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Uno dei seggi predisposti per il referendum di domenica (Keystone)
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15.06.22 - 05:30
Aggiornamento: 09:15

Dio, Marx e referendum

L’Italia di Guareschi è ancora lì, appesa al Vaticano e al Cremlino, come ai tempi di Dc e Pci, e così la politica continua a generare mostri elettorali

Dio non è morto, Marx neppure, è il referendum che non si sente tanto bene. Istantanee da un’Italia sull’orlo di una crisi di nervi, come l’uomo che più di ogni altra oggi la rappresenta. Mattarella? Draghi? Roberto Mancini? No, Massimo Giletti, svenuto in diretta in quel di Mosca nel teatrino, vista Cremlino, che lui stesso aveva tirato su con quel misto d’incoscienza e pelo sullo stomaco che è specialità della casa.

In un mondo ormai post-ideologico, tanta, troppa politica italiana resta – un po’ per convenienza e parecchio per dabbenaggine – ancorata all’immaginario guareschiano di Peppone e Don Camillo, dove ogni discussione è polarizzata, ma poi nessuno disdegna il gotto di vino con l’avversario, talvolta a telecamere spente, altre volte – più platealmente – a liste elettorali aperte (ci sono liste Frankenstein anche a Genova e Palermo, le due città più grandi in cui si è votato per eleggere il sindaco). Ci si sostiene come in una partita a domino: finché resta in piedi l’altro, resti in piedi anche tu. E tanto basta.


Berlusconi mentre fa il suo dovere (Keystone)

A Marx aveva già fatto la respirazione bocca a bocca Berlusconi, quando vedeva comunisti dappertutto. Non ci credeva nemmeno lui, ma funzionava. Ora la guerra in Ucraina ha risvegliato nostalgici di ogni sorta, in un abbraccio rossobruno, che mette insieme l’ultradestra e gli orfani del Muro di Berlino, quelli che amavano tanto il comunismo in versione sovietica non vivendolo sulla propria pelle. Come gli innamorati, trasfigurano l’oggetto dei loro desideri attribuendogli caratteristiche che non ha: fino a che Putin diventa Che Guevara. D’altronde la bandiera falce e martello impolverata ogni tanto deve prendere aria.

Se Marx e la distorta applicazione che ne fecero i sovietici in Italia stanno discretamente in forma, pure la Chiesa se la passa meglio di quanto sembra: a messa non ci va quasi più nessuno e i preti per farsi sentire dalle masse sono costretti a fare i balletti su TikTok, ma chi decide l’agenda politica sta bene attento a non irritare il Vaticano, non si sa mai.


Manifestazione di piazza a favore del divorzio nel 1974 (Wikipedia)

Risultato: l’unico referendum che avrebbe probabilmente trascinato gli elettori alle urne domenica scorsa, facendogli superare il fatidico quorum del 50%, quello sul fine vita e l’eutanasia legale, è stato bocciato - insieme a quello sullo cannabis - da una Corte Costituzionale incartapecorita (guidata da Giuliano Amato, col physique du rôle perfetto per incarnare il ‘Giudice" di De André), ma comunque lesta a cavillare quando si rischia di toccare il mondo così come l’avevano trovato quando hanno preso posto. I cinque quesiti rimasti sul tavolo – proposti da una coppia che, insieme, fa già ridere solo a scriverla, i leghisti e i radicali – erano tutti sulla giustizia e tutti per addetti ai lavori. Li ha votati un italiano su 5, ma se li ha capiti uno su dieci è già un successo.

I commentatori-jukebox con il tasto per l’indignazione automatica hanno parlato di "disaffezione alla politica" e "messaggio dalle urne", rispolverando cliché ingrigiti come la Corte Costituzionale. La realtà appare ancora più semplice: la politica ha abdicato al proprio dovere, incapace di risolvere questioni che dovrebbero essere pratiche quotidiane, come l’aggiustamento delle leggi sulla Giustizia. Per nascondere le proprie mancanze – come i più pigri degli impiegati statali – ha girato le proprie incombenze e scartoffie ai cittadini, sperando che le risolvessero la pratica, facendo loro credere di incidere proprio quando non serve. Il tutto ricorda un po’ quella barzelletta che girava ai tempi della Ddr: "Perché nella Germania Est le elezioni duravano sempre due giorni? Perché così almeno una volta il cittadino poteva fare di testa propria e decidere se votare di venerdì o di sabato’.

Allo stesso tempo, sono tenuti lontani da questioni come il fine vita, che sono facilmente comprensibili e riguardano le persone da vicino. Meglio affossare tutto, gettando discredito sul referendum in sé, nobile strumento che in Italia fu fondamentale per portare avanti diritti civili come l’aborto e il divorzio. Non sia mai che a Don Camillo vada il vino di traverso.


La locandina del Compagno Don Camillo (Keystone)

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