laR+ Tokyo 2020

La trappola olimpica nel Paese del Sol Levante

Dovevano essere una festa e un’occasione di rilancio, i Giochi. Invece a Tokyo nessuno più li vuole, mentre il governo s'inquieta con le elezioni alle porte

Il 43% dei giapponesi avrebbe voluto la cancellazione dei Giochi, il 40% un ulteriore rinvio (Keystone)
21 luglio 2021
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La tradizionale ospitalità del Sol levante è davvero messa a dura prova; ospitare le Olimpiadi 2020 è per il Giappone una sfida piena di ostacoli. Mai nessun dirigente sportivo o politico si sarebbe immaginato una cosa del genere, quando, nel settembre 2013, Tokyo si aggiudicò l’organizzazione dei Giochi. In migliaia, allora, festeggiarono per le strade. Per il leader nipponico di più lungo corso, il premier Shinzo Abe, si concretizzava la possibilità di rendere realmente veritiero il suo slogan – considerato a lungo quasi azzardato – “Japan is back”. Le Olimpiadi, si pensava, avrebbero aiutato la nazione a uscire meglio da decenni di stagnazioni economiche, di declino demografico e di disastri ambientali, dando maggiori speranze alla gente per il futuro. Tokyo 2020 era inoltre un modo per dimostrare che la nuova tragedia nucleare, quella di Fukushima del 2011, poteva essere messa alle spalle anche da questa generazione in un Paese ancora scioccato dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki del 1945. E invece la pandemia ha rivoluzionato tutto: le Olimpiadi da incommensurabile onore sono oggi uno spaventoso mal di testa per il Giappone.

Tanti sono i fronti aperti. Il principale è quello epidemiologico. A Tokyo, a poche ore dall’inaugurazione dei Giochi, si stanno battendo tutti i tristi record di casi di positività – oltre un migliaio al giorno – una cifra mai toccata prima, in aprile e maggio. I giapponesi sono preoccupati per la situazione sanitaria, anche se i numeri totali degli infetti da Covid (830mila) sono esigui, i più bassi tra i Paesi del G7: secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano ‘Asahi Shimbun’, il 43% della popolazione avrebbe voluto che le Olimpiadi fossero cancellate, il 40% chiedeva un ulteriore rinvio. Una petizione online ha raccolto in poco tempo 450mila firme al riguardo.

La questione è: ha senso invitare da un lato la propria gente a muoversi solo se necessario e a rispettare regole ferree per mesi, mentre dall’altro si fanno entrare nell’arcipelago migliaia tra atleti, arbitri, funzionari provenienti da tutto il mondo, anche da Paesi ad alta incidenza del virus? Va bene che gli organizzatori assicurino di aver preso tutte le precauzioni del caso, ma il pericolo resta alto. Di questo parere è l’Unione dei medici giapponesi, anche perché finora è stata vaccinata un’esigua percentuale della popolazione. L’incertezza fra la gente è stata amplificata da scelte in apparenza contraddittorie da parte del governo, ma anche da falle comunicative. Il nocciolo del problema è che nessun politico nazionale ci vuole mettere la faccia e prendersi la responsabilità.

La ragione? Nel settembre scorso vi è stato un cambio di premier: per motivi di salute al “mostro sacro” Shinzo Abe è subentrato il 72enne Yoshihide Suga. Nel prossimo ottobre si terranno le elezioni e se le Olimpiadi dovessero andare male saranno dolori per il partito Liberal Democratico (Ldp), al potere dal 1955, a parte due brevi parentesi. Insomma si rischia in autunno un terremoto politico assai più grave dei fenomeni geologici a cui il Giappone è abituato. La popolarità di Suga è intanto già crollata dal 70% dell’autunno scorso all’odierno 30% e Ldp ha perso la maggioranza al Consiglio comunale della capitale.

Ma allora perché non si è pensato di rimandare Tokyo 2020? Dall’estero, per di più, non giungeranno spettatori stranieri e il buco finanziario per l’indotto non sarà piccolo da colmare, figurarsi la speranza di recuperare gli esborsi per le infrastrutture costruite! Il nodo centrale è rappresentato oggi dalle pressioni del Comitato olimpico internazionale, dei Comitati nazionali e delle singole federazioni, con gli ultimi due che sopravvivono prevalentemente grazie agli introiti derivanti dai Giochi. Vi sono poi clausole contrattuali: se fosse il Paese ospitante a far saltare le Olimpiadi, i rimborsi assicurativi sarebbero miliardari.

Un altro aspetto va considerato: con i Giochi invernali di Pechino 2022 alle porte, è la stessa immagine dell’efficiente Giappone ad andarci di mezzo. In soccorso di Tokyo si sono così mossi Stati Uniti e Unione europea. Il Sol levante è ormai un pezzo di Occidente in Asia e la volontà a Washington di ridimensionare il potere cinese rimane forte. Imponenti sono state dunque le forniture di vaccini: 100 milioni solo dall’Unione europea, così 36 milioni di anziani verranno immunizzati entro fine mese. Se Tokyo 1964 è servito per mostrare il nuovo volto del Giappone dopo gli orrori della guerra, Tokyo 2020 doveva rappresentare il nuovo rilancio nel XXI secolo. Alla fine il Sol levante è finito in una trappola olimpica.

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