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29.09.22 - 05:30
Aggiornamento: 15:39

Pagaiando in kayak lungo i 1’230 km del Reno

L’emozionante avventura della scorsa estate di due amici ticinesi appassionati di canoa

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«La nostra prima impresa risale al 2001, quando gli Esploratori di Claro e del Gambarogno ci contattarono perché volevano organizzare un campeggio diverso dal solito». Così inizia il racconto di Ivo Gentilini, ex docente di Lumino in pensione, appassionato filatelico, contadino di montagna part-time, ma soprattutto cassiere del Gruppo canoisti ticinesi, sodalizio con 120 soci che proprio in questi giorni festeggia il 45º di fondazione. «I responsabili degli Esploratori ci chiesero di istruire i ragazzi affinché potessero affrontare una lunga tratta in kayak, e al termine delle lezioni introduttive fummo in grado di condurli fino a Venezia, passando per il Verbano, il Ticino, il Po e l’Adriatico», ricorda ancora emozionato il 65enne Ivo. «Da lì in avanti, il nostro club ha sempre cercato di organizzare brevi vacanze, di solito di una settimana, in cui poter praticare il nostro sport preferito. Ricordo in particolare magnifiche avventure lungo i fiumi francesi o sloveni».

Dapprima il Rodano

Poi, nel 2019, la decisione di discendere il Rodano lungo l’intero suo percorso, dall’Alto Vallese fino alla foce nel Mediterraneo, in Camargue. «L’idea venne al mio amico Andreas Schmid, un attivissimo 75enne. E così, calcolando che avremmo potuto portare a termine l’impresa in 3 o 4 settimane, nel settembre di 3 anni fa caricammo le nostre canoe di tutto il necessario – tenda, sacco a pelo, bombole di gas e un po’ di viveri – e ci mettemmo in acqua. Un’avventura fantastica fra Svizzera e Francia, ma che purtroppo rimase incompiuta: giunti ad Avignone, quando al mare mancavano dunque ancora 100 km, i giorni di vacanza a disposizione del mio amico si erano ormai esauriti e così, a malincuore, dovemmo abbandonare prima di giungere al traguardo. Ma giurammo che un giorno l’avremmo comunque portata a termine, e infatti l’anno seguente tornammo ad Avignone per completare gli ultimi 100 km, stavolta riuscendoci».

Non soltanto acqua dolce

E poi, visto che erano stati capaci di pagaiare per i 680 km del Rodano, i due amici si misero in testa di affrontare anche il Reno, il cui corso di km ne misura addirittura 1’230. «Anche quella fu un’idea di Andreas», spiega l’ex maestro. «All’inizio pensavamo di cominciare la nuova sfida in settembre, come avevamo fatto per il Rodano, ma poi, visto che si andava verso nord e dato che le giornate in autunno si accorciano, cambiammo i programmi e decidemmo saggiamente di rimandare al giugno successivo». Come si organizza un’avventura del genere? «Ovviamente serve una più che discreta esperienza di canoa, e poi ci vuole un po’ di tempo a disposizione.

Un amico di Andreas e sua moglie erano andati da Coira a Rotterdam in 16 giorni, e così noi stimammo che, partendo da più in alto, dalla sorgente vera e propria – presso il Passo dell’Oberalp – avremmo potuto farcela in 23 giorni». Sempre soltanto voi due? «Sì, ormai eravamo un duo affiatato, e poi molti dei nostri soci del club, nello stesso periodo, andavano a fare il giro delle Isole Eolie, in Sicilia». Non solo fiumi e laghi, dunque? «No, non ci poniamo limiti: qualche anno fa andammo anche a fare il giro dell’Isola d’Elba, un’altra avventura bellissima. Eravamo ovviamente accompagnati da una guida locale, perché in mare non si scherza, i rischi legati alla meteo sono davvero notevoli, ed è meglio affidarsi agli esperti. Infatti, appena giunti a destinazione, la guida ci fece affrontare il giro nel senso contrario a quello che avevamo previsto, proprio perché sull’altro versante dell’isola c’era una perturbazione che ci avrebbe reso la vita difficile. Girando nell’altra direzione, invece, siamo giunti sul lato sud quando la burrasca era ormai passata».

Bellezze e insidie del percorso

Torniamo sul Reno. «La sera dormivamo in tenda: se c’era, in un campeggio, altrimenti sulla riva del fiume. Non sempre infatti nei luoghi dove decidi di fermarti per la notte riesci a trovare un’area attrezzata. Idem per i ristoranti, spesso devi arrangiarti con bombolette di gas e cibi liofilizzati. Stavamo in acqua 9-10 ore al giorno, svegliandoci alle 6 e mezza e partendo verso le 9. Dopo la prima settimana, però, ha iniziato a fare caldo sul serio – fino a 37 gradi in zone dove di solito ce ne sono 25 o 26 – e dunque abbiamo anticipato i tempi, mettendoci a pagaiare alle 7 del mattino, per sfruttare le ore più fresche. Dopo Basilea, al massimo alle 3 del pomeriggio la nostra giornata in acqua terminava». Dettagli sul percorso? «Il tratto svizzero è costellato da sbarramenti costruiti per sfruttare l’acqua per produrre elettricità. In quei punti, trovi una specie di lift: senza scendere dalla canoa, ti metti sopra una sorta di carrellino, premi un pulsante e, quando sei pronto, un marchingegno ti alza, ti fa superare lo sbarramento e poi ti deposita dall’altra parte. Da Basilea in avanti, invece, ci sono chiuse fatte apposta per permettere a chi naviga di superare i dislivelli. In quel caso, con la tua canoa lasci il canale e ti immetti nel Vecchio Reno, evitando di startene dentro la chiusa in compagnia di chiatte e battelli enormi, un’operazione che potrebbe risultare molto pericolosa, c’è infatti il rischio di rimanere schiacciati o sommersi. Inoltre, le pareti sono a picco, non puoi certo immaginare di uscire, in caso di necessità.

