Culture

A ChiassoLetteraria le transizioni poetiche di Giovanna Vivinetto

Intervista alla poetessa italiana, ospite del festival per presentare ‘Dolore minimo’, racconto in versi del proprio cambio di identità

4 settembre 2021
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Un ‘pianeta proibito’ quello al centro di ChiassoLetteraria, un mondo inospitale sotto molteplici aspetti, dal clima alla società, e una generazione indicata come quella che lo potrà salvare. Tra gli ospiti, oggi una poetessa che in maniera dirompente ha saputo delicatamente raccontare la sua ricerca di identità: Giovanna Cristina Vivinetto. Nata a Siracusa e cresciuta a Floridia, la Vivinetto ha pubblicato per interlinea nel 2018 ‘Dolore minimo’, raccolta di poesie premiata al Premio Viareggio del 2019. Il libro, che narra la sua transizione transessuale, è stato definito opera rivelazione (Alberto Bertoni) e caso letterario dell’anno (Dacia Maraini e Alessandro Fo), sia per la compattezza del verso poetico, potente e delicato al contempo, sia per aver saputo infrangere un tabù culturale con estrema naturalezza. La natura stessa, fatta di alberi verdi, foglie secche, terra che sporca e fiume che lava, prende inizialmente largo spazio in questi versi a tratti mistici a tratti estremamente affrancati alla realtà, sempre potentemente sinceri. Poi con l’andare delle poesie la scrittura diventa quasi anatomica, sul corpo, in un corpo che non basta più a spiegare quanto accade nell’anima. E capiamo più da vicino cosa significa transessualità.

Giovanna Vivinetto, con questo libro ha preso parola su un tema fino a ora in poesia non ancora affrontato, dando in fondo anche voce, con le sue parole, alle storie di molte altre persone. Crede anche lei – come suggerisce il festival – che siamo l’ultima generazione a poter dire e fare qualcosa per migliorare il mondo in cui viviamo? E che questo a volte ci dà quel coraggio che è mancato prima?

Non lo so: è caratteristica dell’uomo quella di commettere gli stessi errori dei padri! Considerarsi diversi da chi ci ha preceduti è un azzardo ma anche una speranza.

Ogni anno ci sono catastrofi sempre più ingenti, posso parlare con cognizione di causa perché proprio a Floridia quest’estate è stata registrata la temperatura più alta mai calcolata in Europa. Cambiare il mondo è un’urgenza che non si può rimandare.

Per quanto riguarda il mio caso specifico, io ho infranto un tabù, ma non ho avuto particolare coraggio. Ho messo in versi una storia che è la mia, ma anche quella di molti altri. La contemporaneità è caratterizzata anche dalla storia delle minoranze: c’è sempre qualcuno che ne parla ma mai i diretti interessati. Così per la transessualità. In questo caso dai medici, anche perché fino al 2018 la transessualità era considerata una malattia mentale, da curare. Qui ne parlo io in prima persona.

Cosa ha voluto dire per lei scrivere ‘Dolore minimo’? Quanto ha significato in senso civile?

È stata un’operazione dirompente, importante. Se oggi torno a rileggere quello che ho scritto mi chiedo come ho fatto, non ne sarei più capace. È difficile scrivere senza l’urgenza, io non scrivo versi da più di un anno perché non ho qualcosa di nuovo, vero e onesto, da dire.

L’altro giorno mi è capitato tra le mani il manoscritto e mi sono sorpresa constatando che tante poesie erano scritte di getto: c’era un movimento interiore che ha portato questa nitidezza. L’atto di scrivere non è dettato dalle scadenze e merita il rispetto che la poesia comporta. Ci vuole onestà intellettuale.

Per quanto riguarda il valore civile, nel caso di ‘Dolore minimo’ è stato dirompente perché in poesia un discorso tale non era ancora stato affrontato. Molte persone e associazioni Lgbt si sono avvicinate all’opera e l’hanno considerata un bel messaggio, riconoscendone anche il valore letterario. Ma la poesia tutta ha una dimensione sociale, si muove tra gli uomini e per gli uomini. Veicola messaggi, li rende universali.

Che valore ha per lei la parola poetica e perché l’ha scelta per raccontare la sua storia?

Oggi direi che non c’era altro modo per esprimere un’esperienza così particolare se non attraverso la capacità di condensare propria della poesia. La prosa disperde i significati, i contenuti, mentre la poesia permette di raggiungere un grado di comprensione superiore proprio attraverso la ristrettezza di parole, funziona a sottrazione, è più efficace. In realtà mi sono messa a scrivere naturalmente in versi, senza averlo progettato.

Trovo che il suo libro possa parlare a molti, perché in questa trasformazione c’è anche l’incontro con l’altro sé che sta dentro di noi, che può far paura, che osserviamo prima da lontano, poi più da vicino, che aneliamo e nel quale poi ci possiamo fondere… è corretto?

Sì, questo è un concetto sul quale ho riflettuto spesso. Il libro affronta la transizione tra un’identità e l’altra. Ma in fondo tutti noi andiamo incontro a delle trasformazioni, perdiamo qualcosa e acquisiamo altro. È il bello dell’esistenza, del potersi evolvere. La poesia ha diversi piani di lettura, oltre a quello letterario troviamo quello simbolico, che parla a molti.

Nella prefazione a ‘Dolore minimo’, Dacia Maraini scrive della difficoltà di essere madri di sé stesse, di diventare adulti due volte. Lei stessa utilizza la parola madre in maniera potente, simbolica, in molte poesie.

È come se con la poesia io avessi messo in chiaro quello che stavo compiendo nella vita, è stato necessario, a livello psicologico. Me ne sono accorta dopo. Essere genitore e figlio, quello che mi è accaduto, è un’esperienza bellissima che mitiga tutta la difficoltà di rimettersi al mondo in modo completamente nuovo. Aver trovato il coraggio di affermarsi in quanto persona nuova implica non solo il coraggio di tutta la situazione ma anche una grandissima cura, quasi materna sì.

Non bisogna avere fretta, per quello che accade dentro di sé. Quello che mi importava era diventare Giovanna nel modo più sereno possibile.

In ‘Dolore minimo’ vi sono alcune intense poesie scritte per non dimenticare Giovanni. Che rapporto ha con il passato?

Il rapporto oggi è totalmente pacifico. Se mi capita di vedere vecchi album di foto dove incontro il ragazzino che ero, alla luce di quella che sono oggi leggo con affetto tanti meccanismi di difesa che avevo messo in atto ma di cui non ero cosciente. Alle superiori per esempio io ero chiuso in me stesso, più concentrato sullo studio che sulla vita sociale, era il mio modo per proteggermi. Il bello della transizione è contenere in sé anche le contraddizioni e riconoscerle come parte di me stessa.

La poesia

L’altra nascita portò con sé
la distanza degli alberi
– la verde solitudine dei tronchi.
A noi parve – per così tanto tempo –
di non toccarci mai, mai raggiungerci
– per quanto ci protendessimo l’uno fra i rami dell’altra –,
mai poterci dolere con foglie
solamente nostre – e che la tempesta
non rendesse indistinguibili.

Ci vollero diciannove anni
per prepararsi alla rinascita,
per trasformare la distanza tra noi
in spazio vitale, il vuoto in pieno,
il dolore in malinconia – che altro
non è che amore imperfetto. Aspettammo
i nostri corpi come si aspetta
la primavera: chiusi nell’ansia
della corteccia. (…)

da ‘Dolore minimo’, interlinea 2018, pagine 34-35

 

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