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Renzo Ambrosetti (sinistra) e Marco Tognola
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15.10.21 - 16:55
Aggiornamento: 26.03.22 - 15:43

I 40 anni da sindacalista di Ambrosetti in un libro

Vania Alleva (Unia): ‘I liberisti criticano il nostro patrimonio, ma in realtà vogliono attaccare i Ccl’

«Un viaggio nel tempo per capire cosa sono stati il sindacato e la nostra società in questi quarant’anni». Il giornalista Marco Tognola definisce così il libro che ha curato sulla figura di Renzo Ambrosetti. La pubblicazione, dal titolo ‘Dalla parte giusta’ ed edita da Fontana edizioni, ripercorre gli anni dal 1978, quando Ambrosetti è stato assunto come funzionario della Flmo a Lugano, al 2015, quando ha lasciato la copresidenza nazionale di Unia. Vengono anche toccati altri temi, legati all’impegno politico e alla vita privata. Un periodo che è ora impresso su carta sotto forma di intervista, seguito da alcune testimonianze e documenti. «Il testo non vuole essere un saggio storico, ma una testimonianza, uno spaccato di vita soggettivo», dice lo stesso Ambrosetti. «Spero che possa contribuire a mantenere un po’ di memoria per le giovani generazioni».

‘I liberisti criticano il nostro patrimonio, ma in realtà vogliono attaccare i Ccl’

«Renzo ha avuto un ruolo centrale nella storia del movimento sindacale svizzero. Questo in un momento chiave come la nascita di Unia», ricorda Vania Alleva, presidente nazionale del sindacato. «È un grande difensore e promotore dei contratti collettivi di lavoro. Essi permettono di personalizzare per settore e azienda le condizioni di lavoro e di coinvolgere direttamente i lavoratori e le lavoratrici nelle trattative. I Ccl sono al centro del nostro impegno e vengono ora di nuovo attaccati da forze liberiste. Ci criticano a causa del nostro patrimonio, ma in realtà vogliono osteggiare la protezione dei salari».

Grandi cambiamenti

Nei decenni raccontati nel libro i cambiamenti economici, politici e sociali sono stati «dirompenti, con alcune fasi estremamente rapide – ricorda Ambrosetti –. L’inizio della mia attività è stato contraddistinto ancora dalla scia degli anni del dopoguerra. Era raro che un’azienda lasciasse a casa personale e se proprio era necessario si trovava facilmente un posto ai lavoratori in questione. Poi le dinamiche sono cambiate e i primi shock si ebbero quando i licenziamenti toccarono centinaia di persone, come nel caso della Monteforno. Eravamo un po’ smarriti, non sapevamo bene come affrontare queste situazioni. Increduli erano anche i dirigenti e i dipendenti».

‘La solidarietà all’interno delle associazioni padronali è venuta a mancare’

Altri mutamenti sono stati quelli della posizione dei datori di lavoro, «dei ‘padroni’, come si diceva all’epoca», racconta Ambrosetti. «Questi conoscevano i loro dipendenti, avevano una sensibilità sociale e veniva loro il mal di pancia se dovevano licenziare qualcuno». Con il tempo sono arrivati i manager «catapultati da chissà dove, che non avevano assolutamente nessuna radice, nessun contatto con la realtà locale. Per loro, che dovevano sottostare agli obiettivi aziendali, l’importante era salvare la loro sedia e la remunerazione. Di riflesso è diventato più difficile instaurare un rapporto di partenariato sociale». Riguardo alle associazioni padronali: «Non ci sono più delle controparti con cui adesso si può lavorare in modo concreto. La solidarietà all’interno delle associazioni padronali è venuta a mancare. Ognuno guarda per se stesso e quindi queste organizzazioni hanno meno peso».

‘Se non si uniscono le forze certi risultati non si possono ottenere’

«Parte del testo parla anche del valore delle fusioni, delle aggregazioni», spiega Marco Tognola. «Si sono uniti sindacati molto diversi fra di loro, ma il mondo cambia e giustamente bisogna andare in quella direzione. Se non si uniscono le forze certi risultati non si possono ottenere». Con la realtà che cambiava «si è presentata la necessità di adattarsi, di passare da un sindacato professionale a uno interprofessionale – dice Ambrosetti –. Una delle cose fondamentali era coinvolgere gli associati nella fusione, per far sì che si sentissero ancora a casa. Per farlo è stato necessario l’ascolto, la comprensione. Come sindacalista bisogna voler bene alla gente, avere voglia di passare del tempo con loro».

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