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18.05.22 - 17:13
Aggiornamento: 17:59

Il Vescovo di Lugano e il vasetto (vuoto) di marmellata

Il prete del Mendrisiotto, fermato ubriaco e con precedenti accuse di molestie, ci porta a riflettere sul binomio superato di misericordia e giustizia

Ci chiediamo se sia stata la recente entrata in vigore del nuovo sistema penale canonico a risvegliare le sopite promesse di ‘giustizia’ che da qualche tempo a questa parte la Chiesa è ben attenta a predicare. Nel caso di un parroco del Mendrisiotto ci pare proprio di sì. Come giustificare altrimenti un ripetersi di atteggiamenti sconvenienti e mai ripresi come la ‘norma’ diversamente imporrebbe? Norma che, come ci indicano le rinnovate sanzioni canoniche, entrate in vigore l’8 dicembre scorso, si traduce nella chiara e non interpretabile ‘tolleranza zero’. Basta silenzi, basta scuse, basta... indulgenza!

Sui fatti in questione c’è, inoltre, un appunto in più. Perché non intervenire subito su quel ‘comportamento già verificatosi in passato’ (espressione utilizzata dalla Diocesi di Lugano nel comunicato stampa seguito al fermo sabato del prelato, ubriaco al volante, al di là del confine)? Perché mostrarsi misericordiosi per le accuse di molestie nei confronti del sacerdote e utilizzare il pugno di ferro solo al momento di un’intemperanza verso la polizia italiana, scatenata dalla facile, e pare ripetuta nel tempo, alzata di gomito? È forse meno grave molestare giovani donne in discoteca o ai margini di una festa dove il prete era stato invitato dopo aver impartito un Sacramento?

Fortunatamente, la riforma messa in atto su stimolo di Papa Francesco del diritto della Chiesa, ha indicato la via: misericordia e giustizia sono indissolubili, come ha ricordato su queste colonne il professor Bruno Fabio Pighin, curatore di quello che è un cambiamento radicale. Perché ‘se la giustizia senza misericordia diventa sì crudele, la misericordia senza giustizia è madre della dissoluzione e dell’arbitrio’. Quell’arbitrio che il Vescovo di Lugano ci pare aver preferito in occasione di ormai diverse ‘spine nel fianco’ in seno al clero ticinese (incardinato o presente in quanto ‘prestato’ da altra giurisdizione diocesana). Si perdona, dunque, il don con precedenti e gravi problemi finanziari, e anzi lo si ‘premia’ affidandogli la vicepresidenza di un Consiglio parrocchiale, con la possibilità, fin troppo facile, di mettere mano alla cassa; si perdona, con un semplice trasferimento, il parroco alle prime voci di amicizie fin troppo strette con le adolescenti oratoriane. Entrambi condannati poi per la giustizia terrena.

Monsignor Lazzeri, e il suo ufficio stampa, hanno invece sempre scelto il profilo basso. Per tutelare le vittime? No, nel rispetto della privacy della persona coinvolta. Il prete. Quella stessa riservatezza e difesa che (magari) si dovrebbe accordare a chi, invece, ne subisce la smodatezza e la mancanza di controllo, con una corsia preferenziale se si veste un abito talare o se si è alla guida di un’auto intestata alla Parrocchia, e dunque a tutti i fedeli. Ancora una volta le voci sulla dipendenza del prete circolavano e anziché intervenire a gamba tesa così da aiutarlo in una sua... redenzione, gli si è data la possibilità di varcare la frontiera dove il suo volto e il suo ‘vizietto’ erano sconosciuti. Qui, ripetutamente e ulteriormente, si è lasciata, neppure troppo ingenuamente, la marmellata sul tavolo. Per poi intimargli, a vasetto ormai vuoto, ‘adesso basta’.

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Pugno di ferro al ‘marcio’ della Chiesa

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