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07.05.21 - 20:58
Aggiornamento: 10.05.21 - 15:13

Colombia nel caos: ‘Saccheggi ed esecuzioni in strada’

Il bilancio è di 24 morti dopo le proteste per la riforma fiscale che avrebbe sfavorito le classi più povere. ‘Nei negozi manca perfino il latte’

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Scontri nel centro di Bogotà (Keystone)

In Cile fu il rincaro del biglietto della metropolitana, in Perù l’imposizione di un presidente arrivato dal nulla e votato da nessuno, in Colombia è stata la riforma delle tasse.

Qualcuno scende in strada a protestare per una cosa e in pochi giorni tutti scendono in strada per protestare per tutto in un caos che mischia manifestanti pacifici, polizia, bande criminali, disperati di ogni sorta. Il confine tra protesta legittima, frustrazione, rivalsa e vendetta scompare e arrivano i morti, i feriti, i saccheggi. Ad oggi, in Colombia - dove le proteste sono iniziate il 28 aprile - i morti sono 24. I feriti e i saccheggi nemmeno si contano più. Le piazze si sono riempite in 600 diverse città, coinvolgendo oltre 5 milioni di persone.


Sos Colombia (Keystone)

Nella capitale Bogotà si abbattono le statue, a Medellín ci si scontra tra bande rivali, a Barranquilla quei pochi negozi che non sono stati assaltati transennano porte e finestre, in alcune zone di Cali non arriva più cibo, come ad Aguablanca, un quartiere povero in cui vivono 700 mila persone (il doppio degli abitanti del Ticino). “Le strade sono sbarrate, lo Stato non esiste più, comandano bande criminali che decidono se puoi passare da una strada oppure no, se la tua bici o la tua moto o la tua borsa è ancora tua oppure loro, se hai diritto di vivere oppure no, come accaduto a un tassista ucciso per aver rifiutato di pagare un pedaggio in una strada qualunque, dove i pedaggi non dovrebbero esserci”. A raccontarlo è la cooperante di Comundo (www.comundo.org/it)  Alicia Tellez Serralde, ticinese di origine messicana che dopo 35 anni di vita a Lugano ha fatto i bagagli ed è andata “in uno dei quartieri più pericolosi del mondo” per aiutare l’associazione Forculvida e il loro circo, un modo per promuovere lo sviluppo socio-culturale in un luogo in cui tutti, o quasi, sono abbandonati a loro stessi.

In fuga da Aguablanca

Alicia è scappata da Aguablanca alle 5 di mattina, uno dei pochi orari in cui - sebbene con enormi rischi - ci si può ancora muovere. È andata nel suo monolocale nel centro di Cali, dove di solito passa i weekend. Da lì, tra pochi giorni, volerà in Messico, perché il suo visto non è stato rinnovato. Non proprio un caso. “Da qualche tempo a questa parte non vengono rinnovati i visti agli stranieri, meno occhi vedono quel che sta succedendo, più è facile mantenere il controllo per una democrazia che ogni giorno che passa è sempre meno una democrazia”. A corroborare la denuncia di Alicia ci sono le parole e i dati di Flip, la Fondazione per la libertà di stampa: intimidazioni e altre forme di pressione sui giornalisti colombiani si sono moltiplicati fino a sei volte nell’ultimo decennio, dai 100 casi dei primi anni Duemila si è arrivati agli oltre 600 del 2020. “Durante le proteste sono state almeno ottanta le aggressioni nei confronti dei giornalisti, metà ad opera della polizia, cioè da chi dovrebbe garantire la libertà d’informazione”.


