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10.08.22 - 05:30
Aggiornamento: 10:13

Viaggio in Abkhazia, lo Stato separatista che non esiste

Vodka, pistole, autisti sbadati, ambasciatori ufficiosi, ministri con giacche troppo larghe, il fantasma di Stalin, frontiere immaginarie e dogane reali

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Bandiere abcase davanti al palazzo del Parlamento bombardato (Keystone)
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Ci sono Paesi che non esistono, eppure si possono andare a vedere. Ci vuole tanta buona volontà oppure un invito: a me è arrivato quello di una specie di autoproclamato ambasciatore italiano in Abkhazia, quel pezzo di Georgia separatista che – di fatto – è in mano ai russi.

Un "Absurdistan", un Paese che ufficialmente non esiste, e che l’Italia, così come la Svizzera e quasi altre 200 nazioni, non riconosce. Non aiuta la loro causa per il riconoscimento che perfino lo stesso ambasciatore non sia sicuro di come si scriva il nome. Gli chiedo: Abkhazia, Abcasia, Abcazia o Abkazia? «Vanno bene tutti. Forse è più giusto Abkhazia, ma anche Abcasia, che alla fine per un italiano è più facile». Come vanno bene tutti? Come più facile?

Volo di notte

Ho volato così da solo fino a Sochi, in Russia, perché l’Abkhazia non ha un aeroporto internazionale. Una volta atterrato, in piena notte, mi è venuto a prendere nella hall degli arrivi un autista con il solito cartello per farsi riconoscere. Sopra c’era scritto Sergej, che però era il suo nome e non il mio. Forse il buon Sergej aveva preso la cosa un po’ letteralmente o forse ci teneva ad essere riconosciuto almeno lui, visto che il Paese non ce la fa.

Con un inizio così dovevo capire subito che le cose sarebbero state destinate a peggiorare. Il viaggio notturno con Sergej è stato reso difficoltoso dall’impossibilità di parlarsi. Lui conosceva solo il russo e l’abcaso. E io no. Per oltre un’ora l’unica vera interazione che abbiamo avuto ha riguardato la bottiglia di Coca-Cola da cui beveva e che mi ha offerto quindici-venti volte. Ad ogni mio rifiuto ci rimaneva sempre più male.


La mappa della zona (Infografica-LaRegione)

Quando, a un certo punto, alle tre-quattro di notte, si è fermato in un’area sterrata senza case intorno, è sceso e mi ha fatto segno di seguirlo, ho pensato di implorarlo: "Bevo tutta la Coca-Cola che vuoi, ma non mi uccidere". Ma soprattutto ho pensato che ci vuole una bella dose di fiducia nell’altro, o più semplicemente incoscienza, per salire su un aereo diretto in piena notte verso un Paese che non esiste dopo una chiacchierata con un ambasciatore non ufficiale e poi salire sull’auto di uno sconosciuto con un cartello che non ha nemmeno il tuo nome sopra e attraversare alle 4 di mattina un luogo in cui il tuo Paese non ha nemmeno un ufficio consolare.

Sergej voleva farmi vedere la città di Gagra dall’alto, perché lui arriva da lì, anche se ora vive a Sukhumi, la capitale. Una volta rientrati nell’auto, per ringraziarlo di non avermi ucciso, gli ho regalato un pacchetto di caramelle alla liquirizia che avevo comprato per noia durante lo scalo ad Istanbul: lui mi ha sorriso e ha smesso di offrirmi la Coca-Cola. A saperlo prima. Arrivati a Sukhumi, le caramelle erano finite, la Coca-Cola pure. Era quasi l’alba, avevo circa tre ore per dormire e da lì a poco avrei fatto colazione con l’ambasciatore, un professore universitario e il nostro traduttore, tutti arrivati il pomeriggio precedente. Sergej mi saluta con un "Ciao Roberto Baggio" e mima un calcio al pallone fingendo di colpire la mia valigia.

Il ‘traduttore’

L’accoppiata ambasciatore-traduttore è bizzarra. Tanto per cominciare decide tutto il traduttore: dove si va, quando si va, cosa si mangia, chi fa cosa e come. La cosa mi è suonata subito strana, sarebbe come se un portaborse manovrasse un deputato, un meccanico dicesse a un pilota di Formula 1 come guidare, Robin decidesse cosa deve fare Batman. Il problema è che Batman era lui. L’ambasciatore, tanto per capirsi, tra mille altre goffaggini era riuscito a combinare un casino con il suo stesso visto e ha rischiato di non entrare e poi anche di non uscire.

