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Saïda Keller-Messahli
22.02.21 - 06:00
Aggiornamento: 12:36

'Qui le donne col niqab pervertono la nozione di libertà'

Saïda Keller-Messahli, fondatrice del Forum per un islam progressista, spiega il suo 'sì' all’iniziativa 'anti-burqa'. 'Niente romanticismo nel mio femminismo'

«Me ne frego di queste poche convertite che per un capriccio portano il velo integrale in Svizzera». Saïda Keller-Messahli è abituata a dire pane al pane e vino al vino. Ne abbiamo avuto una riprova la scorsa settimana. Invitata dalla radiotelevisione romanda Rts a ‘Infrarouge’, la fondatrice del Forum per un islam progressista non le ha mandate a dire alle sue dirimpettaie, la consigliera nazionale del Ps Ada Marra e Inès El-Shikh, del collettivo ‘Foulard viola’ che riunisce femministe musulmane. Il niqab [velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi, n.d.r.] fa passare «il messaggio che la donna deve scomparire dallo spazio pubblico»; e con l’iniziativa detta ‘anti-burqa’ non si vuole far altro che «vietare qualcosa di assolutamente inaccettabile», ha affermato la giornalista, attivista, Premio svizzero per i diritti umani 2016 e autrice di ‘La Suisse, plaque tournante de l'islamisme’ (Editions Livreo-Alphil, 2018). ‘laRegione’ l’ha intervistata.

Signora Keller-Messahli, fregarsene della sorte di “queste poche convertite col velo integrale” non suona molto femminista. È d’accordo?

No. Non c’è alcun romanticismo nel femminismo, così come lo intendo io. So per esperienza che anche le donne sono capaci di malvagità. Basti pensare alle mutilazioni genitali subite da giovani donne, in Africa o altrove. Sono le donne che le praticano. Nessun assegno in bianco alle donne, sono molto critica ed esigente anche nei loro confronti.

Una ‘vera’ femminista dovrebbe battersi per l’autodeterminazione delle donne; nella fattispecie, perché possano continuare ad essere libere di scegliere se portare il niqab o no.

Sì. Ma il problema è la scelta. Le donne convertite all’islam in Svizzera e negli altri Paesi occidentali hanno il lusso di poter scegliere tra libertà e schiavitù. In Europa ci sono poche donne talmente viziate da questo punto di vista, che finiscono per scegliere la schiavitù, pur facendo riferimento alla libertà. Trovo davvero ridicolo che vi siano persone che vogliono profilarsi con un burqa o un niqab in società democratiche come quella svizzera, che assegna alle donne il posto che si meritano (forse non sempre, ma questo è un altro discorso). Per contro, milioni di donne nate musulmane che vivono nei Paesi a maggioranza musulmana, questa scelta non ce l’hanno. Il diritto all’autodeterminazione, per loro, non esiste. Questo è il vero problema.

La teologa Doris Strahm afferma che le donne che portano il velo integrale in Svizzera “non sono oppresse, di conseguenza non le si deve liberare” vietando loro di portare il niqab.

Non voglio liberarle, non è affatto mia intenzione farlo. D’accordo: non sono oppresse, scelgono di vestirsi così di loro spontanea volontà. Ma su queste convertite c’è comunque una qualche forma di pressione, una pressione che può assumere forme diverse. Queste donne sono tutte sposate a un uomo musulmano, intanto. Sia quel che sia, a mio parere pervertono la nozione di libertà.

E quindi serve un divieto che le liberi, affinché riscoprano la vera libertà. È così?

