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africa
15.05.21 - 15:490

Morire in Burkina Faso, dove nascono i jihadisti

È uno dei maggiori centri di reclutamento: lì sono appena stati uccisi tre occidentali

La via piena di buche che da Ouagadougou porta a Fada N’Gourma, nell’est del Burkina Faso, è attorniata da foreste brulle e baobab che spiccano per la loro maestosita. Non c’è nulla se non qualche capanna. Se i jihadisti volessero fare un attacco, non sarebbero fermati da nessuno.

Qui, il jihadismo, ha fatto migliaia di vittime civili e recentemente si è preso le vite di David Beriain e Roberto Fraile, i due reporter spagnoli uccisi insieme all'irlandese Rory Coveney, il presidente della Chengeta Wildlife Foundation che li accompagnava. I due reporter erano tra i protagonisti del documentario “Morir para contar”, dedicato a tutti coloro che rischiano la propria vita per raccontare conflitti e alle loro famiglie che soffrono aspettando a casa. Rabbrividisco al pensiero che solo due mesi fa ci passavo io su quella strada. Eppure solo ora ho realizzato gli enormi rischi corsi con altri due colleghi. E mi chiedo se sia giusto che solo la morte di tre occidentali possa riportare l’attenzione su un conflitto negletto che va avanti da quasi 10 anni nel Sahel e che vede Mali, Niger e Burkina Faso in balia di gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico.

Una guerra dimenticata

In Burkina Faso, il jihadismo è arrivato nel 2015, propagandosi dal Mali e colpendo la provincia settentrionale del Soum, il centro nord e l’est del Paese. Un esercito impreparato non è riuscito a prevenire migliaia di civili uccisi, villaggi bruciati e una crisi di sfollati considerata fra le più preoccupanti a livello mondiale.

I jihadisti si nascondono nelle foreste semi-desertiche, attaccando all’improvviso con le loro moto, massacrando e ripartendo. Creando il panico. Assediano villaggi interi, impedendo di coltivare campi, o viaggiare. Controllano intere aree con il terrore. La popolazione li chiama "les gens de la brousse", gli uomini della foresta. Spesso sono civili fuggiti da villaggi, per fame o per costrizione, che vanno a ingrossare le fila di Al Qaeda o dello Stato Islamico.

“Mi sono nascosta quando ho sentito degli spari. Uccidevano chiunque si muovesse” – racconta Salimata, 40 anni, fuggita un anno fa dopo che il suo villaggio è stato attaccato- “Chi correva nella direzione sbagliata è stato abbattuto, compreso mio padre. È stato ucciso di fronte a me”. Oggi Salimata vive in un campo profughi. “Lì non voglio tornare”.

Gli allevatori con le armi

Il terrorismo ha prosperato nella regione soprattutto dopo aver creato una divisione nella società, fra etnie di coltivatori e allevatori, riuscendo a sfruttare le debolezze della società e reclutando i più esclusi, soprattutto giovani Peuls, allevatori tradizionali. È stato quindi facile tacciare come complice dei terroristi tutta la comunità, creando un clima perfetto per massacri di innocenti.

Decine di migliaia di persone, specialmente coltivatori, si sono rifugiati in campi di fortuna per salvarsi dalla furia jihadista. Ma altrettanti Peuls hanno dovuto fare lo stesso per evitare le rappresaglie dell’esercito burkinabé e di civili armati, giustificate come “vendette per gli attacchi jihadisti”. Alcuni gridano al complotto, che sfrutterebbe il caos per eliminarli: “I massacri contro i Peuls erano già presenti prima” dice il Professor Diallo, attivista Peul a Ouagadougou. Nel 2019, il governo burkinabé ha riconosciuto ufficialmente e ha deciso di armare vari gruppi di cacciatori tradizionali appartenenti ai gruppi di coltivatori, che hanno deciso per conto loro di difendersi dagli attacchi jihadisti. Soprannominati “Volontari della patria” (Vdp), combattono ancora oggi al fianco dei gendarmi e delle Forze armate (Fds). Sebbene efficaci nel difendere il territorio, sono stati accusati di varie rappresaglie contro allevatori innocenti. “Abbiamo più paura dei Vdp che dei jihadisti” è il commento di una rifugiata Peul, 52 anni, anonima. Nessuno sa più di chi fidarsi.

“Se all’inizio i terroristi erano arabi, presto si sono create le condizioni per il reclutamento di civili locali, soprattutto Peul” - ammette Diallo -“La reazione dell’esercito e delle milizie Vdp poi, non ha fatto altro che peggiorare la situazione. Molti di loro si difendono solamente, costretti a sopravvivere perché esiliati dai villaggi o privati del loro bestiame. Ma non tutti i Peuls sono jihadisti”.

Conflitti inventati ad arte

Non si tratterebbe però di un conflitto etnico. I Peuls hanno convissuto per secoli con le popolazioni di coltivatori della zona. “Ci scambiavamo latte delle mucche con prodotti del campo” racconta un allevatore, fuggito dalla furia dei Vdp. Sembra piuttosto una manipolazione: “Era una convivenza pacifica. Il jihadismo ha sfruttato le lievi tensioni fra le comunità per reclutare. Ma i Peuls non sono i soli a fare parte dei gruppi jihadisti né sono le sole vittime” commenta Mahamoudou Swadogo, esperto di jihadismo nel Sahel.