Lui, il traduttore ha anche un nome, ma mi guarderò bene dal farlo: è un bell’uomo non più giovanissimo, disinvolto e dalla battuta sempre pronta, affabile ma capace di tirar fuori una certa risolutezza se necessario. Durante la mia permanenza lo vedrò parlare in modo spigliato tre-quattro lingue. Lui assicura di saperne molte di più. Inoltre beve quantità di vodka da ricovero senza battere ciglio, è una specie di campione di scacchi e con piccoli oggetti tra le mani riesce a fare qualsiasi magia. Racconta barzellette russe molto divertenti e aneddoti al limite dell’incredibile. Inoltre ha un carisma e una capacità di convincere la gente fuori dal comune. Tutto quel che faremo in questi giorni è pilotato da lui. Dubito che sia solo un traduttore e nella mia testa è un ex agente del Cremlino. Magari nemmeno tanto ex.


L’Università dell’Abkhazia a Sukhumi (R. Scarcella)

La nostra prima tappa è l’Università di Sukhumi: un luogo commovente. Devastato dalla guerra, resta in piedi per puntiglio e per orgoglio. Ci si arrangia come si può, in un clima elettrico e positivo che deve tutto a questa enorme voglia dei ragazzi di migliorarsi e migliorare il loro Paese, che – ufficialmente – è solo un pezzo di Georgia ribelle sostenuto dai russi. Mettono allegria quei ragazzi e allo stesso tempo tristezza. Mi viene voglia di tifare per loro e per la loro causa, ma senza sapere bene perché. A confondermi ulteriormente le idee ci penserà il rettore dell’Università che in piena mattinata offre alla nostra piccola delegazione una bottiglia di vodka casalinga piena fino all’orlo.

Un’altra vodka?

Cosa succede in Abkhazia dopo essersi scolati una bottiglia di vodka, a metà mattinata, nello studio del rettore dell’Università? Si va a trovare il viceministro degli Esteri. Lì ci viene offerta, tra le altre cose, della vodka, ma il traduttore dice che forse è meglio un caffè. Saggia idea. A me sarebbe andata bene anche una flebo, ad esempio. Il viceministro degli Esteri è cordiale e mentre parla non riesco a non notare che ha una giacca con delle maniche davvero troppo lunghe. Dice che spera di incontrarmi presto: accadrà, due sere più tardi, in un modo difficile da prevedere.

Nel frattempo bisogna tornare all’Università perché hanno organizzato un incontro con gli studenti di giornalismo. Devo tenere un breve discorso e poi rispondere alle loro domande. Ho voglia di trattare temi leggeri, ma penso sia giusto iniziare comunque parlando della libertà di espressione e dell’importanza di non piegarsi al potente di turno, di indagare, non fermarsi mai davanti alle apparenze. Mi sembra un bel discorso, tutto sommato. Poi penso che probabilmente nessuno di loro lo avrà mai ascoltato: più probabile che abbiano sentito parlare del ciclo riproduttivo dei pavoni o dei problemi delle fotocopiatrici nelle redazioni del mondo occidentale. Perché in effetti è questo che può succedere se tieni un discorso in italiano in Abkhazia, un Paese in cui la libertà di stampa è molto limitata, controllata indirettamente dalla Russia, e la traduzione simultanea non è verificabile.

Il giro è proseguito in città e sul lungomare della capitale Sukhumi. L’ambasciatore non ufficiale aveva una tattica per promuovere il Paese raffinatissima. Vedeva una statua appena decente: «Guarda, bella eh». Una statua brutta: «Guarda, bella eh». Un palazzo: «Bello eh». Un palazzo bombardato: «Bello eh». Un bar: «Bello eh».

L’apoteosi arriva su un molo, dove c’è una bella vista sul Mar Nero. E lui: «Bello eh!» E finalmente posso dire «sì». Perché era bello davvero. Quando sto per aggiungere che il paesaggio è suggestivo, lui non mi fa finire la frase e dice: «Gran bel molo». Era arrugginito quasi per intero. E di bello non aveva niente, il molo. La maggior parte delle cose che abbiamo visto erano arrugginite. Anzi, credo che il 30% del Paese sia composto da ruggine.

