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27.09.22 - 05:30
Aggiornamento: 14:56

Cantonali ’23, Marchesi: ‘Mi candido per entrare in governo’

Il presidente Udc, in un’intervista a ‘laRegione’, ufficializza la discesa in campo: ‘In Consiglio di Stato meno famiglia Mulino Bianco e più dinamismo’

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‘Via i blablà inutili, sì a misure attuabili’

«Sì, ho deciso di candidarmi per il Consiglio di Stato». Non c’è ancora l’ufficialità riguardo l’alleanza tra Lega e Udc per le prossime elezioni cantonali, ma lista unica o no il presidente cantonale democentrista Piero Marchesi rompe gli indugi, scende ufficialmente in campo e in un lungo colloquio con ‘laRegione’ parla di strategie, temi e obiettivi. Il primo, dichiarato: «Entrare in governo».

Quali sono i motivi che l’hanno spinta a candidarsi?

In questi anni ho acquisito esperienza politica, come sindaco di un comune e in qualità di consigliere nazionale, ma anche competenza nella gestione di aziende, prima come dirigente e poi come imprenditore. Sono ora a disposizione per portare il mio modesto contributo per rilanciare il Canton Ticino in qualità di consigliere di Stato.

Cosa deve cambiare, secondo lei, perché avvenga questo rilancio?

Rilevo la necessità che il governo del nostro Cantone cambi ritmo, contenuti e modus operandi, diventando finalmente progettuale e con una chiara visione relativa allo sviluppo socio economico del Ticino. Ho molte idee che mi piacerebbe poter portare all’interno del Consiglio di Stato, se le cittadine e i cittadini lo vorranno, sono pronto a impegnarmi per dare il mio contributo.

Alle scorse cantonali fece già un risultato positivo, questa volta l’obiettivo concreto è portare l’Udc in Consiglio di Stato?

Il partito è cresciuto alle ultime elezioni cantonali, e a quelle federali ha registrato un ulteriore balzo in avanti. Sono un convinto sostenitore dell’alleanza di destra con la Lega e con l’Udf, per questo motivo è importante che anche per il Consiglio di Stato si possa offrire una lista il più variegata e forte possibile, dando una valida alternativa ai due uscenti. L’Udc non nasconde che mira a eleggere un suo rappresentante in Consiglio di Stato, e stiamo lavorando intensamente affinché si possa farlo.

Ecco. Un elettore di destra, nell’ambito di una lista unica con la Lega, perché dovrebbe preferire lei a uno dei due consiglieri di Stato leghisti uscenti?

Ho profondo rispetto e stima dei due consiglieri di Stato leghisti, ma rilevo come i membri dell’attuale governo abbiano adottato la regola "io non schiaccio i piedi a te e tu non li schiacci a me". In sintesi, ogni capo del Dipartimento non critica o non boccia le proposte dei colleghi perché vuole essere certo che quando toccherà a lui non avrà opposizioni. Ritengo questa prassi sbagliata perché relega il Consiglio di Stato a organo di ratifica dei singoli Dipartimenti, invece di fungere, come dovrebbe essere, da collegio governativo che discute le proposte del singolo membro, le modifica e poi le approva, oppure le boccia perché ritenute inopportune. Approvare invece in modo acritico le proposte dei colleghi, che di fatto sono quelle che i "grandi funzionari" propongono come avviene oggi, non produce alcun valore aggiunto per il Paese. Inoltre, la burocrazia vince sulla politica ed è anche per questo che il nostro Cantone non ha una chiara visione sul suo sviluppo socioeconomico.

La concordanza però è prassi nonché valore della democrazia elvetica.

Il fatto che i membri del governo vadano d’accordo è certamente positivo, ma se non litigano perché nessuno mette in discussione i progetti degli altri, allora preferirei un governo meno "famiglia Mulino Bianco" e più dinamico e attivo. Se dovessi entrare in Consiglio di Stato chiederei di cambiare questa prassi per fare in modo che il Consiglio di Stato si chini su ogni singolo progetto sensibile e strategico dei Dipartimenti, lo discuta, lo modifichi se necessario e lo faccia diventare il progetto del gremio e non del singolo capo Dipartimento. Per rispondere concretamente alla sua domanda di prima: l’elettore dovrebbe chiedersi se con un esponente Udc in Consiglio di Stato il governo si sarebbe per esempio rifiutato di proporre un progetto per l’applicazione di ‘Prima i nostri’, se il progetto ‘La Scuola che verrà’ sarebbe stato approvato all’unanimità – progetto che sta rientrando dalla finestra quando il popolo lo ha fatto uscire dalla porta – e come sarebbe andata con le nostre proposte fiscali volte a sgravare il ceto medio e le piccole e medie imprese, parcheggiate nei cassetti di Palazzo delle Orsoline. Oppure, se sul ‘Decreto Morisoli’ il governo avrebbe rinunciato a sostenerlo, quando è poi stato plebiscitato dal popolo alle urne. Un membro Udc in Consiglio di Stato chiederebbe l’elaborazione di un piano strategico cantonale che metta il focus su due aspetti: la creazione e il mantenimento di posti di lavoro ad alto valore aggiunto – con tutto quanto necessario per raggiungere l’obiettivo, come la formazione, l’orientamento professionale, la fiscalità, la mobilità, ecc. – e condizioni quadro affinché questi posti di lavoro possano essere realmente occupati dai ticinesi.

