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CORONAVIRUS & SOCIETÀ
04.02.22 - 05:30
Aggiornamento: 17:44

Pandemia e prostituzione: un biennio difficile

Una professionista del settore ci racconta le sue difficoltà tra clienti impauriti, timore del contagio e difficoltà economiche

La chiameremo Camilla, visto che il suo vero nome non possiamo scriverlo, perché «io sono una escort di classe, mica una da dieci franchi e via, nel mio lavoro la privacy è fondamentale». Eppure anche per lei – residente in Svizzera, attiva in Ticino e a Ginevra, con le sue origini brasiliane ad addolcire un italiano fluente – il biennio pandemico «è stato un periodo brutto, te lo dico in tutta sincerità. Brutto brutto. C’è la crisi, la gente ha perso il lavoro. Sono stata ferma per mesi, e anche ora guadagno forse il 40% di quanto prendevo prima. Mi salvano solo i clienti più affezionati, per fortuna che ci sono loro!».

I lockdown e la paura del contagio continuano a ostacolare il mestiere di Camilla, che peraltro quando è possibile è spesso all’estero, al seguito dei clienti. Anche ora che molti sono vaccinati la ‘domanda’ langue, e gli aiuti dello Stato non bastano: «Tra affitto e cassa malati dove vuoi che vada, se per la perdita di guadagno ricevevo solo 600 franchi? Ho dovuto dar fondo ai miei risparmi, ormai sto quasi a zero» (altre professioniste ci hanno invece segnalato cifre maggiori, ndr). Anche perché «un giorno vorrei passare dal permesso C al passaporto svizzero, ma con le nuove leggi non si può fare se hai ricevuto gli aiuti sociali. E io non voglio che qualcuno pensi che voglio approfittare della Svizzera. Non sono un parassita. Io voglio lavorare, se posso».

Anche volendo non sarebbe facile trovare un altro mestiere, reinventarsi: «Ho sette diplomi come massaggiatrice, ma dove andavo se tutti i terapisti erano chiusi? E poi c’è ancora un pregiudizio forte contro di noi, in pochi ci accettano». Sicché «quando la polizia ci ha permesso di ricominciare, ho fatto il possibile e ho girato tutta la Svizzera per guadagnare qualcosa. C’era sempre la paura di prendere il virus e che mi succedesse qualcosa di brutto, ma cosa vuoi farci? Lavorare si deve». Però, prosegue, «la sai una cosa strana? Prima la polizia mi controllava sempre – il domicilio, il permesso, le regole… – e invece durante il Covid neanche una volta, da nessuna parte in Svizzera».

Il problema, nel ramo di Camilla, è anche che «alla fine puoi proteggerti solo fino a un certo punto: finché faccio un massaggio posso tenere la mascherina, ma quando faccio altre cose ovviamente no. E so che devo essere io a premunirmi anche per i clienti, loro vogliono star bene e basta, in quei momenti non vogliono più pensare al virus». Per questo, spiega, «oltre alle docce, al dare aria alla stanza e a tutto quello che facevo anche prima, mi procuro il disinfettante come quello degli ospedali. Anche i fazzolettini sono Sterillium, mica quelli del discount. Il mio medico, che è bravissimo, mi ha dato molti consigli. Vorrei sapere se anche quelle che fanno questo lavoro senza permessi rispettano tutte queste regole».

Quando è arrivato il vaccino, Camilla non ha avuto dubbi: «Ho sempre fatto attenzione alla mia salute e a quella degli altri, faccio già tutti i test ogni tre mesi per Hiv, epatite, clamidia, sifilide. Siccome avevo avuto anche qualche problema cardiaco in passato, appena è stato possibile sono corsa a farmi vaccinare. Prima, seconda dose e booster, già a dicembre. Ci sono diversi clienti che mi chiedono il Covid pass, e io glielo mostro». Che fare, però, coi clienti No Vax che pretendono prestazioni? «Tesoro, io faccio quello che posso per proteggere anche loro, ma mica posso obbligarli…».

Zonaprotetta

‘Aiutare le donne, difendere la salute’

A confermare le molte difficoltà di questo biennio è Vincenza Guarnaccia, responsabile del progetto Primis per Zonaprotetta, associazione che offre sostegno alle persone che lavorano nel settore erotico: «Fino a settembre, almeno chi si trova qui con regolare permesso e ha le carte in regola per esercitare poteva beneficiare delle indennità per perdita di guadagno».

Da ottobre invece «non è più così: secondo la Confederazione l’attuale mancanza di opportunità non sarebbe più dovuta alle restrizioni imposte, sebbene sia chiaro che è piuttosto difficile operare quando Berna richiede a tutti mascherine e telelavoro, così come è comprensibile che tanto i clienti quanto le operatrici abbiano paura».

Guarnaccia – la cui associazione ha già elargito molti aiuti nei casi di emergenza, «anche solo per fare la spesa», ma ora sta esaurendo i fondi – auspica che «si possa tornare a godere delle Ipg e che si prolunghi la prestazione ponte Covid, come richiesto anche dal governo cantonale» (la prestazione ponte sostiene proprio le persone in condizione di emergenza, in particolare indipendenti, ma anche dipendenti che non beneficiano delle indennità previste dalla Legge sull’assicurazione contro la disoccupazione; il Consiglio di Stato ha chiesto che la si prolunghi ancora di almeno sei mesi).

Per Guarnaccia «occorre mettere le persone nelle condizioni di svolgere il proprio lavoro con la responsabilità che d’altronde hanno sempre dimostrato. Ma questo è molto difficile senza un sostegno». La responsabile di Primis teme in particolare che «insieme all’indebitamento aumentino lo sfruttamento e l’accettazione di rapporti a rischio, con prevedibili conseguenze per la salute pubblica».

Questa è la seconda uscita di una rubrica dedicata a categorie di persone spesso lontane dai media e al loro destino dopo due anni di pandemia. La prima ‘puntata’ la trovate qui.

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