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29.03.22 - 12:09
Aggiornamento: 16:55

Locarno, l’identità di genere è una questione di società

Ragioni e modalità di affrontare il tema a scuola. Ne parliamo con la dottoressa Medico, fra i relatori di ‘Genere, sesso biologico e diritti umani’

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C’è una ‘piccola idea’ che fa una grande differenza: potersi pensare diversi

«I giovani di oggi sanno tutto sul genere; esprimono bene i valori propri alla loro generazione. La maggioranza di loro è molto aperta alla diversità; ma ha però bisogno di più ascolto. Quindi, oggi dobbiamo fare dell’identità di genere una questione di società». Il tema è complesso e carico di sfumature fra cui è molto difficile raccapezzarsi. In alcuni frangenti è anche inviso, forse perché si conosce poco (soprattutto nelle generazioni più anziane) e fa perciò paura. Venerdì 25 marzo, si è tenuta a Locarno l’attività ‘Genere, sesso biologico e diritti umani’ rivolta a insegnanti e operatori sanitari, proposta nell’ambito della rassegna Generando (www.generando.ch), organizzata da Salute sessuale Svizzera e sostenuta dal Percento culturale Migros. Una proposta che intende stimolare la riflessione sul tema del genere, favorendo una comprensione più ampia possibile nella popolazione. L’occasione ci permette di allargare un po’ l’orizzonte della cronaca schietta per abbordare un tema di cui sempre più spesso si sente parlare, si legge, e che riguarda tutti, perché «tutti abbiamo un genere o dei generi», sottolinea la dottoressa in psicologia, con formazione in psicoterapia e sessuologia, Denise Medico. Da vent’anni, la professoressa presso il Dipartimento di sessuologia dell’Università del Québec e la Cattedra di ricerca del Canada sui bambini trans e le loro famiglie lavora sulle questioni di genere. Collabora anche con il Centre3 di Losanna, un centro di psicoterapia e di formazione inclusiva e integrativa. Il suo intervento durante l’attività di venerdì era incentrato su ragioni e modalità di affrontare il tema delle questioni di genere a scuola.

Partiamo dall’abbiccì: cosa significa identità di genere? «C’è una distinzione molto importante da fare: sesso biologico e identità di genere non sono la stessa cosa» e possono non coincidere, così come non si può assimilare a questi concetti l’orientamento sessuale (eterosessuale, omosessuale, pansessuale, asessuale o altro ancora). Semplificando, «il sesso biologico si rifà agli organi genitali; mentre il genere è ciò che si sente dentro, per cui una persona si sente femmina, maschio, nessuno dei due, un po’ uno, un po’ l’altro», definisce. Naturalmente, ogni etichetta con la sua simbologia è una semplificazione, che nonostante i difetti permette di vederci un po’ più chiaro. Partiamo con un interrogativo tendenzioso.

Dottoressa Medico, oggi, con l’informazione di cui si dispone e i mezzi per accedervi, è ancora necessario trattare la questione?

Ancora più di prima (forse). I mezzi di comunicazione hanno cambiato molto le cose; tuttavia, i discorsi che ne escono sono molto diversi fra loro ed è complesso districarvisi. Si è assistito in questi anni a un vero e proprio cambiamento sociale, generazionale, direi. I giovani di oggi vivono il genere in maniera diversa rispetto al passato, ponendosi domande. Guardando ai dati scientifici attuali scaturiti dalle indagini effettuate sugli studenti dai 13 ai 18 anni (provenienti soprattutto dai Paesi anglosassoni) si nota come in media fra 1,2 e 2,7 per cento di loro si sentono transgender o non binari e, soprattutto, emerge che l’8,4 per cento dei giovani intervistati si pone la questione sulla propria identità di genere in maniera profonda. È importantissimo quindi poter dare loro ascolto, consiglio, orientamento.

La ‘disfunzione’ del sistema binario che si esprime per stereotipi comporta effetti non indifferenti…

Sì, le conseguenze possono essere molto gravi con condotte a rischio (autolesionismo, suicidio; ndr) e depressione. Nello sviluppo c’è una fase "classica" in cui i ragazzi esplorano. Ecco, lasciarli esplorare permette loro di sapere che cosa vivono realmente. Definire la propria identità è un’esperienza umana globale che necessita un vissuto fisico e di confronto con l’altro. C’è una "piccola idea" che ha il potere di cambiare molte cose sin da piccoli evitando gli epiloghi più tristi: la possibilità di pensare che una persona può essere diversa.

Quando e come iniziare a parlare d’identità di genere?

Dalla più piccola età, ma in maniera molto diversa, adattata al modo di pensare di ciascuna fase. Ai più piccoli, dai 4 ai 7 anni circa, è importante far sapere loro che esiste la possibilità di essere diversi. A quell’età basta sapere questo e avere la sicurezza di essere protetti, perché se i bambini non possono esprimere chi sono, imparano molto presto a tenerlo nascosto. Convivere con questo segreto li porta a non avere fiducia nei propri genitori, nelle persone di riferimento. Questo influisce molto negativamente sulla loro vita, sulle capacità relazionali e sulla salute mentale. Difendere la costruzione di un rapporto di fiducia fra bambino e adulto è perciò basilare, poiché permette alle persone di formarsi un grado minimo di resilienza per sopravvivere alla vita. La preadolescenza funziona per gruppi maschili o femminili e sull’esclusione di coloro che non vi rientrano. Questi ultimi spesso sono vittime di bullismo, un fenomeno sottovalutato a cui invece si deve prestare grande attenzione, perché – e parlo da psicologa clinica – ha conseguenze molto negative sulle persone che lo subiscono. A quell’età vanno quindi discussi gli stereotipi e va combattuta la lotta al bullismo per diminuire il suo impatto. In adolescenza poi alle molte domande che i giovani si pongono va aggiunta la pubertà, periodo in cui il corpo cambia e può svilupparsi in un modo diverso da quello desiderato, generando molta sofferenza. In questo frangente è importante che gli adolescenti sappiano a chi rivolgersi e a quali servizi fare capo.

Perché la scuola è un luogo nevralgico, anche nel processo di sensibilizzazione?

La scuola nella vita di bambini e ragazzi non è affatto un dettaglio, ci passano infatti la maggior parte del loro tempo ed è un luogo in cui si possono sentire al sicuro. Se la scuola può garantire questo, diviene spazio di benessere, anzi di resilienza, rispetto a taluni contesti familiari, in cui ci si sente incompresi. L’istruzione – insieme alla lotta alla violenza e alle occasioni di discussione – è uno strumento fondamentale che può cambiare la vita. Ma è anche una questione di equità e giustizia sociale: favorire la possibilità per tutti i giovani di seguire una formazione senza che il loro genere influisca sul loro percorso scolastico è un diritto da tutelare.

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