laR+ L’intervista

‘Climbing Iran’, la libertà secondo Nasim Eshqi

La free climber iraniana apre nuove vie, non solo sulla roccia. L’abbiamo incontrata all’Usi, luogo di proiezione del film di Francesca Borghetti

25 agosto 2023
|

“Sento che è pericoloso filmarti…”, dice Francesca, preoccupata di inquadrare una donna senza velo; “Fuori dall’Iran potrei anche essere nuda”, risponde Nasim, che all’inizio del film che parla di lei fa la sintesi di tutto: “Non è ‘Iran’, è ‘Repubblica islamica dell’Iran’, questo è il suo nome. Il nostro Paese è ‘Islam’. Significa che ti devi coprire la testa anche se sei una turista. È come la cintura in macchina”.

In ‘Climbing Iran’, Francesca Borghetti racconta Nasim Eshqi, pioniera dell’arrampicata all’aperto in un Paese nel quale alle donne è consentito di arrampicarsi soltanto al chiuso, soltanto su pareti artificiali, a orari prestabiliti e rigorosamente tra donne. ‘Climbing Iran’ è la storia dell’atleta che ha aperto nuove vie sulla roccia, che ha fondato una sua accademia per estendere l’esperienza ad altre donne, ma è anche la storia della bimba iperattiva che giocava con i maschi, che faceva baccano e vestiva a colori, una specie di pecora nera della famiglia (per i parametri dello Stato islamico) che nello sport ha trovato la sua salvezza. ‘Climbing Iran’ è anche la storia della ragazzina che vinceva le gare di kickboxing e nascondeva le medaglie, e che di fronte all’idea di combattere col velo, quella disciplina l’ha abbandonata, “perché non volevo essere uno strumento pubblicitario, per nessun partito”. ‘Climbing Iran’ è la storia della 23enne che per caso scopre l’arrampicata e la sua splendida lentezza, e fa di quello sport un movimento di liberazione. È una storia aggiornata a prima di Mahsa Amini, la giovane morta a Teheran perché non indossava correttamente l’hijab, ma che dice anche di lei.

Compagne di cordata

Le incontriamo entrambe, protagonista e regista del film, prima della proiezione di mercoledì scorso a Lugano, durante il Mem Summer Summit dell’Usi che si chiude domani con il Forum aperto al pubblico, incentrato sulla regione del Medio Oriente Mediterraneo. «Era necessario diventare compagne di cordata, ed è accaduto non appena abbiamo trovato la fiducia reciproca», ci dice Francesca Borghetti. «C’erano pericoli evidenti nel girare in Iran, sin dal formato scelto, l’audiovisivo. Ho sentito la responsabilità di non esporre Nasim a rischi più grandi di quelli che già di suo aveva scelto di correre». Francesca dice anche di non essere stata spinta verso la scalatrice da una particolare passione per l’arrampicata, bensì «all’inizio, dalla metafora del superare le barriere, e poi dal suo aprire nuove vie e dal rapporto con la natura».

“Ho pensato di vivere altrove. Come donna di sport, sarebbe più facile in Europa, ma l’Iran mi ha resa la donna che sono”. Parole di Nasim dal film. Ora la scalatrice vive in Italia, perché il 16 settembre 2022, data della morte di Mahsa Amini, molto è cambiato. Molto, ma non tutto. «Il fatto che io non viva in Iran non significa che abbia cambiato idea. È sempre l’Iran a fare di me la donna che sono, là ci sono la mia famiglia, i miei studi, i miei insegnanti, la mia lingua e anche le difficoltà. In Iran ho imparato a sopravvivere in un modo che l’Europa non potrebbe insegnare. Sono la donna che sono anche per l’avere assorbito le differenze tra la mia nazione e quelle occidentali». Tornando alle parole che aprono il film, «il regime islamico – ci dice – ha provato a fare di me una donna che lavasse panni, che allevasse bambini, una donna non pensante, che servisse il marito e non avesse sogni. La gente, quando sente parlare dell’Iran, pensa subito alla Repubblica islamica, e invece l’Iran è anche natura, persone, umanità. E montagne».


