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24.02.21 - 06:00
Aggiornamento: 18:37

Iniziativa ‘anti-burqa’, c’è del buono nel pot-pourri

Il Comitato di Egerkingen vuole fermare 'l’islamizzazione della Svizzera' vietando il velo integrale. Ma esistono già gli strumenti per far fronte a derive

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Keystone
Berna, 15 marzo 2016: lancio della raccolta firme per l’iniziativa detta ‘anti-burqa’ (a destra, il copresidente del Comitato di Egerkingen Walter Wobmann)

Chi non prova disagio al cospetto di una donna col velo integrale? A chi in quel momento non balena l’immagine di una Svizzera ‘islamizzata’? Dall’episodio al presunto fenomeno il passo è breve. Velo integrale o no, minareti, jihadisti, moschee finanziate dall’estero, strette di mano negate da allievi musulmani alle loro docenti: tutto allora finisce in un unico calderone. Un pot-pourri.

Il gran rimestatore si chiama Comitato di Egerkingen. Dopo i minareti (2009), questo manipolo di politici dell’Udc e dell’Unione democratica federale (c’è anche l’ex consigliere nazionale Ulrich Schlüer, già segretario di un certo James Schwarzenbach: ricordate, le iniziative contro l’‘inforestierimento’?) tenta il bis. Nel 2015 annunciò il lancio dell’iniziativa detta ‘anti-burqa’ scrivendo che “strutture parallele che si basano sulla sharia non devono avere spazio in Svizzera”. L’anno seguente suoi figuranti si fecero immortalare sulla Piazza federale con pastrani neri addosso, sotto i quali spuntavano finte cinture esplosive. Oggi a trainare il carro del ‘sì’ è anche il consigliere nazionale vallesano Jean-Luc Addor (Udc), condannato nel 2020 dal Tribunale federale per discriminazione razziale. Le donne col niqab? Già viste, sui cartelloni per il ‘no’ alla naturalizzazione agevolata degli stranieri di terza generazione.

Sì: quest’iniziativa (lanciata poco prima delle ‘federali’ 2015) è strumentale, pretestuosa (punta il dito contro il burqa per screditare l’islam), ‘fuori scala’ (una norma costituzionale per due dozzine di donne col niqab?). Ma solleva questioni finora “bagatellizzate” anche da “coloro che si dicono progressisti” (Etienne Piguet, vicepresidente della Commissione federale della migrazione). Come quella del ruolo delle donne musulmane in società pluraliste e secolarizzate. “Non possiamo negare che abbiamo problemi con l’uguaglianza dei sessi nell’Islam. L’iniziativa ci provoca. Ma questo non significa che oggi dobbiamo difendere il burqa”, dice l’imam di Berna Mustafa Memeti, già ‘Svizzero dell’anno’ per il suo impegno a favore della pacifica convivenza.

In realtà nessuno difende burqa e niqab. Non lo fa la stragrande maggioranza dei musulmani (Memeti: “niente a che vedere con la nostra religione”); né le femministe contrarie al divieto, che si battono per “l’autodeterminazione” delle donne, nella fattispecie di quelle poche convertite che avrebbero scelto (così è, a quanto pare) di andare in giro velate da capo a piedi. E tantomeno lo fanno coloro (alcune femministe, anche di sinistra, ma pure Addor & co., pronti ora a riempirsi la bocca di parole come “civilizzazione” e “dignità della donna”) che vorrebbero liberarle con la forza di un divieto dalle loro ‘prigioni’, vestimentarie e non. Buone intenzioni, in tutti i casi. Ma in un senso (laissez-faire) come in un altro (proibizione), i rischi – per le donne interessate, per la società intera – sono dietro l’angolo.

La convivenza civile passa anche dal guardarsi in faccia, giusto ricordarlo. Ma già oggi è reato forzare qualcuno a dissimulare il proprio viso. E si può negare il passaporto o revocare il permesso di soggiorno a chi dimostra di non essersi integrato, ad esempio indossando il niqab. Maggior rigore a questo livello serve “sicuramente di più contro l’islamizzazione [sic, n.d.r.] che non un simbolico divieto del burqa nella Costituzione” (‘Die Weltwoche’). Con il controprogetto del Consiglio federale, l’uguaglianza tra uomo e donna in questo Paese non farà chissà quale passo avanti. Ma è pur sempre meglio di niente. Quanto al divieto del niqab, un giorno se ne potrà riparlare. Casomai.

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