Come altre regioni del Paese, anche la zona attorno a Fada N’Gourma si è presto trasformata in terra di nessuno. Un luogo chiave. Ecco perché, insieme a due colleghi, percorriamo 5 ore di strada per arrivarci. Vogliamo incontrare Thimoté, 40 anni, un cacciatore tradizionale diventato comandante di un gruppo di 140 Vdp nel suo villaggio, Tanwalbougou, 45 chilometri più a est di Fada. Oggi è difficile parlare con uno di loro, il governo non vuole che fiatino. Nascondono qualcosa. La zona non è sicura. Il rischio di un’imboscata jihadista è molto alto.

La famiglia di Thimoté si è rifugiata in una piccola casetta spartana in periferia, nel dicembre del 2019, fuggendo ai vari attacchi jihadisti. Lui è rimasto a combattere. Per tradurre ci accompagna Joseph: “Thimoté è un cacciatore, uccide i terroristi. Si nasconde nella foresta senza che loro possano vederlo”. Lo descrive così. Come racconta Thimoté, “mio padre mi ha trasmesso il potere di scomparire in battaglia. Quando ero piccolo, mi avvicinavo alle leonesse bevendo il loro latte”. Mostra le sue armi, fra cui una maglietta crivellata di proiettili, un braccialetto con amuleti protettivi, e un coltellaccio seghettato ancora sporco di sangue umano. “Nove giorni fa ho trovato un jihadista nascosto in un villaggio. Ho fatto il mio dovere”. Il riferimento al coltello è eloquente. “Dobbiamo combattere per difendere il nostro Paese. Ci attaccano all’improvviso. Rimaniamo fermi, nascosti. Poi rispondiamo. Hanno ucciso centinaia di persone, bruciato i nostri villaggi. Non sono veri musulmani e soprattutto hanno infiltrati che conoscono la zona”.

Thimoté vuole mostrarci di più, portandoci fino a Tanwalbougou. Nella tana del lupo. Un villaggio macchiato di sangue. Nel 2020, dodici Peuls innocenti sono stati massacrati dai gendarmi e dai Vdp nei locali della gendarmeria. Forse anche lui ne era complice. Seduti proprio in quel luogo macabro, i gendarmi di Tanwalbougou ci mandano via con molta diffidenza. Sanno bene cosa cerchiamo. Il loro posto di comando è decorato da fori di proiettili. Il pericolo è dietro l’angolo. Non solo i terroristi potrebbero attaccare, ma anche loro sono ostili. Troppo facile eliminarci. Come dimostra la fine dei due giornalisti spagnoli. “Qui, i Peuls non possono attraversare la strada. Molti di loro combattono con i jihadisti o danno loro informazioni. Prima non avevamo problemi con loro. Allevavano le nostre bestie. Ma poi le cose sono cambiate. Se il governo non cerca di sensibilizzarli, dovremo ucciderli tutti”. Parole forti. Fortissime in un momento dove le comunità sono divise più che mai.

Alla fine, i gendarmi non rispondono. Ci mandando via. Ma un testimone Peul della zona, anonimo (questione di vita o di morte), racconta: “Thimoté è stato attivo in alcuni massacri. Quello che è successo con quei 12 Peuls era chiaramente un assassinio. Io ho seppellito i loro corpi. Erano pieni di sangue sebbene il procuratore di Fada N’Gourma avesse dichiarato che erano morti soffocati in una cella della gendarmeria”.

Il governo ha nascosto un massacro ingiustificato. A Ouagadougou, gli attivisti e gli esperti dibattono sull’origine del problema. Il conflitto ha colpito tutta la popolazione. I Peuls sono al centro dell’attenzione e le ferite avranno bisogno di tempo per rimarginarsi.

Ineguaglianze sociali e Sharia

Le sfaccettature di questo conflitto sono molte. In realtà ogni comunità vive questa crisi a livello locale. Ogni villaggio ha problemi differenti legati al jihadismo. “Alcuni villaggi, dimenticati dallo Stato, hanno avuto problemi. Prima del terrorismo, c’era già un problema di ineguaglianza sociale. Alcuni Peuls per esempio, hanno deciso di ribellarsi unendosi ai terroristi per questo motivo. Spesso sono gruppi insurrezionalisti che si legano ai terroristi solo per sopravvivere” afferma Swadogo.

A prova di ciò, in Burkina Faso, come in Mali, molte comunità stanno negoziando con i jihadisti trovando soluzioni locali. Indirettamente, sarebbe coinvolto anche il governo. Un indizio imprescindibile per capire che si tratta di una guerra che ha strumentalizzato un conflitto etnico inesistente. Nel nord del Paese, vicino alla città di Ouahigouya, leader tribali di alcuni villaggi stanno incontrandosi con gruppi jihadisti per capire come porre fine all’insicurezza. “Spesso chiamano prima loro. Sono affamati. Chiedono di poter tornare al mercato, mangiare, predicare nella moschea in cambio della sicurezza di civili, poter coltivare i campi e spostarsi” dice il sindaco di un villaggio riferendosi ai jihadisti. Spesso le richieste sono inaccettabili. Molti gruppi terroristi vogliono imporre la Sharia, la legge islamica: “Siamo musulmani, sì. Ma non vogliamo la Sharia” dice un abitante di un altro villaggio che ha partecipato a negoziati nella zona.

Negoziare potrebbe essere una soluzione per fermare il bagno di sangue. Alcuni incolpano l’Occidente, dicendo che i jihadisti sono una loro creatura. Molti si pongono la domanda di come tutto questo sia cominciato improvvisamente, visto che regnava l’armonia e se tutto ciò potrà mai finire. Sebbene gli attacchi siano diminuiti, i terroristi continuano a imperversare nel territorio, come conferma la morte dei due reporter spagnoli. Senza pietà, eliminano chiunque. Raccontarlo, quindi, è un dovere.

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