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18.09.22 - 20:45
Aggiornamento: 23:12

L’Ue pronta a tagliare 7,5 miliardi di fondi a Orban

La proposta dalla Commissione Europea: per sbloccarli, chiede una serie di riforme all’Ungheria ormai ‘osservata speciale’

Ansa, a cura di Red.Estero
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Il primo ministro ungherese (keystone)

La Commissione Europea mantiene la barra dritta e, nonostante le promesse di Budapest, raccomanda al Consiglio di tagliare 7,5 miliardi di euro di fondi di coesione destinati all’Ungheria, ovvero circa un terzo del totale. Il governo di Viktor Orban, infatti, si è mosso per correre ai ripari - illustrando un pacchetto da 17 correttivi, compresa l’istituzione di una nuova ‘Autorità per l’Integrità’ con ampi poteri - ma lo ha fatto in ritardo, solo a partire da luglio, e dunque agli occhi dell’esecutivo Ue "i rischi di malversazione degli stanziamenti comunitari restano". Ora tocca alle autorità ungheresi: dovranno correre e fare sul serio, se non vogliono perdere i quattrini. Compresi i ricchi finanziamenti del Recovery.

L’attivazione del meccanismo di condizionalità, introdotto nel 2021 proprio per avere un’arma efficace nella protezione dei valori fondanti dell’Ue, come lo Stato di diritto, è una procedura separata rispetto alle regole del Recovery, che vivono di vita propria (la Commissione sul punto ha negoziati in corso, ad esempio, anche con la Polonia). Però, spiega un alto funzionario europeo, siccome in Ungheria sono state certificate "irregolarità, carenze e debolezze sistemiche" in settori chiave dell’apparato, tipo nella gestione degli "appalti pubblici", è lecito ipotizzare che, qualora i correttivi non dovessero arrivare, anche l’erogazione dei fondi del Recovery (ovvero il Pnrr) verrebbe sospesa (sempre che Budapest riesca a chiudere la partita entro fine anno, altrimenti dovrà salutare per sempre quei soldi).

Insomma, da qui a dicembre l’Ungheria sarà un vero e proprio osservato speciale. L’interlocuzione con la Commissione viene prevista su base giornaliera dato che il cronoprogramma delle riforme è serratissimo: il Consiglio ora ha tre mesi di tempo per esprimersi (la decisione è presa a maggioranza qualificata quindi niente veto) e l’esecutivo Ue dovrà dare la pagella finale. Il D-Day cadrà il 18 dicembre. Entro allora le 17 riforme dovranno essere messe a terra. Secondo la Commissione saranno in grado, nel loro complesso, di risolvere al questione. Ma, poiché le preoccupazioni attuali riguardano "sia il quadro giuridico che, in larga misura, la prassi amministrativa", Bruxelles ha "la necessità di vedere i dettagli delle misure concrete (da inserire nella legislazione) e la corretta attuazione degli elementi cruciali in tempo utile".

È quindi un ‘ma’ grande e grosso. Peraltro la Commissione fa notare che, qualora in futuro ci dovessero essere degli "arretramenti", il meccanismo di condizionalità potrà essere riattivato. Il messaggio è chiaro: niente scherzi. Il capo dello staff di Orban, Gergely Gulyas, si dice sicuro di poter chiudere la partita "entro novembre". Si vedrà. Intanto il commissario all’Economia Paolo Gentiloni non ha fatto sconti. "Difendiamo i valori dello Stato di diritto e proteggiamo il bilancio comune europeo: le autorità ungheresi sono chiamate a rispondere con misure correttive concrete", ha commentato dopo l’annuncio della Commissione. La sensazione è che, questa volta, si faccia sul serio. E non solo con l’Ungheria.

L’idea dell’Autorità per l’Integrità - che dovrà essere formata da figure di specchiata fama e slegate dai partiti, anche in tandem con "organizzazioni internazionali" - piace molto a Bruxelles e viene già indicata come una misura possibilmente "da replicare" in presenza di altre "carenze sistemiche" nell’uso dei fondi comunitari. Traduzione: altri Paesi membri farebbero bene a seguire con attenzione gli sviluppi.

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