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Il cronista svizzero di Pyongyang

Norme restrittive e revisioni legislative che limitano di fatto la libertà di stampa (sancita dalla Costituzione federale). Cittadini e politici ne siano consapevoli

21 maggio 2021
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Bene ha fatto l’Associazione ticinese dei giornalisti a fissare nero su bianco, con le testimonianze di cronisti e le riflessioni di accademici, le difficoltà e i dilemmi con cui spesso le redazioni sono confrontate quando si tratta di riferire di casi di nera e di giudiziaria, difficoltà derivanti da norme piuttosto restrittive, che paiono concepite durante una trasferta sulla Luna o a Pyongyang dei legislatori federali. E fa benissimo, l’Atg, a divulgare il documento (titolo: ‘Citazione dei nomi in cronaca - Libertà di stampa e doveri dei giornalisti’), rendendolo accessibile, sul proprio sito internet, a chiunque, e a organizzare per il prossimo mese una conferenza pubblica sul tema. Perché il dibattito deve coinvolgere tutti i cittadini, dato che la libertà dei media e la libertà d’opinione sono tra i barometri della democrazia di un Paese.

Da dieci anni i giornalisti svizzeri convivono con una procedura penale assai garantista che contempla regole severe sull’informazione al pubblico, le quali riducono di fatto i margini di manovra dei cronisti. Che non di rado si sentono chiedere per quale motivo nei loro resoconti non hanno fornito l’identità della vittima o dell’imputato, o non hanno riportato questo o quel dettaglio: sono domande formulate perlopiù da chi ignora l’esistenza delle norme e degli striminziti comunicati stampa delle nostre autorità giudiziarie o è un assiduo frequentatore del mondo parallelo. Quello dei social. Incontrollabile. Per i magistrati sovente impenetrabile. Dove si sdogana di tutto: nomi, informazioni coperte da segreto, particolari (insulti compresi). Ma c’è un altro mondo parallelo. Ed è quello dei siti di testate giornalistiche di altre nazioni. È capitato che su episodi accaduti in Svizzera con protagonisti loro cittadini pubblicassero notizie dettagliate. Riprenderle? Guai. Il cronista del media svizzero che lo fa rischia l’apertura a suo carico di un procedimento per violazione degli articoli 74 del Codice di procedura penale – che autorizza a diffondere il nome della vittima solo se quest’ultima o, se deceduta, i suoi congiunti “vi acconsentono” – e 293 del Codice penale, riguardante la divulgazione di atti “dichiarati segreti”.

Nel giugno del 2019 l’allora consigliere agli Stati Fabio Abate aveva sollecitato con una mozione l’allentamento delle regole. Proposta affossata. In ‘compenso’ si è appreso di recente dell’intenzione a Berna di inasprire (per i giornalisti) l’articolo 266 del Codice di procedura civile, articolo che può sfociare nel divieto di pubblicazione, ovvero in una censura preventiva. Sempre di recente si è pure letto dell’elezione da parte del parlamento vallesano del procuratore generale... avvenuta a porte chiuse. Per i cronisti. Come se spettasse a un gruppo farmaceutico nominare e stipendiare un magistrato.

Tempi duri in Svizzera per i giornalisti. Anche per quelli che si occupano di politica. In Ticino bisogna fare i conti con la suscettibilità di alcuni presidenti e alcuni membri delle commissioni del Gran Consiglio, cioè dei consessi in cui si prendono le decisioni, pronti a sommergere il Ministero pubblico di esposti (contro ignoti) per violazione del segreto commissionale. “Fughe di notizie” (a fronte di ‘noterelle’ stampa poverissime sul piano dell’informazione rilasciate da questi consessi) che permettono però di rafforzare il controllo democratico sui processi legislativi. In altri Paesi, non meno democratici del nostro, addirittura le audizioni nelle commissioni parlamentari sono accessibili ai cronisti e dunque al grande pubblico.

Clima pesante per la libertà di stampa, sancita dalla Costituzione federale. Cittadini e politici ne siano consapevoli.

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