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02.06.21 - 05:30
Aggiornamento: 16:39

Il gpc nel parlamento delle meraviglie

In un momento in cui si dibatte di legalità la decisione del Gran Consiglio di reintrodurre il quarto giudice di garanzia è un'ottima notizia

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Le nuove norme federali sulle misure di polizia per la lotta contro il terrorismo, lo sgombero e la demolizione dell’ex Macello… In un momento in cui si discute di legalità, la decisione del Gran Consiglio di reintrodurre il quarto giudice dei provvedimenti coercitivi è un’ottima notizia, soprattutto per coloro – e di questi tempi non sono pochi – i quali ritengono che determinati principi ancorati alla Costituzione non servano solo ad abbellirla. Parliamo dei diritti fondamentali. Come quello alla libertà. I giudici dei provvedimenti coercitivi sono giudici di garanzia. Tocca a questi magistrati fra l’altro convalidare o meno gli arresti ordinati dal Ministero pubblico, approvare o no le richieste di proroga della detenzione preventiva, autorizzare o meno i controlli telefonici. Per giunta devono decidere nei tempi piuttosto stretti fissati dal Codice di procedura penale.

Quei moniti allora inascoltati

I gpc sono giudici di garanzia come lo erano nel 2016, l’anno della grande operazione di rientro per riassestare i conti del Cantone, con la sciagurata proposta del Consiglio di Stato, condivisa poi dalla maggioranza del parlamento, di ridurre l’organico dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi: da quattro a tre magistrati. Una misura di risparmio annuo risibile, 256mila franchi, a fronte dell’importo della manovra per risanare le finanze pubbliche: circa duecento milioni. Quando il governo prospettò la sforbiciata, avevamo scritto di un taglio insensato. A nulla valsero i moniti dei cosiddetti addetti ai lavori. “Riducendo l’organico anche di una sola unità, con inevitabile conseguente aumento del carico di lavoro per i restanti magistrati, si rischia di compromettere fortemente la qualità delle decisioni dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi”, avvertì l’ex capo dei gpc Edy Meli. Una misura “insostenibile” e “avvilente”, secondo il presidente del Consiglio della magistratura Werner Walser. Osservò Roy Garré, giudice del Tribunale penale federale, all’epoca alla testa dell’Associazione svizzera dei magistrati: “Illogico potenziare l’organico della polizia e in seguito diminuire quello degli uffici giudiziari che coordinano o verificano il lavoro delle forze dell’ordine. Affinché la macchina del procedimento penale possa viaggiare senza intoppi, tutti i suoi ingranaggi devono girare per il verso giusto. E i giudici dei provvedimenti coercitivi sono uno di questi ingranaggi”. Magistrati inascoltati. D’altronde c’è poco da fare se la politica si tappa le orecchie. Quella stessa politica che qualche anno dopo il taglio ha attribuito ulteriori competenze ai gpc con la revisione della legge cantonale sulla polizia...

Ravvedimento opportuno

Ieri il Gran Consiglio, con l’ok dell’Esecutivo, ha reso giustizia alla Giustizia, per citare le parole del socialista Nicola Corti, che con Giovanna Viscardi del Plr ha allestito il rapporto commissionale favorevole alla richiesta di ripristino della composizione a quattro magistrati dell’Ufficio dei giudici dei provvedimenti coercitivi avanzata nel 2018, con un’iniziativa parlamentare, dai deputati Raoul Ghisletta (Ps) e Jacques Ducry (Indipendente). Dal taglio è trascorsa una manciata di anni. Ma il nostro è il Gran Consiglio delle meraviglie. Accade che un giorno decida una cosa e quello successivo annulli quanto deciso. In questo caso il ravvedimento è però opportuno. In particolare di questi tempi, in cui il (salutare) dibattito su diritti, doveri, libertà e garanzie si è riacceso.

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