Su quali altre pietre angolari verterà il suo e vostro programma per le Cantonali? Ci sono altre emergenze e priorità che vede per il Ticino dei prossimi anni?

È appunto fondamentale elaborare un progetto per il rilancio del Cantone. Dopo l’eliminazione del segreto bancario e con l’avvento della libera circolazione, il mercato del lavoro in Ticino è diventato vieppiù selettivo e di difficile accesso per i ticinesi, in particolare nel terziario. Se nel settore primario e nell’industria i frontalieri sono sempre stati e saranno anche in futuro una risorsa complementare a quella residente, l’esplosione dei lavoratori d’oltre confine nel terziario è sotto gli occhi di tutti.

Tutta colpa della libera circolazione?

È certamente una delle cause, ma ritengo che la mancanza di una strategia economica cantonale sia altrettanto responsabile. Mi spiego meglio: manca un piano di sviluppo strategico del Cantone dove siano indicati gli indirizzi economici, su quali settori concentrare le forze della politica per facilitarne gli sviluppi, e tutto quanto ne consegue. La formazione dovrebbe finalmente ascoltare le esigenze dell’economia per offrire ai giovani delle opportunità di lavoro al termine degli studi. La fiscalità va rimodellata in funzione della strategia economica, la pianificazione del territorio e la mobilità devono facilitare gli spostamenti delle persone e delle merci e non subirne le conseguenze come avviene oggi. La socialità, infine, deve fungere da stimolo all’occupazione e non all’assistenzialismo. Abbiamo bisogno di un progetto di Paese dove tutte le parti interessate – istituzioni, economia, sindacati, mondo della formazione, famiglie – vengano messe al tavolo per costruire il Ticino dei prossimi 10-15 anni. L’esercizio deve però essere svolto in breve tempo e contenere obiettivi raggiungibili. In poche parole, via i bla bla inutili per dare spazio a poche misure attuabili. L’alternativa è rimanere nella situazione attuale, ovvero quella di rimanere fermi al palo a guardare il declino economico e sociale del cantone, lamentandoci che è sempre colpa di altri senza far nulla. Dobbiamo dare una prospettiva ai nostri giovani, è inutile lamentarsi che scappano oltre Gottardo senza avere un’idea di come tenerli in Ticino. Ecco, il governo ha proprio questa funzione: guidare il Paese verso il futuro con un progetto serio e condiviso, che contenga pochi obiettivi, ma chiari e raggiungibili. Esattamente come si fa in qualsiasi azienda che vuole crescere e prosperare.

Lei è presidente cantonale dell’Udc, ma anche consigliere nazionale. Vedere negli ultimi tre anni e mezzo il Ticino un po’ più da lontano ha aiutato a focalizzare alcuni problemi o può rappresentare una distanza che potrebbe non pagare alle urne?

L’esperienza che sto vivendo in Consiglio nazionale è eccezionale. Mi permette di confrontarmi con colleghe e colleghi degli altri Cantoni e di far loro capire le difficoltà che vive il Ticino. È anche una buona occasione per capire quali strategie hanno adottato altri Cantoni per rispondere alle sfide del futuro. Noto un’importante differenza tra il Ticino e molti cantoni della Svizzera interna, da una parte un’evidente disparità di condizioni quadro, e mi riferisco alle condizioni economiche, salariali e strutturali, dall’altra rilevo una certa stanchezza e un certo appiattimento della politica ticinese, spesso concentrata sulle piccole beghe invece che dedicarsi a progetti di più ampia portata. È assolutamente necessaria una scossa nel governo cantonale, l’ultima fu oramai una ventina di anni fa e mi auguro che il prossimo Consiglio di Stato, oltre ad andare d’accordo ed essere collegiale, sia anche proattivo e strategico. Ne va del futuro del nostro cantone.

La sua ambizione e la crescita costante dell’Udc come si inseriscono nel discorso di alleanza con la Lega? Sono un mattone in più o rischiano di creare malcontento nei soci, finora, di maggioranza?

Uniti si vince, questo è il motto che deve accompagnarci e che ha dimostrato di funzionare. Se vogliamo avere una destra forte nelle Istituzioni dobbiamo unire le forze e fare in modo che più seggi possibili vengano occupati da nostri rappresentanti. Dobbiamo inoltre rafforzare il fronte borghese, oltre che naturalmente con la Lega, anche con il Plr e spero pure con Il Centro, affinché si riescano a portare avanti progetti importanti, come fatto con il ‘Decreto Morisoli’, come stiamo facendo con la scuola, con il fisco e speriamo anche con la socialità. Una lista forte Udc e Lega per il Consiglio di Stato, anche con qualche naturale tensione tra candidati, è la miglior ricetta per vincere. Poi chi saranno i due prossimi consiglieri di Stato della lista lo decideranno gli elettori.

Se venisse eletto, considerata comunque la gerarchia sulla distribuzione dei Dipartimenti che vede scegliere per primi gli uscenti, quale preferirebbe? E perché?

Accetterei qualsiasi Dipartimento mi venisse assegnato, il lavoro da fare per rilanciare il cantone lo si deve fare soprattutto da membro del governo e non solamente come direttore di uno dei cinque Dipartimenti.

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