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13.03.21 - 12:52

Bastoni, carote, bombe e ayatollah

Dopo il pugno duro di Trump, Biden cerca un avvicinamento con l'Iran sul nucleare. L'obiettivo è frenare candidati ultrareazionari nelle elezioni di giugno

di Giuseppe D'Amato
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Manifestazione anti-nucleare (Keystone)

Prove di dialogo in Medioriente tra lo scetticismo generale. La novità è che Joe Biden ha cambiato posizione rispetto a quella di Donald Trump, così i diplomatici stanno trattando. Dopo 20 mesi dall’abbandono dell’accordo internazionale sul programma atomico iraniano da parte degli Stati Uniti, ora Washington è disponibile a riaprire una qualche discussione strutturata con Teheran, che, però, prende tempo.

L’obiettivo di Biden è salvare quello che resta di quanto raggiunto nel luglio 2015, quando – dopo anni di negoziati infruttuosi - Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Cina e Russia riuscirono a far firmare al Paese degli ayatollah un’intesa grazie alla quale si imponevano limiti alle attività nucleari e la visita degli ispettori dell’Aiea in cambio di un allentamento delle sanzioni.

L’Iran ha sempre affermato che il suo programma ha scopi civili, ma i vicini ne dubitano. La comunità internazionale e Israele in particolare non vogliono che Teheran si doti dell’arma atomica. Alle Nazioni Unite, nel 2010, furono approvate pesanti sanzioni anche grazie al voto di Russia e Cina.

Proprio la posizione costruttiva del Cremlino facilitò l’accordo del 2015: l’Iran invia in Russia il materiale nucleare utilizzato, eliminando uno dei problemi maggiori. Basandosi su calcoli degli ultraconservatori israeliani, Trump si rese conto che, comunque, Teheran in pochi anni avrebbe potuto avere la bomba atomica. Così, nel maggio 2018, gli Usa uscirono dall’accordo, pretendendone uno nuovo, in cui inserire anche il programma missilistico balistico e l’impegno formale a uscire dai conflitti regionali. Gli ayatollah risposero di “no”. Risultato? L’introduzione di nuove sanzioni Usa, che hanno peggiorato la crisi economica.

Biden è tornato alla carota. La ragione è semplice: l’accordo del 2015 è in pratica fallito e gli iraniani non rispettano più i limiti definiti alle attività nucleari. Il margine temporale per raggiungere la possibile bomba atomica si è assottigliato.

Vi sono, però, anche fini calcoli politici nella scelta di Biden: a giugno sono previste le presidenziali iraniane. Il moderato Rouhani, favorevole all’intesa, non può più candidarsi. I “duri” del regime vorrebbero che l’accordo saltasse del tutto per meglio giustificare davanti alla popolazione l’attuale grave crisi economica provocata dalle sanzioni. Le proteste di recente sono aumentate con l’elevarsi del tasso di disoccupazione. Biden, in sostanza, spera di sfruttare a proprio favore la presente finestra temporale. I repubblicani Usa sono dubbiosi: temono che concedere altro tempo agli ayatollah o allentare la presa sia un errore.

Israele, preoccupato, osserva gli eventi, mentre i suoi mass media scrivono che il premier Netanyahu, assai vicino a Trump, sia stato uno degli ultimi leader mondiali a essere chiamato da Biden dopo l’insediamento alla Casa bianca. Come per il prolungamento del trattato Start-3 sulla riduzione degli arsenali nucleari, definito nell’arco di pochi giorni alla fine di gennaio, anche in questa partita il rapporto tra Russia e Stati Uniti è centrale per raggiungere un qualche risultato positivo. Nel momento in cui si passa dal litigare sui valori fondamentali al trattare le questioni geostrategiche, è necessario evidenziarlo, il mondo scopre tutta la sua fragilità. Senza Russia e Cina vincere le sfide globali è terribilmente complicato.

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