Spettacoli

I settant'anni di Baglioni, in questa storia che è la nostra

Per Ennio Morricone, ‘Audio Bagliori’, soprannome di un cantastorie che domenica 16 maggio compie settant'anni, non necessariamente tutti d'amore

Claudio Baglioni (foto: Alessandro Dobici)
15 maggio 2021
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Dopo un concerto di qualche anno fa, Ennio Morricone lo aveva ribattezzato ‘Audio Bagliori’. ‘Audio’ da ‘Audio’ e ‘Bagliori’ da flash, lampi di luce. E ‘Audio Bagliori’, dalla pagina social, il giorno in cui il Maestro se n’era andato, lo aveva salutato così: “Io che ho avuto l’onore e il privilegio di conoscerti e lavorare con te, ti mando un saluto e mi firmo come ti piaceva chiamarmi”. In un libro intitolato molto semplicemente ‘Cantastorie’ (Einaudi, 2005), un Ennio Morricone vivo e vegeto dava un’altra definizione dannatamente perfetta di Claudio Baglioni, settant’anni domani: “Nelle sue canzoni sono assenti i ‘vizi’ e le ‘furberie’ di altri suoi colleghi (furberie e vizi che non critico data la ricerca finale del successo), con il risultato morale e musicale di grande purezza e dignità”.

Di tutto il concetto – oltre a quello splendido inciso sul successo, stante il fatto che in pochi scrivono scientemente qualcosa di veramente brutto – il complimento più bello è “morale”, perché nell’intera produzione di Baglioni, uno da un album ogni cinque anni (e l’ultimo, ‘In questa storia che è la mia’, dopo sette), non c’è un solo atto di dubbia moralità musicale. Semmai cose riuscite e cose meno riuscite. O anche, cose che possono piacere e altre che possono non piacere, ma nel rispetto di quella musica leggera mai troppo leggera, da scriversi al massimo delle possibilità. Evolvendo ed evolvendosi. “Certo – dice Morricone in quella prefazione – forse Claudio non pensa a un risultato ‘scientifico’ dei suoi temi, sono quasi certo (non certissimo) che tutto questo sia il risultato di una sua geniale intuizione. Ciò non toglie nulla al valore tecnico della sua tematica che credo sia assoluto”. Conclusione alla quale lo stesso Morricone giungeva dopo una canzone “di cui non ricordo il titolo”, dice, ascoltata all’Arena di Verona dopo un po’ di anni e dopo il successo di ‘Questo piccolo grande amore’: “In quella canzone – spiegava il Maestro – trovai una logica nella successione degli intervalli che nelle canzoni non esiste quasi mai. A casa l’analizzai, e scoprii che l’intuizione all’ascolto era giusta. Da allora mi diverto a scoprire la logica delle sue melodie”.

Respiro

Chissà qual era la canzone “di cui non ricordo il titolo”. Magari era una cosa semplice, uno dei grandi successi estivi di Baglioni, di quelli che Morricone arrangiava quand’era giovane. Oppure era ‘Fammi andar via’ (dall’album ‘Io sono qui’, 1995), quando il cantastorie portò musicalmente l’asticella più in alto, nel crescendo dichiaratamente operistico che accompagna il racconto di uno dei tanti dolorosi addii senza un addio, la disperata pretesa del diritto all’oblio di un non più amato (“E se andrai lontano / Fa’ che non sia troppo fuori mano / O trova un posto irraggiungibile”). Un addio dai tempi dilatati, gli stessi di ‘Tamburi lontani’ (da ‘Oltre’, 1990), un allestimento, un incedere da Cirque du Soleil per un lento, interminabile scorrere di affetti a forma d’albero; gli stessi tempi lenti di ‘A Clà’, dialogo fra sé e sé, fra l’artista e l’uomo abbandonato per lasciargli spazio (all’artista), ultima traccia da ‘Viaggiatore sulla coda del tempo’, 1999; lo stesso ampio respiro da romanza più tardi contenuto in ‘Come ti dirò’, dall’ultimo album d’inediti, il sedicesimo.