Non penso in modo particolare a queste donne convertite, quando parlo dell’iniziativa che proibisce la dissimulazione del viso. Un simile divieto lo vedo come un segnale molto forte all’indirizzo di Paesi non democratici, nei quali milioni di donne soffrono discriminazioni, intimidazioni e violenze. Spesso tendiamo a ignorare, o a sottostimare, il peso dei messaggi che un piccolo Paese come la Svizzera – molto ammirato – può inviare al mondo, musulmano e non. Leggo i giornali in arabo, so di cosa parlo: so con quanto interesse si guarda alle società democratiche. E so anche quante donne veramente femministe, nel mondo musulmano, si battono contro questa uniforme [il burqa e il niqab, n.d.r.] che obbliga le donne a nascondere la propria identità, a scomparire dallo spazio pubblico.

Un divieto del niqab criminalizza le donne che lo portano, lasciando invece impuniti gli altri. Lo trova corretto?

Non ho mai capito di quali ‘vittime’ si parli. Queste donne hanno fatto una scelta, in tutta libertà, senza alcun tipo di pressione sociale, religiosa o politica. Devono assumersene la responsabilità fino in fondo, accettandone le conseguenze ed evitando di tacciare di razzista e islamofobo chi critica le loro scelte.

Un divieto potrebbe avere un effetto contrario a quello desiderato: anziché ‘liberare’ la donna che porta il niqab, potrebbe spingerla a rinchiudersi in se stessa, finendo con lo scomparire dallo spazio pubblico. Non la preoccupa una prospettiva del genere?

Se non usciranno più di casa, significa che c’è effettivamente un problema: una reale pressione su di loro. E quindi bisognerà fare qualcosa per toglierla, questa pressione. Esiste una legge per questo. Se invece sono le donne stesse che decideranno di non più uscire di casa, beh: dovranno assumersi le conseguenze. Perché la società permette loro di uscire.

Alcuni studi hanno mostrato che in Francia, da quando il velo integrale è proibito, un numero maggiore di donne indossa il niqab e il burqa. Non teme che la stessa cosa possa capitare anche in Svizzera?

Non credo sia uno scenario realistico per la Svizzera. Già oggi sono pochissime le donne che qui indossano il niqab. Non vedo come possa crearsi, dopo un divieto, un movimento di protesta che potrebbe spingere più donne a sceglierlo.

Prima i minareti, adesso il velo integrale: presto nella Costituzione federale potremmo avere due articoli che, più o meno esplicitamente, sono rivolti contro una minoranza religiosa. Continuando di questo passo, non si rischia di rafforzare la posizione dei fondamentalisti islamici?

Non credo. Perché questo divieto di dissimulare il proprio viso non va contro i musulmani. Il burqa, il niqab, non sono prescritti dall’islam. Sono semplicemente dei modi patriarcali e molto discriminatori di nascondere la donna. Milioni di donne musulmane al mondo non portano né niqab, né hijab [il foulard che cade sulle spalle lasciando scoperto il viso, n.d.r.]. Da decenni nel mondo musulmano le donne si organizzano e si battono per liberarsene: è una sorta di lotta culturale, all’interno del mondo musulmano, tra chi fa riferimento ai valori dell’Illuminismo e chi – in particolare dopo la rivoluzione khomeinista in Iran [1979]) – si fa portavoce di un islam politico autoritario, misogino, sempre più potente e aggressivo. Quest’ultimo ormai ha messo radici anche in Europa. Noi oggi, nelle società occidentali, dobbiamo rispondere a quest’islam politico, dobbiamo dire ‘no’. E per quanto riguarda la questione del velo integrale, è del tutto legittimo iscrivere nella Costituzione federale il principio che qui in Svizzera comunichiamo a volto scoperto. Lo ha scritto in una lettera a ‘Arcinfo’ anche l’ex giudice federale Raymond Spira.

Che effetto le fa ritrovarsi a fianco degli uomini del Comitato di Egerkingen, di un Jean-Luc Addor (consigliere nazionale Udc) condannato dal Tribunale federale per discriminazione razziale.

