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17.03.22 - 05:30

Il benaltrismo e il ‘buon giornalismo’

Parlare dei morti di tutti i conflitti per poter parlare della guerra in Ucraina: amore per la Verità o tragedie sventolate per delegittimare i media?

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Keystone

Non bastavano le bufale e la disinformazione: ad avvelenare i pozzi dell’informazione si aggiunge, prima a mezzo social e ora anche, sempre più a mezzo stampa, il solito, insulso benaltrismo. "Perché parlate della guerra in Ucraina e non avete parlato di…?" è il mantra che chi fa informazione si sente ormai ripetere fino alla nausea. Sembra che per raccontare di una situazione attuale e presente, e in fase acuta, sia necessario prima necessariamente compilare una specie di checklist: "Donbass? Fatto. Yemen? Ok. Ho chiuso il gas? Si. Freni, olio, livelli? A posto. Guerra in Siria? Ok ne abbiamo parlato". Pena l’accusa, neanche troppo sottintesa, di fare "cattiva informazione", di "indignarsi a comando" e altre amenità.

Sarebbe tuttavia ingenuo pensare che chi, con una guerra in corso alle porte d’Europa, chiede che si parli quotidianamente anche di tutti i conflitti in atto sulla faccia della terra negli ultimi 10-15 anni, lo faccia per un sostegno a una causa o per amore della corretta informazione. Più facile presupporre che si tratti semplicemente dell’ennesimo, consapevole tentativo di screditare il lavoro del giornalista insinuando una presunta incompetenza, se non una netta parzialità, strumentalizzando vigliaccamente proprio quelle tragedie di cui ci si erge a paladini. Tanto più che nello stesso momento in cui si chiede alla stampa di "raccontare tutti i fatti" e di "dire la verità", la pretesa poco velata è che tale verità sia quella alla quale si aderisce: l’Ucraina "nazista" e il "genocidio" nel Donbass, gli americani/la NATO/la UE causa di ogni male dalla guerra nello Yemen alla pasta scotta, Assad ultimo bastione dell’antimperialismo americano e via dicendo. Di come effettivamente stiano le cose, di un’analisi precisa dei contesti politici e storici, delle reali responsabilità e cause di un conflitto, importa probabilmente ben poco: ciò che conta è vedere semplicemente confermato il proprio bias, avere la percezione che le proprie idee, per quanto a volte balzane, siano ampiamente condivise e divengano "verità".

Ed è questo che, in fondo, nel caso della guerra in Ucraina, viene indicato, dagli alfieri del benaltrismo nostrano, come modello di "buon giornalismo": non di raccontare i fatti, ovvero l’aggressione a uno Stato sovrano e la strage di civili da parte di una feroce autocrazia, ma di dare legittimità a mezzo stampa alla narrazione di chi, spesso per adesione a schemi ideologici desueti e imbalsamati, ritiene di essere l’unico depositario del sapere geopolitico. Il paradosso è che da una parte si accusa la stampa di parzialità, se non di un netto asservimento ai non ben identificati "poteri forti", dall’altra si chiede che essa, per liberarsi da tali accuse, aderisca a una narrazione palesemente ideologica e spesso montata ad arte e supportata, questa sì, da reali interessi politici ed economici ben identificabili, vuoi nel sovranismo che esaltava Putin a dorso d’orso, vuoi nel veterocomunismo ancora aderente al motto "Il nemico del mio nemico è mio amico".

Piaccia o meno agli alfieri del benaltrismo, ciò che rende il giornalismo diverso da un bollettino quotidiano è proprio la facoltà di stabilire la propria agenda, scegliere quali temi trattare e come farlo, la libertà anche di stabilire delle priorità nell’oceano infinito di notizie che quotidianamente passano sui monitor. E in questo momento, a pena di esser definiti cinici, ciò di cui è prioritario raccontare è di un conflitto non solo in corso e vicino a noi, ma che si trova nella sua fase acuta, e che ha immediate ripercussioni sulla nostra quotidianità. È verissimo, ci sono decine di altri tremendi conflitti e drammatiche crisi umanitarie nel mondo, e alcune peraltro non viste, se non esplicitamente negate, anche da chi invoca che si parli "anche di altro" (che ne dite, ad esempio, di parlare degli uiguri o delle minacce a Taiwan?). Ma oggi piovono bombe sui civili, oggi i carri armati russi invadono le strade di un Paese sovrano, oggi si muore in Ucraina: può far comodo sventolare i morti di altre guerre per delegittimare il ruolo di chi racconta di questa guerra e tirare acqua al proprio mulino. Ma la guerra è là: e non parlarne non la renderà meno reale.

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