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15.02.22 - 08:32
Aggiornamento: 15:20

Giochi fra insostenibilità e opportunità

Produzione della neve e impatto sulla riserva di Songshan: le criticità da un punto di vista ecologico delle Olimpiadi di Pechino

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Dei Giochi olimpici verdi, puliti e inclusivi, inseguendo l’obiettivo della neutralità delle emissioni di carbonio: è questa la promessa degli organizzatori delle Olimpiadi invernali in corso a Pechino. Ma è veramente così? Il meno che si possa dire è che è lecito avere qualche perplessità. Tuttavia è necessario chiedersi anche se Pechino stia facendo peggio dei suoi predecessori come Pyeongchang 2018 e Sochi 2014. E la risposta in questo caso sembra tendere al no. Infatti, solo per fare qualche esempio, anche in Russia e in Corea del Sud le piste da sci erano state create dal nulla ed era stato fatto ampio ricorso alla neve artificiale. Il problema può allora essere trovato piuttosto a livello di assegnazione ed esigenze del Cio, come ha dichiarato alla Rsi Martin Müller, professore di geografia umana all’Università di Losanna: «Il Comitato olimpico internazionale dovrebbe mandare un segnale contro la tendenza al gigantismo e decidere di tornare alle origini, organizzando i Giochi là dove ci sono già neve e infrastrutture. È infatti evidente come la sostenibilità sia in calo nel corso del tempo». Del resto i cambiamenti climatici mettono a rischio la realizzazione dei Giochi invernali in sempre più posti.

Il problema dell’acqua

C’è però l’elefante nella stanza, inutile negarlo, della produzione di neve artificiale, che ha permesso di sopperire a un’assenza praticamente totale di neve naturale. Per garantire la pratica delle discipline su sci e snowboard si è infatti dovuto ricorrere all’utilizzo di 186 milioni di litri d’acqua, 130 generatori a ventola e 300 cannoni sparaneve. Ed è vero che i macchinari sono alimentati da fonti rinnovabili e che la neve prodotta, grazie all’assenza di additivi chimici, una volta sciolta potrà tornare nel ciclo idrico, tuttavia l’enorme fabbisogno d’acqua stride assai con la situazione di aridità e siccità che coinvolge la Cina, tanto che già ora, secondo l’Oms, parte della popolazione di Pechino e dintorni ha a disposizione soltanto un quinto della quantità annua necessaria. Il programma della federazione cinese prevede peraltro di mantenere in funzione le piste da sci situate a Yanqing e aprirle al pubblico, affinché una fascia sempre maggiore della popolazione possa imparare a sciare. Questo progetto fa però chiaramente sorgere numerosi interrogativi, riguardanti il dispendio d’acqua necessario per la sua attuazione.

Trapianti e riforestazione

Il secondo grosso problema è la vicinanza delle piste di sci e di bob alla riserva naturale di Songshan, della quale si è perso un quarto della superficie e che ospita diverse specie rare. Ventimila alberi sono stati trapiantati altrove (con un tasso di sopravvivenza del 90% secondo quanto dichiarato dai responsabili), tuttavia sono aumentati i rischi di frane, di erosione del suolo, d’inquinamento delle acque e di danni all’habitat della fauna locale, come ha dichiarato al Guardian Carmen De Jong, professoressa d’idrologia all’Università di Strasburgo.

Infrastrutture e automezzi sono invece in funzione unicamente grazie a energie rinnovabili. Per gli immobili riciclati dalle Olimpiadi estive 2008 (come lo stadio Nido d’aquila, sede delle gare d’atletica quattordici anni fa e ora utilizzato per le cerimonie d’apertura e di chiusura) o costruiti ex-novo, è previsto un allacciamento a fonti eoliche o solari, mentre la flotta di veicoli dispone di motori elettrici, a gas e a idrogeno. Inoltre questi Giochi sono stati l’occasione per inaugurare una nuova linea ferroviaria ad alta velocità che collega Pechino a Zhanjiaku. Per compensare le emissioni di anidride carbonica, in parte inevitabili, verranno piantati circa 80’000 ettari di foresta tra Pechino e Zhanjiaku.

Rimane comunque apertissimo il dilemma: Giochi olimpici come occasione per scatenare un cambiamento nel paradigma di produzione energetica cinese orientandosi con decisione verso il rinnovabile, oppure possibilità di darsi un’immagine di facciata di nazione ecologica, a beneficio di Cio, media, atleti, federazioni nazionali e internazionali, da esibire per un paio di settimane per poi continuare allegramente a bruciare carbone e a sprecare risorse idriche?

Cina ancora dipendente dal carbone

Intanto però la principale fonte energetica della Cina è il carbone che rappresenta più della metà delle fonti di provenienza dell’energia utilizzata, per una quantità che supera i quattro miliardi di tonnellate di carbone bruciati annualmente, da cui vengono ricavati 22mila terawatt di energia, mentre la fetta complessiva delle energie fossili oscilla fra il 75% e l’84%. Non sorprende dunque che la Cina sia responsabile di quasi un terzo delle emissioni globali di CO2 e che preveda di raggiungere la neutralità climatica entro il 2060, dieci anni dopo le nazioni europee. D’altro canto, stanno iniziando ad arrivare dei timidi segnali di diminuzione della dipendenza dalle fonti fossili, al pari dell’aumento degli investimenti nel settore delle rinnovabili. Per esempio, la Cina si sta smarcando come primatista mondiale negli impianti eolici offshore, situati sempre più al largo, e in grado di garantire una produzione di 54 gigawatt di energia. Inoltre sono in fase di progettazione degli impianti di produzione d’idrogeno destinato ad alimentare veicoli ecologici.

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