Molti, a sinistra, me lo chiedono. In effetti mi fa un po’ strano. Ma posso dire di non aver mai sostenuto in passato un’iniziativa dell’Udc. E quando nel 2018 il signor [Giorgio] Ghiringhelli [inventore dell’iniziativa ‘anti-burqa’ ticinese, n.d.r.] voleva premiarmi con lo ‘Swiss stop islam award’, ho rifiutato. La destra non ha niente a che vedere con la mia biografia. Quel che posso dire è che non mi lascio strumentalizzare da nessuno, né da destra né da sinistra. E per tornare all’iniziativa del Comitato di Egerkingen, l’ex giudice federale Spyra ricorda come la giurisprudenza del Tribunale federale insista sul fatto che “la legge si interpreta prima di tutto secondo la sua lettera”, non secondo le motivazioni dei promotori. E il testo dell’iniziativa, da questo punto di vista, è “limpido”: si limita infatti a stabilire che “Nessuno può dissimulare il proprio viso negli spazi pubblici né nei luoghi accessibili al pubblico”, salvo eccezioni per motivi inerenti la salute, la sicurezza, le condizioni climatiche e le usanze locali. È di questo, dunque, che bisogna discutere; non della mentalità dei promotori dell’iniziativa, che insistono su burqa e niqab.

Minareti vietati, velo integrale idem (forse): la prossima tappa sarà il divieto del velo, dello hijab? Lei sarebbe a favore?

Non ci sono calcoli politici dietro la mia posizione: non appartengo ad alcun partito, mi sento libera di argomentare come voglio. Per me il velo, qualsiasi velo, nel contesto musulmano è una discriminazione della donna. Conosco la ragione per la quale il suo corpo dev’essere coperto. Nella giurisprudenza musulmana e nel Corano, questo viene qualificato di “impudico” e ”indecente”, perché potrebbe condurre l’uomo sulla cattiva strada. Fonte di male, di tentazione, il corpo della donna – ad eccezione del viso e delle mani – deve quindi essere coperto. Quest’idea è stata sviluppata nel corso dai cosiddetti ‘saggi’ musulmani. E secondo questa concezione, anche la testa della donna va coperta. Ecco perché non faccio distinzione tra niqab e hijab. Diverse donne mi hanno detto che, con questa ‘storia’ del velo, da una vita si portano appresso un senso di colpa. E io sono persuasa che tutta una serie di fenomeni che nel mondo musulmano restano sotto traccia – come la violenza domestica, l’incesto, la pedofilia, i matrimoni forzati – sono da ricondurre fondamentalmente a questa concezione discriminatoria della donna.

Jean-Luc Addor ha tentato di lanciare un’iniziativa cantonale per vietare il velo a scuola. Il Consiglio di Stato vallesano l’ha dichiarata irricevibile, il Tribunale federale ha confermato. Non sarà probabilmente lei a rilanciare sul piano nazionale. Ma se un domani qualcuno dovesse farlo, la sosterrebbe?

Tutto dipende dal testo. In dicembre la consigliera nazionale Marianne Binder-Keller [Alleanza del Centro, n.d.r.], con la quale abbiamo fondato il gruppo interpartitico di donne ‘Frauenrechte Ja’ [che si batte per il ‘sì’ all’iniziativa, n.d.r.], ha presentato un postulato in tal senso: chiede al Consiglio federale di redigere un rapporto che indichi se sia fattibile vietare il velo alle bambine nelle scuole e negli asili.

Se una donna vuole portare il velo, che lo faccia. Il problema è che vedo nelle scuole coraniche delle moschee svizzere ragazzine che imparano a mettersi il velo già in tenera età, addirittura a partire dai quattro anni. Per me questo condizionamento sociale è inaccettabile. Perché si tratta di una sorta di marchiatura: nel contesto musulmano, mettere un velo sulla testa di una bambina significa che la piccola è sessualmente matura; deve perciò cominciare a nascondere ciò che c’è di bello del suo corpo, ciò che è fonte di tentazione per l’uomo.

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