L’intervista

Parole e musica di Fabio Concato

Mercoledì 23 novembre al Teatro Sociale, Galà di Natale della Fondazione del Patriziato di Bellinzona, col cantautore milanese fresco di Premio Tenco

Fresco di Premio Tenco
(Ravenna Photo)
19 novembre 2022
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È quello di "Tu che sei nata dove c’è sempre il sole" e di "Domenica ti porterò sul lago". I classici della canzone, ma quelli classici classici, a volte prendono altri titoli. Per affetto, per amore. Fabio Concato è quello di ‘Fiore di maggio’ e ‘Domenica bestiale’, ma anche quello di ‘Gigi’, tributo al padre e al jazz; è quello di ‘051’, la prima canzone a parlare di violenza sull’infanzia, quello di ‘Oltre il giardino’, a Sanremo a cantare di chi perde il lavoro; quello de ‘L’umarell’, la pandemia e gli anziani, tanto bella da vincere l’Ambrogino d’oro. Ma anche quello di ‘Musico ambulante’, il songbook di uno dei grandi del cantautorato italiano, fresco di Premio Tenco ritirato all’Ariston, casa del Festival ma anche del riconoscimento legato al fu Luigi.

Fabio Concato chiude il 2022 artistico della Fondazione del Patriziato di Bellinzona, che quest’anno ha festeggiato il 20esimo della sua creatura più nota, i Beatles Days. Animerà il ‘Galà di Natale’ il prossimo 23 novembre dalle 20.30 al Teatro Sociale. Con lui, sul palco, Ornella D’Urbano (tastiere), Diego Cassani (chitarre), Stefano Casali (basso) e Gabriele Palazzi (batteria). «Una domanda che non mi hanno ancora fatto? Non saprei, credo che me ne abbiano fatte molte in 45 anni. Se non tutte, ci siamo andati abbastanza vicini». Proviamoci...

Abituati ai tuoi toccata e fuga, ascoltarti per 40 minuti in tv è stato un tempo lunghissimo, oltreché dovuto…

Se ti riferisci a ‘Oggi è un altro giorno’, sulla Rai, ho stima di Serena Bortone, la sua è una trasmissione nella quale l’ospite musicale lo fanno anche parlare. Ho un buon ricordo di quel pomeriggio, finalmente sono riuscito a dire qualche parola in più che non fosse rispondere alla domanda "programmi per il futuro?". Anche rivedersi è stato emozionante…

In tv le monografie sono anche momenti fashion: 1977, ‘A Dean Martin’, maglia a V da circolo del tennis e capelli corti…

… cortissimi, perché ero sotto le armi ed ero abbastanza inquieto; qualcuno parlottava o non era attento, nel video si vede: mi volto e gli mando uno sguardo da mille coltelli, tipo "Allora, state a sentire o siete qui per rompere?" (con inflessione meneghina, ndr). Ero a ‘Piccolo slam’, con la povera Stefania, che era fantastica (Stefania Rotolo, showgirl italiana deceduta nel 1981, ndr). Era la mia prima apparizione in tv, ero teso, ma c’entrava anche il militare, che non mi divertiva granché. Stavo a Macomer, nel Nuorese, e quel simpaticone del capitano mi aveva mandato da lì fino a Cagliari con la scusa che soffrivo il mal di mare.

Anno 1982, iconografia concatiana: lunghi boccoli castani, camicetta bianca, cravattina, jeans, scarpe da vela, chitarra in mano e ‘Domenica bestiale’, il classicone…

Provo tanto affetto per quella canzone, lo sai, anche se ci sono stati anni in cui mi usciva dal cervello. Ma è quel che succede quando scrivi un grande successo. Voglio raccontarti questa cosa: nel 1982 a Bologna, nel palazzetto dello sport, partecipo a un evento con tanti altri autori e musicisti; ero previsto poco prima di Gino Paoli, e mentre siamo lì che aspettiamo, lui mi dice: "Preparati, perché con la canzone che hai scritto tra pochi anni non ne potrai più". Io gli chiedo perché e lui mi risponde che ‘Domenica bestiale’ aveva tutte le carte per essere la mia ‘Sapore di sale’.