Fuoco e fiamme nelle strade di tutte le grandi città del Paese (Keystone)

Gli agenti sono sotto accusa tanto quanto le bande che rubano, saccheggiano e mettono sottosopra le città. Sono già stati segnalati casi di infiltrati che accendono gli animi dei rivoltosi, esistono video, foto e altre testimonianze di poliziotti che picchiano manifestanti pacifici o sparano ad altezza uomo. Vengono usati anche i temuti uomini dell’Esmad, le teste di cuoio, “protagoniste di scene di violenza che non hanno precedenti e che dimostrano una chiara intenzione di censurare quel che sta accadendo”. Il racconto di Johan Sebastián Moreno Castro, un avvocato di 27 anni che si occupa di diritti umani, è solo uno fra tanti: “Mi hanno ammanettato e tenuto in piedi per dodici ore”. Il fatto è accaduto a Piedecuesta, una città a nord di Bogotà, ma cose simili stanno accadendo ovunque, anche in aree turistiche come Armenia e Pereira, i centri abitati più grandi della valle del Cocora, famosa per il suo caffè. Qualche segnale di distensione arriva, dopo oltre dieci giorni di proteste, come la partita di calcio improvvisata tra manifestanti e poliziotti a Barranquilla, in mezzo alla strada. Altrove gli agenti hanno tolto i caschi e si sono rifiutati di andare contro a chi urlava la propria rabbia.


"Duque ferma il massacro" (Keystone)

Internet ko e coprifuoco allargato

Il Paese resta fuori controllo nonostante il ritiro del progetto di riforma tributaria decisa dal presidente colombiano Iván Duque e le dimissioni del ministro delle Finanze, Alberto Carrasquilla e del suo vice Juan Alberto Londoño. La riforma prevedeva un aumento generalizzato dell'Iva e una maggiore pressione fiscale sulle fasce di popolazione più povere, già gravemente colpite dalla pandemia. Un atto che dimostrava per l’ennesima volta la distanza tra il popolo e i suoi governanti: proprio il ministro dimissionario, Carrasquilla, si era tradito citando il prezzo delle uova, di quattro volte superiore rispetto a quanto lui dichiarato. Il governo colombiano non riesce a fare i conti in tasca a chi deve mettere insieme gli spiccioli per una frittata, ma conosce bene i bilanci delle grandi aziende, che sarebbero rimaste intoccate dalle nuove tasse. Ce n’era abbastanza per far esplodere il Paese e il Paese è esploso. I governanti hanno fatto del loro peggio, il sindaco di Bogotà ha fermato tutti i collegamenti dei bus (in una città di oltre 8 milioni di abitanti che non ha una metropolitana), costringendo centinaia di migliaia di persone a muoversi a piedi sotto la pioggia; il coprifuoco è stato anticipato alle 17 e in diverse aree del Paese la connessione internet è stata tolta o rallentata.


La protesta a Cali (Keystone)

Ora si spera in un ritorno alla semi-normalità. A poco o nulla era servito l’annuncio di una retromarcia sulla riforma fiscale, il 2 maggio. Ieri Duque si è detto pronto a ricevere i leader della protesta “per riportare la calma e per il bene del Paese”. A questo proposito, ha chiesto “la revoca di tutti i blocchi stradali” per permettere il passaggio di “scorte di ossigeno, medicinali, vaccini e cibo”. Sembra il minimo, ma non lo è, come conferma Alicia Tellez Serralde: “Nei quartieri dei ricchi c’è tutto o quasi, ad Aguablanca non è rimasto più niente. La settimana scorsa abbiamo recuperato quel poco che era rimasto dopo i saccheggi. Ora non si trova più nemmeno un litro di latte. Anche solo camminare per strada è un atto di coraggio. L’altro giorno un amico mi ha accompagnato con la moto al bancomat per ritirare quel po’ di soldi che mi serviranno per vivere in attesa di prendere l’aereo per il Messico. Non so come ringraziarlo”. Per andare in aeroporto Alicia si è accordata con un tassista fidato, che conosce da anni: “Senza di lui non so come farei. Sa come muoversi, dove andare, quali strade si possono fare, con chi parlare. L’altra mattina mentre fuggivo da Aguablanca c’erano pneumatici in fiamme, transenne ovunque. Con un po' di fortuna ce l’abbiamo fatta. Ma per i 700mila del quartiere più pericoloso di Cali non c’è nessun posto dove andare”.

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