Le digressioni lungo il Vecchio Reno, ad ogni modo, sono un magnifico diversivo: il fiume attraversa zone naturali bellissime, protette, dove puoi vedere molti animali, specie un sacco di uccelli. Ricordo una coppia di cigni reali apparsi un paio di metri sopra le nostre teste dopo una curva fra i meandri, nel fitto della vegetazione.

In altre zone, invece, il paesaggio è incantevole per via dei castelli, dei vigneti e dei villaggi che scorgi lungo le sponde. Peccato non avere il tempo per fermarci a dare un’occhiata: se volevamo giungere a Rotterdam in 23 giorni, non potevamo fare troppe soste, né per riposarci e neppure per ammirare le bellezze del paesaggio. Inoltre, non ci fidavamo troppo ad abbandonare tutta la nostra attrezzatura, lasciandola a disposizione di eventuali malintenzionati».

Quali sono i pericoli che una simile impresa potrebbe potenzialmente comportare? «Chiatte e battelli sono davvero enormi, e quando ti superano subisci parecchio gli effetti delle onde che alzano, sia direttamente sia indirettamente – quando l’onda torna indietro una volta che ha raggiunto la riva – quindi devi sempre stare all’erta, specie per ciò che succede alle tue spalle. Non sai nemmeno se chi pilota quelle grandi imbarcazioni riesce a scorgerti, date le tue dimensioni minuscole e visto che i ponti di comando di quei bestioni sono praticamente sempre sistemati a poppa. La soluzione è stare molto defilati, più vicini possibile alla riva, dove però puoi sfruttare ben poco la corrente, e dunque ti tocca fare più fatica nel pagaiare. Oltretutto, quest’anno c’era ovunque pochissima acqua, e dunque la spinta fornita dalla corrente era ancora minore: riuscivamo al massimo a viaggiare a 10 km orari: 5 ricavati dalla nostra spinta di braccia e altri 5 dalla forza della corrente». E la meteo? «Abbiamo perso 2 o 3 mezze giornate sulla tabella di marcia a causa dei temporali, che ci obbligavano ogni tanto a uscire dall’acqua, specie sul Bodensee. Per fortuna, però, le allerte diramate erano precisissime. Una volta, la mattina alle 6 abbiamo ricevuto l’avviso di un pericolo su Arbon per le 14.30: ebbene, alle 14.31 è davvero piovuto l’universo e siamo usciti dal lago appena in tempo. E una cosa molto simile ci è successa anche a Stein am Rhein».

Giornate emotivamente intense

E cosa possiamo dire delle emozioni vissute nel corso di una simile impresa? «Sono davvero impagabili, sia per il feeling che si crea col tuo compagno di viaggio sia per il rapporto che si instaura fra te e la natura, fra te e il tuo corpo sotto sforzo, fra te e i tuoi mille pensieri. Le giornate trascorse sul fiume o sul lago sono lunghe, e dunque puoi permetterti di riflettere, pensare, ricordare, pianificare. Certo, quando sotto il ponte di Costanza vedi il cartello che indica il km "zero" – e sai che devi percorrerne altri 997 fino al Ponte di Erasmus a Rotterdam – a livello psicologico non è facile, perché ti pare infatti di non avanzare mai abbastanza, benché certi giorni fortunati tu riesca a percorrere anche 80 km». E infatti, dopo i fatidici 23 giorni messi in preventivo, la meta non l’avevate ancora raggiunta. «Colpa dei contrattempi portati dai temporali e dal calore tropicale, come detto. E il 23º giorno eravamo soltanto a Emmerich, al confine fra Germania e Olanda, a 150 km dalla meta».

Gli ultimi chilometri

«Il mio socio, a quel punto, purtroppo si è arreso: aveva diverse vesciche sulle mani e non riusciva più a pagaiare. Ho tentato di spronarlo a continuare, ma non c’è proprio stato verso. Allora, dopo essermi fatto consigliare da mia moglie e dai miei figli nel corso di telefonate molto intense a livello emotivo, ho deciso di continuare da solo. Rinunciare quando mancava ormai poco al traguardo mi aveva fatto molto male, la volta che discendemmo il Rodano, e non volevo dover rivivere la stessa identica delusione anche sul Reno. E così, come detto, ho affrontato in solitaria gli ultimi 150 km che mancavano fino a Rotterdam. E quando il 26º giorno sono arrivato al traguardo, ai piedi del famoso faro, ho provato una gioia davvero inenarrabile». Progetti per il futuro? «Possiamo dire che, a questo punto, ci manca soltanto il Danubio. Ma immagino che per un’impresa simile serva molto più tempo, oltre che un allenamento un po’ più mirato e strutturato. Ad ogni modo, limiti non vogliamo metterne, e chissà che la prossima nostra meta sia proprio la foce del Danubio, sulle rive del Mar Nero».

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