Ci aveva preso?

Sì, ho avuto un paio d’anni in cui nemmeno era in scaletta; qualcuno durante un concerto si è anche arrabbiato; io, ingenuo, ho motivato l’assenza con il bisogno di disintossicarmi; mi fu risposta una cosa del tipo "ma chi se ne importa se tu ti devi disintossicare, io sono venuto a sentire ‘Domenica bestiale’, la prossima volta stai attento a quello che scrivi". Poi, più o meno a 25 anni dalla sua pubblicazione, mi sono accorto che è la canzone per antonomasia: c’è un testo romantico ma non troppo, c’è musica, c’è melodia…

… "difficile da suonare ma facile da ascoltare", diceva Franco Mussida ieri su queste pagine. Immediata sì, ma suonarla non è uno scherzo…

Quello che dice Franco è vero e mi ricorda il repertorio dei Beatles, che arriva come acqua fresca, come fossero canzoncine; poi prendi la chitarra, tenti di riprodurle e ti accorgi di quanto fossero musicisti.

Si può dire allora che, premiandoti, il Tenco abbia definitivamente consacrato il valore dell’immediatezza?

È così. La mia partecipazione quest’anno inizia con una telefonata di Stefano Senardi, presidente negli anni 80 della Polygram, uomo di raro talento. Mi ha detto: "Quest’anno ci devi venire perché hai vinto…". Gli ho detto che avevo sempre avuto un rapporto un po’ conflittuale con il Tenco, perché sentivo una certa sensazione di distacco; c’ero stato una volta sola, nel 1977, c’era anche Pino Daniele e ci siamo divertiti un sacco. Il fatto che quest’anno mi sia divertito tantissimo, e il fatto che Stefano ci tenesse tanto, mi ha fatto capire che quell’atmosfera un po’ ‘sacrale’ è sfumata. Comunque, il Tenco dato a me è un premio alla vecchiaia, ci tenevo a specificare…

Un premio alla carriera, semmai…

… è la stessa cosa, è il premio al fatto che sono ancora vivo (ride, ndr).

Ancora non esiste uno studio scientifico per capire come mai, nonostante ‘Guido piano’, per esempio, sia tutto tranne che un testo triste, chi ti ascolta si commuove. È accaduto in tv di recente…

Me lo chiedo anche io da tempo. Si dice che le mie frequenze producano questa cosa, perché se ti commuovi su ‘051’ è un paio di maniche, ma su ‘Guido piano’ è un altro. Antonio Mezzancella mi ha detto che piangeva perché era felice, perché è la canzone che trent’anni fa ascoltava in auto coi genitori. Ma altre volte la motivazione non è quella.

Anche Stefano Bollani si è commosso suonando ‘È festa’…

Sì. Valentina, la moglie, sostiene che io sia l’unico ad aver fatto commuovere il marito. Le ho detto che tra bravi ci s’intende… (ride, ndr)

Mercoledì prossimo, ‘Musico ambulante’ al Sociale: anche lì scenderai tra il pubblico?

Se c’è la scaletta per scendere e la vedo bene, certamente... (ride, ndr) Più o meno trent’anni fa caddi dal palco forse più alto d’Italia, quello del Teatro comunale di Bagnacavallo, storicamente importantissimo, per l’opera in particolare; preso dall’enfasi, mi allungai troppo e il palco nel frattempo era terminato, ma quando me ne accorsi avevo già il sedere per terra. La gente si spaventò molto, io mi rialzai, dissi una delle mie buffonate – "Era tutto programmato" – e qualche anno dopo cominciarono i disturbi: andai a farmi una radiografia e il dottore mi disse che mi sarei potuto scordare il cavallo. Gli risposi di non essere mai andato a cavallo, e capii. A Bagnacavallo mi ero rialzato come l’omino Michelin, ma ero andato giù a 70 chilometri l’ora, una cosa da farmi male davvero.

E dire che sei uno che canta ‘Guido piano’…

Quella volta no, cantavo ‘Dancing blu’.

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