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16.03.21 - 06:00
Aggiornamento: 12:21

Ministero pubblico, sarà un cerotto ma è già qualcosa

Potenziamento: ora la politica pensi a migliorare l'organizzazione della Procura. Evitando intanto proposte confusionarie come quella 'frena arresti' targata Udc

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L’attribuzione di due procuratori al Ministero pubblico, il cui organico sale così a ventitré magistrati (pg compreso), sarà un cerotto, come è stato definito da alcuni deputati, a cominciare dalla correlatrice commissionale, la popolare democratica Sabrina Gendotti, ma è pur sempre qualcosa per un’autorità giudiziaria in affanno. Che da anni, troppi, sollecita – statistiche alla mano – un adeguamento del numero di inquirenti. Su un punto possiamo allora essere tutti d’accordo ed è il ritardo con cui governo e Gran Consiglio rispondono alle richieste della Procura. I vertici del Dipartimento istituzioni avrebbero dovuto stabilire delle priorità quando hanno dato il via all’ambiziosa e incompiuta riforma ‘Giustizia 2018’, a meno che l’orizzonte temporale del progetto non fosse stato indicato casualmente. E le priorità erano due: la riorganizzazione del Ministero pubblico e l’assegnazione allo stesso delle risorse necessarie per gestire al meglio gli incarti ed evitare l’aumento degli arretrati. Due priorità che sarebbe stato saggio concretizzare prima della designazione del successore di John Noseda alla direzione della Procura (Andrea Pagani è stato eletto procuratore generale proprio nel 2018). Tuttavia, seppur in ritardo, il rinforzo-cerotto è arrivato.

Ora bisogna guardare avanti, con l’auspicio che ogni intervento volto a rendere maggiormente efficace l’azione della magistratura venga considerato non una spesa, o non solo una spesa, ma un investimento a beneficio della collettività: una giustizia di qualità e resa in tempi ragionevoli oltre ad avere un effetto deterrente evita tensioni sociali. Il potenziamento che il Gran Consiglio ha approvato ieri, avallando il compromesso che il Dipartimento e la commissione parlamentare ‘Giustizia e diritti’ hanno raggiunto per sbloccare il dossier rinforzi, è solo una tappa dell’annunciato processo che nelle intenzioni odierne della politica dovrebbe rimodellare l’autorità giudiziaria di perseguimento penale ticinese. La commissione deve ancora approfondire sul piano giuridico la proposta del Dipartimento di conferire competenze decisionali ai segretari giudiziari nei procedimenti contravvenzionali, cosa che permetterebbe ai procuratori di concentrarsi sui casi grossi, e valutare l’opportunità di reintrodurre la figura del sostituto pp. Soprattutto è chiamata a dar seguito al mandato assegnatole lo scorso dicembre dal plenum del Gran Consiglio: quello di suggerire misure (anche) per migliorare l’organizzazione della Procura e il controllo della Direzione sui flussi di lavoro interni. Al riguardo sarebbe opportuno che la ‘Giustizia e diritti’ tenesse conto pure del rapporto elaborato sei anni fa – sinora lettera morta – dal gruppo di lavoro sul Ministero pubblico designato dal Consiglio di Stato nel quadro di ‘Giustizia 2018’. Gli spunti non mancano. Stando a Gendotti, le proposte dovrebbero vedere la luce entro fine anno. Lo speriamo, prima che incarti, nuove leggi o revisioni normative, con compiti aggiuntivi per i pp, finiscano per paralizzare la Procura.

Nel frattempo è necessario che la commissione si muova con unità d’intenti. Iniziative parlamentari solitarie, come quella ‘frena arresti’ depositata di recente da cinque deputati democentristi che propongono al Gran Consiglio di considerare nella rielezione dei magistrati anche gli eventuali risarcimenti provocati dal loro agire, non fanno che alimentare confusione.

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