Tra kitsch e grandeur

L’ultima tappa ufficiale è una commemorazione talmente assurda che sembra inventata perfino mentre stai partecipando: quella di un partigiano abcaso. L’atmosfera ha quel mix irresistibile di kitsch e sontuosità decaduta postcomunista. Per me è un po’ come vedere – anzi essere – quei vecchi spezzoni di film in bianco e nero sfarfallati e accelerati. Un mondo che non c’è più, che però c’è ancora.


Un posto di blocco (Keystone)

Si mangia benissimo e io scopro il kachapuri, una specie di focaccia al formaggio con un uovo al centro. Il tutto parte con un doppio brindisi alla vodka. Buona. Buonissima. Il traduttore mi ricorda, se ce ne fosse bisogno, che ogni bicchierino va tirato giù fino all’ultima goccia, sennò si offendono.

Sulla tavolata ci sono bottiglie di vino intervallate da caraffe d’acqua. Piene di vodka però. Di acqua non se ne parla. Si pasteggia con la vodka, si brinda con la vodka, c’è chi la aggiunge – non bastasse – sopra a una specie di spezzatino.

L’ultimo giorno mi sveglio per una gita programmata a Novy Afon dove l’ambasciatore vuole portarmi a vedere una dacia-rifugio di Stalin. Mi affaccio dalla finestra e in strada ci sono degli uomini armati: non hanno una divisa ma indossano tutti una specie di maglia nera. Sembra un commando. Due sono accucciati dietro a un’auto, un altro con la pistola in mano urla a un’automobile parcheggiata davanti all’hotel di spostarsi in fretta.

Chiamo l’ambasciatore al cellulare: è a fare colazione. Ridacchia. Dice che sono poliziotti, armati perché ci sono una delegazione cinese e una russa in visita. E alcuni dormono nel nostro hotel. Mi dice di scendere a fare colazione, che non c’è problema. E quindi ci sono io, il tavolo con il caffè sopra, una vetrata in mezzo e dall’altra parte, a pochi metri, gente su di giri che gesticola con delle pistole in mano. «Qua succede, si agitano quando ci sono delle delegazioni importanti in visita. Lo fanno per deviare il traffico». Ovvio no? E io che mi preoccupavo. Il problema è il traffico, devo averla già sentita.

La dacia di Stalin

Inizia così la giornata che mi porta alla dacia di Stalin e a uno dei dopocena più assurdi della mia vita. Una volta usciti dall’hotel, tutti dicono di non preoccuparci, però intanto ci consigliano di girare subito l’angolo e passare da una strada laterale dove arriverà l’auto che ci porterà alla dacia. La Georgia si trova pochi chilometri a est: se con il mio stesso passaporto volessi attraversare il confine, le guardie georgiane potrebbero arrestarmi perché non riconoscono l’Abkhazia come Stato. Si tratterebbe di entrata illegale nel Paese. Andiamo verso ovest e ci lasciamo alle spalle Sukhumi e la sua ruggine. I paesaggi sono splendidi. Tanto verde, tanto sole, il Mar Nero a sinistra, colline e montagne a destra e tante, tantissime curve: una specie di Liguria cirillica.

Arrivati ai piedi della dacia-bunker, che pure sarebbe abbastanza grande, non la vedi. Ma il concetto era proprio quello. Se l’erano studiata bene. Nascosta da una boscaglia fitta, ma – assicurano – meno fitta di quella che c’era ai tempi dell’Urss, la dacia era un posto studiato per far passare le vacanze sul Mar Nero a Stalin. L’ingresso sembra quello di una villa come tante, ma ovviamente non è così, tra stanze blindate sotterranee, porte nascoste e una doppia via di fuga, verso il mare e verso l’interno del Paese.

All’epoca di Stalin c’erano 700 soldati a difendere quella dacia: rimanevano lì per tre mesi e poi venivano mandati in altrettanti settecento posti diversi e lontani per eliminare ogni contatto tra loro. Passavano quei tre mesi lì, che il leader comunista fosse lì o no. E quindi sì, c’è chi è stato per tre mesi a difendere la dacia di Stalin, ma senza Stalin dentro. Nessuno, poi, faceva la guardia in coppia con la stessa persona per più di un giorno. Meno si sapeva e si parlava della dacia, meglio era. Lì, il segretario dello Pcus aveva a disposizione anche una stanza nel seminterrato per resistere alcuni giorni in caso di attacco improvviso.


