto l’anno, soprattutto d’estate – spiega Scascighini –. Contemporaneamente spesso le persone cha abitano in città vorrebbero farlo ma non trovano lo spazio. Si è così riusciti a venire incontro a due necessità».

Un laboratorio all’aperto

All’interno della vita scolastica l’orto viene frequentato come una sorta di laboratorio a cielo aperto. «È diventato una presenza importante per i ragazzi. Io vi porto i miei studenti di italiano e da lì traiamo spunto per diverse lezioni. Prendiamo quello che l’orto ci offre come riflessione e lo portiamo in aula. E lo stesso fa ogni insegnante che ha deciso di aderire, secondo le proprie inclinazioni. Attualmente c’è una classe di idraulici-sanitari che sta costruendo un impianto di recupero dell’acqua piovana. C’è una docente degli Operatori di edifici che coltiverà uno spazio. Una classe di Scuola speciale ha allestito il capanno in comune e fatto molto altro. Il Semestre di motivazione ha creato un posto per i lamponi. È nato anche un frutteto – in cui per ora ci sono un melo, un pero, un caco – dove i ragazzi fanno attività relative agli alberi e alla biodiversità».

Differenze che convivono

Il progetto ha coinvolto anche molta gente esterna. «Alcuni sono arrivati dopo aver letto un articolo sul giornale, altri grazie al passaparola o perché il figlio frequenta la scuola. Oppure perché si sono fermati a chiedere». Si tratta di persone che abitano nei dintorni, molte delle quali sono originarie di altre nazioni. «C’è ad esempio una signora brasiliana che nel suo Paese aveva l’orto e sentendone la mancanza ha colto questa occasione. Altre persone provengono dall’Italia, soprattutto dal Sud, come una signora calabrese che ogni tanto si sente parlare al telefono col padre a cui chiede consigli. Abbiamo anche una famiglia croata, una macedone, una signora rumena, una tedesca, un giovane eritreo con un viaggio incredibile alle spalle. E ci sono gli svizzeri, quelli che coltivano per tradizione familiare, o ad esempio io che non ero per nulla pratico e ho iniziato a 47 anni per una questione ‘filosofica’, in sintonia con l’esigenza di promuovere un altro tipo di società».

Si è così creato un luogo di incontro fra culture e generazioni, in cui si scambiano competenze e si viene a contatto con un’abbondanza di storie. A unire le persone sono la passione per l’orto e l’interesse per i temi che lo riguardano. «Ci si ferma spesso a chiacchierare di ortaggi, ricette, ma anche di tutt’altro. Una signora di una certa età mi ha detto che è il suo modo per tirarsi fuori di casa e vedere altra gente».

A costellare la porzione di suolo sono molti prodotti classici, da zucchine a pomodori, da ravanelli a patate. «Ma si trovano anche peperoncini e alimenti particolari, ad esempio due anni fa un signore originario del Congo ha piantato le spagnolette». Anche sul terreno, dunque, convivono le diversità in tutta la loro ricchezza.

Una visione del mondo

A livello di gestione, accanto alle zone private, ci sono degli spazi in comune dove si trovano le erbe aromatiche; tavoli, sedie e libri; gli attrezzi a disposizione di tutti – «ciò che va contro la logica del possesso» –; la cassetta delle eccedenze. «Dal canto nostro ogni tanto proponiamo dei momenti di ritrovo aperti a chi vuole incontrarsi rispettando le misure di protezione. Organizziamo anche degli scambi di piantine, cerchiamo di fare il recupero dei semi, diamo una mano a chi si assenta».

I nomi venuti in mente a Scascighini per questo progetto sono molti, ‘Orto integrativo’, ‘Orto senza frontiere’, e il più surrealista ‘Questo non è un orto’: «Sì, perché è molto di più. Nel senso che rappresenta una visione del mondo che promuove la cooperazione, il rispetto dei ritmi della natura, lo sviluppo di altri tipi di rapporti di scambio. Il progetto parte dall’idea che anche la scuola possa giocare un ruolo e collaborare con associazioni come ad esempio Pro Specie Rara, l’Oggettoteca, il Tavolino Magico di cui apprezziamo l’operato». E pure con la Città: «Siamo in contatto col Comune che sta pensando di creare degli orti condivisi per rispondere all’interesse crescente delle persone verso queste realtà». Una scuola, insomma, che oltre a gettare i semi per il futuro sta provando a coltivare un presente migliore per l’intera società.

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