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23.02.22 - 05:10
Aggiornamento: 17:03

Fra Martino Dotta tra povertà e pandemia

Un bilancio di questi due anni, tra stranieri che temono di perdere il permesso se chiedono aiuti pubblici e una crisi che si fa anche giovanile

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Ti-Press

«Nei loro occhi si legge l’imbarazzo, la vergogna. Chiedono scusa per il disturbo, non sanno più dove sbattere la testa. Magari hanno perso il lavoro e non sanno come dirlo alla moglie. Piangono, e bisogna imparare ad ascoltare i silenzi che seguono le loro lacrime». Fra Martino Dotta descrive così la condizione di molte persone quando si presentano alla porta della Fondazione Francesco, che con le sue strutture di accoglienza – in primis il Centro Bethlehem a Lugano e Casa Martini a Locarno – offre ascolto, rifugio, assistenza e un pasto caldo a centinaia di persone bisognose. «Questi due anni di Covid hanno a tratti bloccato le nostre attività, poi le hanno rallentate costringendoci per alcuni mesi a limitarci alla distribuzione di pasti da asporto. Nel frattempo, le situazioni di bisogno e difficoltà sono aumentate. Povertà, conflitti familiari, dipendenze da bevande alcoliche, sostanze o medicine, come pure la mancanza di un alloggio sono solo esacerbati dall’isolamento aggiuntivo che ha portato la pandemia».

Dotta nota che a sparire dai radar a Lugano «sono stati anzitutto gli stranieri senza fissa dimora, provenienti dalla zona di confine, ma anche molti residenti abituali si sono visti meno, magari per la paura del contagio. D’altra parte, abbiamo visto aumentare sensibilmente le richieste di denaro al nostro fondo di solidarietà: persone che non riescono a pagare le bollette e la cassa malati, e non potendo o non volendo ottenere aiuti pubblici si rivolge a noi, come a un’ultima spiaggia». ‘Non volendo’, nel senso che «ci sono anche persone che temono di accedere agli aiuti sociali, per il ragionevole timore che ciò possa bloccarne il rinnovo del permesso di soggiorno o il percorso di naturalizzazione. Questo non aiuta, se si considera che gli stranieri con maggiori difficoltà di integrazione e problemi linguistici fanno già fatica a districarsi nella burocrazia. Abbiamo però visto i problemi anche con cittadini svizzeri, persone che per qualche ragione non riuscivano a ricevere le indennità per la perdita di guadagno, indipendenti alle prese con clienti che non possono pagarli, situazioni sulle quali abbiamo ricevuto numerose testimonianze».

Sentirsi sfrattati dalla società

Il fondo ha erogato aiuti finanziari e buoni spesa per oltre 600mila franchi l’anno scorso, contro i 380mila di prima del coronavirus, «e se guardo agli importi di inizio anno, temo che almeno fino a giugno il 2022 non sarà molto diverso, anzi, forse sarà anche peggiore». Nel frattempo, una struttura inaugurata proprio nel febbraio 2020 come Casa Martini «ha accolto anche diversi giovani che cercavano un alloggio dopo essere entrati in rotta con la famiglia, ragazzi che hanno interrotto un apprendistato o perso il lavoro, e non riuscivano più a restare sigillati nello stesso appartamento coi genitori».

I problemi, spiega fra Martino, «non sono ovviamente solo di ordine materiale. C’è chi si convince di aver perso il diritto al suo posto nella società, e allora si abbandona all’autolesionismo – ad esempio all’abuso di alcol, stupefacenti o farmaci – o all’aggressività. L’isolamento di questi anni non può che esacerbare quel che poi corre il rischio di diventare un circolo vizioso. Un esempio: si è soli, ci si sente esclusi, si dà sfogo alla propria rabbia o ci si abbandona completamente a sé stessi in casa propria, si viene sfrattati e ci si trova per strada. Di fronte a tutto questo, strutture come le nostre hanno anche il ruolo di ripristinare una dimensione sociale, dimensione della quale ciascuno di noi ha bisogno. E poi, chiaramente, alcuni cercano anche un conforto di tipo spirituale, un sostegno nella preghiera».

L’altra guancia e il rispetto da ricostruire

Aiutare chi si trova in «questo sottobosco che non emerge mai dai dati sugli aiuti pubblici e sulla disoccupazione» non è facile, e uno dei problemi «è proprio la frustrazione o la rabbia di chi sente di aver subito un’ingiustizia. E magari si sfoga contro di noi». Quando gli chiediamo come faccia a porgere evangelicamente l’altra guancia, Dotta sorride: «Se c’è rispetto, se si può costruire qualcosa, allora è importante sforzarsi di farlo. Il caso è diverso quando non c’è una vera disponibilità al dialogo: il Vangelo dice di porgere l’altra guancia, non di farsi schiaffeggiare per niente».

Il percorso cui aspira la Fondazione del Cappuccino, invece, parte dal rispetto reciproco, che a sua volta presume la ricostruzione di quello verso sé stessi: «Quando non riesci a vedere una via d’uscita – e a volte, sia chiaro, è davvero difficile riuscirci –, quando temi di rimanere tagliato fuori dalla tua comunità, diventa fondamentale ritrovare momenti di relativa normalità. Anche a questo serve la condivisione di un pasto caldo, di una tavolata dove scambiare anche solo due parole sul tempo o sull’ultima partita. Cose che sono mancate nei momenti più duri di lockdown e che ancora oggi sono penalizzate dal persistere di paure e solitudini».

Fra Martino e la sua squadra hanno comunque affrontato questi ostacoli riaprendo tutto quel che potevano, appena potevano, perfino sostituendo certi contatti con il telefono e il computer. Anche se per Dotta, «laddove le lacrime sono il simbolo più immediato e ovvio della disperazione, il gesto che talvolta riempie di senso il nostro lavoro è quello apparentemente meno compatibile con l’emergenza sanitaria: l’abbraccio».

Il 25 febbraio del 2020 arrivava la notizia del primo contagio in Svizzera, proprio in Ticino. Questa è una serie dedicata a categorie di persone spesso lontane dai media e al loro destino dopo due anni di pandemia. Le altre puntate sono qui

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