La dacia-bunker usata da Stalin (Wikipedia)

Oltre ai 700 soldati c’era sempre una persona a disposizione per assaggiare il cibo destinato a Satlin. Ma spesso lui sceglieva un’altra persona a caso, tra i presenti, come seconda cavia. Nel salone centrale, invece, davanti alla sua sedia, c’era un quadro della Siberia di uno dei suoi autori preferiti, Ivan Siskin. Per mandare una persona ai lavori forzati, gli bastava fare il nome e poi indicare il quadro. Gli altri capivano.

Le sue manie di persecuzione arrivavano al punto di cambiare camera da letto ogni sera. Nelle altre due veniva messo un pupazzo con le sue fattezze. Altra stranezza, Stalin non faceva mai il bagno in mare, ma l’acqua salata veniva portata con un sistema idraulico fino alla dacia. Solitamente il leader sovietico non si fermava mai più di qualche giorno, sempre per paura di attentati. Nella sola regione aveva altre cinque dacie simili a quella di Novy Afon, che rimaneva però la più sicura. Da lì, infatti, attraverso una serie di tunnel e ascensori poteva fuggire attraverso il mare oppure salire su un aereo o un treno blindato.

Il fattore K

A fine serata, abbandonati dagli altri commensali stanchi per la lunga giornata, io, il traduttore e l’ambasciatore ufficioso siamo andati al bar del lussuoso Karakas hotel, i cui interni curati contrastano fortemente con l’ambiente circostante. Già è curioso che in Abkhazia l’hotel lussuoso non si chiama Montekarlo, Kannes o Kapri, ma Karakas.

Avevamo deciso di farci un’ultima caraffa di vodka. Tant’è nel tavolo affianco c’erano una quindicina di uomini, tutti o quasi incravattati, e a capotavola il viceministro degli Esteri, quello con la giacca dalle maniche troppo lunghe. Non ha la giacca stavolta, o meglio è appoggiata alla sedia. Lo stesso vale per gli altri. Salutano, hanno un tono alto e allegro, ma quell’allegro russo, che a noi europei suona sempre un po’ minaccioso. Molti visi sono rossi. La tavola è piena di caraffe identiche alla nostra piena di vodka. Tutti – tranne il viceministro e pochi altri – hanno la pistola sul tavolo. Uno, per distinguersi, la tiene in mano con nonchalance come se fosse un cellulare o una posata. Nell’altra mano ha un bicchiere di vodka.

Ridono, brindano. Mi fanno segno di bere. Bevo. E di ribere. Ribevo. Ma sì, è l’ultima sera in Abkhazia o forse l’ultima e basta. Il senso di sicurezza era talmente relativo che ho preferito finire la caraffa di acqua piena di vodka in fretta come se fosse acqua e poi tornare in camera. Intanto fuori, in strada, mentre sono a letto, si sente il suono di quello che sembra uno sparo. Non saranno stati loro. O forse non era uno sparo.


Un piccolo chiosco abbandonato sulle coste del Mar Nero a Sukhumi (R. Scarcella)

Al mattino ne parlo con i miei due compagni di viaggio mentre andiamo in auto verso la Russia. Lì le nostre strade si divideranno. Mi lasceranno a Sochi mentre loro proseguiranno con un treno per la Transnistria, altra terra non riconosciuta e legata alla Russia, con tanti problemi e poche regole certe. L’ambasciatore – che è anche ambasciatore della Transnistria, chi sennò – per finire in bellezza ha fatto ancora un casino con il suo visto: lo trattengono in un gabbiotto di questa strana frontiera che ufficialmente non esiste. Toccherà al traduttore risolvere la situazione.

Una volta nella periferia di Sochi scendo davanti all’hotel Vesna. Mentre ci salutiamo mi chiedono se ho 200 euro perché devono pagarsi il treno. Mi suona strano, tentenno, ma alla fine decido di darglieli. L’ambasciatore mi assicura: «Ci sentiamo presto, mi dai le coordinate bancarie e te li rendo». Mai più sentito.

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