Stelle minori

‘Fammi andar via’, ‘Tamburi lontani’, ‘A Clà’, ‘Come ti dirò’. Le chiamano stelle minori, o non le chiamano affatto, perché oggi contano i singoli. Nel celebrare Claudio Baglioni l’artista riempistadi, passato in cinquant’anni di carriera dalle ragazzine urlanti, poi mamme di ragazzine urlanti che accompagnano ragazzine urlanti allo stadio, e infine nonne non più urlanti ma sempre applaudenti (e sempre allo stadio), qualcuno, parlando di lui, ancora preferisce fermarsi alle canzoni in riva al mare e alle storie che finiscono, concedendosi al massimo qualche inno generazionale senza tempo, un gancio in mezzo al cielo da ‘Strada Facendo’ o l’attimo fuggente de ‘La vita è adesso’, tralasciando piccoli lampi di poesia non necessariamente sentimentalista come ‘Gagarin’ (“Io vestito da robot / Per primo volai”), o come la guerra in ‘Ninna nanna nanna ninna’, il “gran giro di quattrini” riassunto dal Trilussa e messo dal Baglioni in musica, o tutti gli ‘Uomini persi’ dal mondo, la constatazione che “Anche quei pazzi che hanno sparato alle persone / Bucandole come biglietti da annullare” un tempo sono stati bambini, e “Hanno pensato che i morti li coprissero / Perché non prendessero freddo e il sonno fosse lieve”. Due canzoni, queste ultime, portate sul palco di Amnesty International a Torino, anno 1988, e oggetto di lapidazione da parte di un pubblico che a parlare di guerra avrebbe preferito Vasco o magari Zucchero, in versi pacifisti come “con le mani sbucci le cipolle”.

Ma Baglioni è sopravvissuto al Comunale di Torino e pur tra mille insicurezze è andato oltre. Con ‘Oltre’ (1990), pozzo senza fondo dal quale tutti hanno attinto, album dalla gestazione complicata, quello di ‘Mille giorni di te e di me’ (si chiamano ‘singoli’, fanno vendere tanti dischi, non è peccato, ci si assicura la pensione), ma anche quello di ‘Stelle di stelle’, duetto-non duetto con Mia Martini, due voci che si rincorrono sino alla fine, sfiorandosi, senza incontrarsi mai. E prima che “la musica è bella tutta”, prima che J-Ax duettasse con Al Bano, prima che tutti volessero cantare con Cristina D’Avena ma ci sono voluti trent’anni, Claudio Baglioni si metteva in gioco in un programma di culto della tv italiana, ‘Anima mia’, cantando ‘Sandokan’, ‘Pippi Calzelunghe’, ‘Ufo Robot’, ‘Buonasera dottore’. È tutto, splendidamente arrangiato insieme al chitarrista di sempre, Paolo Gianolio, in un disco che si chiama ‘Anime in gioco’ (1997). Ci sarebbe anche un Claudio Baglioni a Napoli, ‘InCanto tra pianoforte e voce’, tre ore di repertorio voce e pianoforte, suonato da sé. Ecco, la lista è finita. Era solo per confutare l’equazione Claudio Baglioni-uguale-Questo piccolo grande amore.

Gli anni più belli

Abbiamo iniziato con ‘Cantastorie’; abbiamo parlato di un cantastorie; finiamo ancora con ‘Cantastorie’. Alla prefazione del Maestro su quel libro con dentro tutti i testi, dalla esageratamente, disperatamente triste ‘Notte di Natale’ (1970) alla più ottimistica ‘Crescendo e cercando’ (2005), si univa un ulteriore scritto di Giuseppe (da Morricone amichevolmente detto ‘Peppuccio’) Tornatore, aperto da una domanda di carattere cinematografico: “Può la musica somigliare a un volto? Il protagonista di uno dei miei film ne era convinto. Credeva che a ogni essere umano corrispondesse una melodia, una soltanto, diversa da quella di tutti gli altri”. Come le impronte digitali. Un concetto “da cinematografari” che per Tornatore conduceva a quelle voci (“Rare eccezioni”) che hanno “il potere di evocare intere stagioni della nostra storia”. Chiude così, Peppuccio: “Claudio Baglioni è l’apriti sesamo di un covo segreto dove si conservano intatti i profumi, i colori e le emozioni della nostra giovinezza. E gliene siamo grati due volte, perché, ancora oggi, qualunque canzone egli canti, il miracolo torna fatalmente a ripetersi”. Come in ‘Gli anni più belli’, bella canzone di un film bruttino di poco tempo fa, gli anni ormai alle spalle, “con le ferite dei duelli e spalle di fardelli”, ma anche gli anni in cui si possono scrivere grandi album come ‘In questa storia che è la mia’, da riascoltarsi live in streaming il prossimo 2 giugno dal Teatro dell’Opera di Roma. Una storia che è la sua, ma che è anche la nostra.

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