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14.02.22 - 05:30
Aggiornamento: 17.02.22 - 17:28

Due anni così, anche per le pompe funebri

Come ha affrontato la pandemia chi si è dovuto occupare dei morti? Ce lo racconta uno di loro (e no, non sono state ‘vacche grasse’)

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(Ti-Press)

«È iniziato tutto un sabato, eravamo a inizio marzo. In dieci minuti mi sono arrivate tre chiamate». Tre chiamate che per Mattia Vogini, titolare delle Onoranze Funebri Rossetti di Biasca, significano altrettanti morti. «È allora che ho cominciato a chiedermi: ma cosa sta succedendo? Considera che ancora non sapevamo a cosa andavamo incontro. Durante i nostri interventi rischiare un contagio da qualcosa di sconosciuto, di cui non conoscevamo appieno la pericolosità ci spaventava».

Indietro veloce. In occasione del carnevale 2020, Biasca è stata teatro di uno dei primi focolai di Covid-19 in Ticino: di lì a qualche settimana il telefono di Mattia avrebbe cominciato a suonare sempre più spesso. Troppo spesso. «In città contavamo in media quattro decessi mensili. In pochissimo tempo sono arrivato a 15 morti solo per Covid. Il mio non è mai stato e non sarà mai un lavoro semplice, ma in quel momento ti assicuro che lo è stato ancora meno».

Intanto le misure d’emergenza imponevano di passare dritti dall’obitorio al crematorio, senza riti di commiato, in un isolamento surreale: «All’apice della prima fase pandemica non potevamo neppure fare funerali. Potevamo solo portare la salma dall’ospedale al crematorio, dove gli addetti in quel momento sono aumentati da uno a quattro e ci organizzavano anche le tempistiche delle consegne». L’unica soluzione, lì per lì, è stata «aspettare gli allentamenti per poter fare cerimonie con la presenza dell’urna: un modo per poter elaborare il lutto – comunque ritardato – circondati da famigliari e amici». (In Ticino viene cremato circa l’85% dei defunti, una soluzione che permettendo le esequie ritardate «durante la pandemia si è diffusa anche tra chi, per ragioni di credo o di cultura, prima era contrario»).

Contraddizioni e solidarietà

E le misure di protezione? «All’inizio le disposizioni cantonali cambiavano di giorno in giorno, spesso in modo contraddittorio», ricorda Mattia. «A un certo momento, durante la seconda ondata, ci hanno concesso di prenderci cura dei defunti, ma senza toccarli troppo: mi dici come faccio? Più tardi abbiamo potuto esporli in camera ardente, coperti da una teca di protezione trasparente. Ma la gente aveva paura anche di andare alla camera ardente. Quando sono iniziate le vaccinazioni, poi, ci è stato negato il diritto di precedenza poiché non facevamo parte delle categorie sanitarie, e abbiamo dovuto attendere il nostro turno in base all’età».

All’inizio si era anche temuto di non riuscire a gestire il picco dei decessi, ipotesi poi scongiurata. «Ci siamo aiutati molto tra onoranze, diventando più solidali, scambiandoci i materiali di protezione personale, che in quel momento scarseggiavano, e la ‘forza lavoro’. Anche le bare erano diventate difficili da reperire, visto che i trasporti internazionali – molti fornitori sono esteri – erano strozzati, e per gli autisti vigevano gli obblighi di quarantena. Sempre a proposito di quarantene», prosegue Mattia, «io stesso mi sono dovuto isolare per un lungo periodo dalla mia famiglia e dagli amici. Ci consigliavano cinque giorni di prudenza dopo ogni caso di Covid trattato, per non mettere a rischio i nostri congiunti, ma i casi si susseguivano con una tale frequenza che di fatto sono rimasto solo per intere settimane. Mia figlia la sentivo al telefono, al massimo qualche videochiamata; la mia compagna mi faceva trovare pranzo e cena sul pianerottolo di casa. Non è stato proprio un momento facile». Come non è stato facile «perdere degli amici, amici insieme ai quali eravamo magari al bar la sera prima, il giorno dopo venivano ricoverati in ospedale, e li avremmo rivisti solo un mese dopo, al momento di andare ‘a prenderli’…»

L’urna sulle ginocchia

I cinici penseranno che questi se non altro sono stati anni di vacche grasse, per le onoranze funebri. «Quella è una battuta che mi fanno in molti», commenta Mattia. «Ma le mancate preparazioni, i mancati allestimenti delle camere ardenti e delle funzioni di commiato hanno comunque significato minori entrate. Comunque non è stato quello il vero problema. Il vero problema è che nel nostro lavoro è fondamentale poter accompagnare e sostenere i parenti e gli amici della persona defunta con un abbraccio, uno sguardo, un contatto. Aiutarli insomma a elaborare il lutto a seconda delle richieste e dei bisogni individuali… Invece tra mascherine, distanze, contagi, paura non abbiamo potuto farlo.

All’inizio dell’emergenza, purtroppo, ci siamo dovuti limitare a dei contatti telefonici». A questo punto Mattia fa una pausa, poi ci chiede e si chiede: «Come fai a sostenere ‘a distanza’ chi ha perso una persona senza salutarla, chi magari l’ultima volta che ha parlato con il proprio caro ci aveva litigato? Chi dopo un mese di solitudine senza una visita in ospedale, senza poter fare nulla, si ritrova con un’urna sulle ginocchia?»

Conforto difficile

L’impresario funebre quasi si rimprovera «la mia ‘mancanza’ imposta da paure, leggi… mi sono sentito impotente, triste nel non poter dare il conforto che mi dettano la mia indole e la mia professionalità». Tanto più che secondo lui il mondo delle pompe funebri, come più in generale quello del lutto, «non sarà più come prima. Quest’anno, ho fatto il funerale di un personaggio, deceduto per cause naturali, che in periodo pre-Covid avrebbe riempito la chiesa: era presente sì e no una settantina di persone».

Quando infine gli chiediamo quale lezione si porti a casa da quest’esperienza, Mattia ci pensa su un attimo e pesa le parole per non sembrare sentenzioso: «Guarda», dice, «questo mestiere mi aveva già insegnato che oggi ci sei e domani chissà, ma vedere le persone ‘andare’ in quel modo mi ha convinto ancora di più di una cosa: bisogna lasciare in sospeso meno questioni possibili e apprezzare quel che si ha. Vivere il presente, finché siamo in tempo».

Il 25 febbraio del 2020 arrivava la notizia del primo contagio in Svizzera, proprio in Ticino. Questa è una serie dedicata a categorie di persone spesso lontane dai media e al loro destino dopo due anni di pandemia. Le altre puntate sono qui

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