Compagne di cordata

Voci

Quando visita altre nazioni, per Nasim sono sempre le montagne la discriminante. Non è mai stata in Olanda o in Danimarca, per intenderci. La scelta di lasciare l’Iran è stata dolorosa tanto quanto sarebbe stato il farvi ritorno: «Non era mai accaduto che il regime uccidesse una ragazza innocente e ne fosse così orgoglioso. Ero in Europa per scalare, il mio ritorno era programmato un paio di settimane dopo la morte di Mahsa. Il film era già uscito, mi stavo spendendo per far luce sulla situazione nel mio Paese e avevo capito che tutto, in Iran, era pronto perché io finissi in carcere». Nasim aveva capito anche che per essere la voce di sé stessa, e quella di tante altre donne, avrebbe dovuto sacrificare tutto ciò che là aveva costruito, «l’accademia, la casa, la famiglia». Nessuna alternativa, se non «tornare e starmene calma», impossibile per chi davanti ai muri non ha mai sbattuto la testa, ma ha sempre provato a passare di fianco.

In Europa, comunque, non è tutto rose e fiori. In Italia, Nasim va d’accordo col gorgonzola, ma lotta contro concetti come ‘partita Iva’, ‘codice fiscale’, ‘fattura’: «Mi sento una bimba che per ogni cosa deve chiedere aiuto, perché la burocrazia in Iran non esiste. Fanno fatica gli italiani, s’immagini io. Ma la montagna – sorride – mi regala l’energia».

‘La rivoluzione ha già vinto’

Una parte del cast tecnico di ‘Climbing Iran’ è iraniana e Francesca si dice fortunata. «In Iran ho toccato con mano la vita artistica, la musica soprattutto, costretta a restare ‘underground’ così come il mondo della graphic novel e una parte del cinema, ma il fermento resta fortissimo». Una delle grida dall’underground è arrivata fino a Locarno76: “Il regime vuole controllare il modo in cui viene raccontata la società iraniana, per nascondere la verità. Ma penso che sia troppo tardi e che, alla fine, il regime crollerà”, ha detto Sina Ataeian Dena, produttore di ‘Critical Zone’, Pardo d’Oro 2023. «La rivoluzione ha già vinto, se non fisicamente, di certo mentalmente», commenta Nasim. «L’immagine di un 12enne con la foto dell’ayatollah sotto i piedi è qualcosa di assolutamente inedito. Per le strade ci sono ragazzini che stracciano fotografie, che vi orinano sopra, e i genitori li guardano esterrefatti perché vedono ciò che loro non sono mai stati in grado di fare, e lo accettano. La rivoluzione è compiuta, il regime si aggrappa ancora ai soldi, spalleggiato dalle nazioni che ancora scendono a patti con esso, ma quanto può durare? Ciò che dice quel produttore è vero ed è già accaduto. Non c’è un solo dittatore, per quanto lungo sia stato il tempo di permanenza al comando, che alla fine non sia caduto grazie al potere della gente».

Nasim specifica di non parlare in termini di politica, ma di diritti umani, «due elementi molto distinti che oggi si tenta spesso di far coincidere. Se vuoi difendere una bambina non stai facendo politica, sei solo qualcuno che vuole difendere una bambina. È per questo che non sono tornata in Iran».

Per tutte le donne del mondo

L’atleta Nasim ha ricominciato ad aprire vie sulla roccia: «Era un’esigenza in Iran, dove non ve n’erano abbastanza, e aprire nuove vie non è niente d’impossibile se hai uno staff valido e fai tanto esercizio. Il mio scopo è sempre stato condividere, con un’altra persona, o con un altro luogo. Un mese fa ho ricominciato, dedicando ogni nuova via a un movimento che si batte per le donne». A cominciare da Chamonix-Mont-Blanc: «Il leggendario Michel Piola ha sposato questa causa, ne sono onorata». La cosa si ripeterà presto sulle Dolomiti e in Svizzera.

Non sappiamo se il titolo sarà il medesimo, ma ‘Climbing Iran’ sarà presto un libro, per volere delle autrici e di Garzanti che lo stamperà. Grazie all’incontro del Mem Summer Summit, regista e free climber hanno potuto discutere del progetto: l’appuntamento è per novembre. «Tutto questo – conclude Nasim – non è solo per le donne dell’Iran, ma per tutte le donne del mondo. In questo modo la voce diventa più grossa: se non la usiamo come si deve, è come essere muti».


Francesca Borghetti (sx) e Nasim Eshqi

Leggi anche:
Resta connesso con la tua comunità leggendo laRegione: ora siamo anche su Whatsapp! Clicca qui e ricorda di attivare le notifiche 🔔