laR+ IL COMMENTO

L’anima tripartita degli industriali ticinesi

Siamo tutti keynesiani quando si parla dello Stato investitore; un po’ meno all’ora di progettare il Ticino del 2032 (fiscalità e spesa pubblica comprese)

In sintesi:
  • Come fa un Cantone con un deficit potenziale per il 2023 di oltre 200 milioni di franchi a elaborare un piano d’investimento a medio termine a sostegno del tessuto industriale?
  • Il giorno prima che l’Aiti presentasse il suo ‘Piano strategico’, i socialisti hanno proposto di congelare per due anni il ‘freno al disavanzo’
Seguendo Platone
(Ti-Press)
26 ottobre 2022
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Hanno ragione gli industriali ticinesi, il Ticino del 2032 va pensato oggi. Una progettualità che necessita di idee ma anche di risorse. Lo dice bene Stefano Modenini, direttore di Aiti: "Nei prossimi anni la capacità di innovare delle aziende richiederà sempre più investimenti per competere. Il problema è che molte Pmi hanno dei limiti". Quindi? "Quindi, lo Stato moltiplichi i suoi investimenti e faciliti, con misure fiscali, quelli privati", ha risposto Modenini la settimana scorsa durante la presentazione del ‘Piano strategico’ elaborato dall’Associazione delle industrie. Il rischio, qualora ciò non succedesse, è che "il territorio non sia più competitivo".

La domanda a questo punto sorge spontanea: come fa un Cantone con un deficit potenziale per il 2023 di oltre 200 milioni di franchi (considerando il più che probabile mancato arrivo degli utili della Banca nazionale) e una proiezione finanziaria per i prossimi anni che vede sempre più rosso, a elaborare un piano d’investimento a medio termine a sostegno del tessuto industriale? Non che non lo debba fare, ma parliamo di uno Stato costretto per legge ad arrivare all’equilibrio fiscale entro il 2025 (e l’Aiti era in prima linea a difendere il ‘Decreto Morisoli’), e che potrebbe vedersi anche costretto già l’anno prossimo a effettuare una manovra di rientro "lacrime e sangue" per via del vincolo legislativo del freno al disavanzo. La risposta di Modenini: "Si tratterà di fare delle scelte, darsi delle priorità, quantificare le esigenze…".

È proprio qui che compare con prepotenza ciò che chiameremo "l’anima tripartita" degli industriali ticinesi: siamo tutti keynesiani all’ora di discutere sulla necessità di uno Stato investitore, promotore della crescita economica. Seguendo Platone, diremmo che questa sarebbe la sfera "razionale", quella che in teoria dovrebbe guidare le altre due. In teoria. Quando invece si vanno a guardare le uscite correnti dello Stato, emerge negli industriali l’impeto "irascibile-morisoliano" che li porta a voler contenere gli impulsi ad agire, in particolare quegli "impulsi" che riguardano la spesa pubblica (come se non fosse, anch’essa, un investimento). Infine c’è l’approccio thatcheriano/reaganiano per quel che riguarda la fiscalità, ovvero la parte "concupiscibile", quella che dovrebbe regolare l’appetito e il desiderio (che però nei fatti sembrano essere estranei a ogni forma di regolazione): siamo ancora fermi all’era del "trickle-down", uno sgocciolamento verso il basso della ricchezza dei più abbienti che dovrebbe favorire lo sviluppo economico della collettività. Quindi sgravi à gogo e concorrenza fiscale intercantonale spietata.

Hanno ragione gli industriali ticinesi, il Ticino del 2032 va pensato oggi. Lo Stato ha, o almeno dovrebbe avere, un ruolo essenziale in tutto ciò. Pure per quel che riguarda gli investimenti. Fatto sta che per permettere alla politica di svolgere il suo compito, varrebbe la pena iniziare a rimuovere tutti gli ostacoli che oggi impediscono a governo e parlamento di affrontare con i mezzi adeguati una crisi di proporzioni storiche come quella che stiamo attraversando.

Sarà un caso: il giorno prima che l’Aiti presentasse il suo ‘Piano strategico’, i socialisti hanno proposto di mettere nel congelatore per due anni il meccanismo del freno al disavanzo. Non sembra male come primo passo.

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