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28.05.22 - 05:30
Aggiornamento: 30.05.22 - 18:50

L’ombelico del mondo (con un grosso scheletro nell’armadio)

Ex Macello, un anno dopo: Lugano non diventerà mai una città con la C maiuscola fin quando non avrà imparato a convivere con il conflitto e la divergenza

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Ricordare il primo anno trascorso dalla demolizione è un dovere civico

"Vogliamo fare in modo che Lugano sia il punto di partenza per la ricostruzione dell’Ucraina". L’auspicio lanciato dal presidente della Confederazione Ignazio Cassis durante il Forum economico di Davos è piuttosto ambizioso. Ma al di là dei buoni propositi e della riuscita o meno dell’iniziativa, la conferenza che si svolgerà in Ticino a inizio luglio ha senz’altro il pregio di collocare la città nel bel mezzo della scena politica internazionale. Sarà che Lugano si ritiene pronta a diventare l’ombelico del mondo?

Per molte persone, in effetti, l’idea di riuscire a ospitare la conferenza sull’Ucraina, con tanto di capi di Stato a passeggiare sul (blindatissimo) lungolago, sembrerà un ulteriore passo verso lo status di "grande città" europea. Aggiungiamoci pure la squadra cittadina di calcio fresca di un importante successo sportivo, con addirittura un patron americano e miliardario presentatosi pochi giorni fa al Lac (altro simbolo della ‘grandeur’ luganese), e il traguardo pare essere davvero vicino.

Invece no. La stessa città che oggi ambisce a fungere da piattaforma per la rinascita dell’Ucraina, colei che vanta la Coppa Svizzera in vetrina, ha ancora un grosso scheletro nell’armadio. Un anno fa, esattamente la notte tra il 29 e il 30 maggio, il Municipio prendeva la scellerata decisione di demolire "parzialmente" l’ala dell’ex Macello sede del centro sociale ‘Il Molino’.

Da allora molto è stato detto e scritto, ma nulla o poco è davvero accaduto. L’inchiesta coordinata dal procuratore generale Andrea Pagani è giunta a uno scontatissimo decreto d’abbandono. Stando alle motivazioni fornite da Pagani, sarebbe stato un "claudicante passaggio d’informazioni" tra i vari agenti che conducevano le operazioni di sgombero a spiegare il fatto che si sia arrivati ad abbattere, nottetempo, l’intera struttura.

Dall’altra parte l’autogestione, dopo una prima ondata di rumorose manifestazioni e una rioccupazione simbolica dell’ex Macello avvenuta a dicembre dello scorso anno, sembra essere un po’ succube di una sorta di diaspora: nessuna nuova sede è stata individuata; nessun dialogo è stato avviato tra Municipio e autogestiti, anche a causa della riluttanza del ‘Molino’ a riconoscere quale interlocutore la controparte.

Non va poi dimenticato chi, nei mesi caldi del 2021, ha provato a rendere attente le autorità e l’opinione pubblica sull’importanza per una città universitaria come Lugano di poter annoverare una robusta proposta culturale giovanile e alternativa. Un rettore che a causa del suo "eccessivo protagonismo" si è poi ritrovato con le spalle scoperte.

Il punto è proprio questo: Lugano non diventerà mai una città con la C maiuscola fin quando non avrà imparato a convivere con il conflitto e la divergenza. La pretesa di raderli al suolo e andare avanti come se niente fosse non fa altro che dimostrare tutto il provincialismo di cui è pervasa la cultura politica cittadina.

Ricordare il primo anno trascorso dalla demolizione dell’ex Macello, atto in cui si confondono fino a diventare indistinguibili prepotenza istituzionale e incompetenza, diventa quindi un dovere civico. La questione va molto oltre il dibattito "autogestione sì, autogestione no". Il vero tema riguarda lo Stato di diritto preso a colpi di benna in una notte di fine maggio: anche lui attende di essere ricostruito.

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