laRegione
04.12.20 - 21:47
Aggiornamento: 22:21

La Brexit ritorna in bilico (c'entra anche la Francia)

Johnson e von der Leyen cercheranno domani di salvare la partita. Parigi: ‘Se l'accordo non sarà buono ci opporremo’

Ansa, a cura de laRegione
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il premier britannico Boris Johnson (Keystone)

Saranno il premier britannico, Boris Johnson, e la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, a cercare di sbloccare domani in extremis, in un colloquio telefonico a due, i nodi irrisolti del negoziato fra Londra e Bruxelles sulle relazioni post Brexit. Lo hanno annunciato in un comunicato congiunto i capi negoziatori delle due parti, David Frost e Michel Barnier, a conclusione di un'altra lunga giornata di trattative conclusa senza un'intesa finale sul testo di un accordo di libero scambio che in queste ore appare più in bilico che mai. Frost e Barnier scrivono che al momento "non ci sono le condizioni" per chiudere la partita, date "le significative divergenze" sui punti di frizione ormai noti: il cosiddetto level playing field, la pesca e la governance sui contenziosi futuri. "Su queste basi - precisano - si è concordato di mettere in pausa i colloqui" in modo da poter "aggiornare i Principali" , vale a dire i rispettivi leader politici, sulla situazione: situazione su cui "la Presidente von der Leyen e il Primo Ministro Johnson discuteranno" sabato pomeriggio.

L'accordo, che appariva a un passo, resta dunque irraggiungibile, per ora. Con l'ombra del temuto no deal all'orizzonte, se dai vertici politici non arriverà la spinta verso un compromesso all'ultimo tuffo. Che il negoziato fosse entrato in "una fase molto difficile", al bivio finale mentre stanno per scadere anche i tempi supplementari, lo aveva del resto anticipato un portavoce di Downing Street fin da metà giornata. E a pesare non sono solo le residue linee rosse delle due parti sui dissidi cruciali rimasti da districare, ma pure l'improvvisa minaccia di Parigi di "un veto" in caso d'intesa insoddisfacente per la Francia su uno dei temi in sospeso: quello dei diritti di pesca europei nelle acque d'interesse nazionale britannico. I dossier rimasti in mano ai team capitanati da Barnier e Frost in quest'ennesima settimana di discussioni "intense" tenutesi stavolta alla Londra alla ricerca della quadratura del cerchio, si trasferiscono in ogni caso adesso su un altro piano. Da quello tecnico a quello politico, per verificare se vi sia la possibilità di arrivare almeno con un colpo di coda a un trattato di libero scambio accettabile per tutti.

Trattato che se non eliminerà certo tutte le conseguenze della Brexit, potrebbe almeno allontanare l'incubo di un caos commerciale tanto devastante sulla carta per il Regno quanto inquietante anche per i 27, a maggior ragione nel combinato disposto con lo tsunami dell'emergenza Covid. I temi più spinosi sul tavolo - a meno di un mese dalla fine della transizione fissata per il 31 dicembre - sono i soliti: la pesca, questione di nicchia in termini di valore economico generale ma di grande importanza per nazioni rivierasche quali Francia o Danimarca; e il level playing field, ossia l'allineamento che Bruxelles vorrebbe da Londra sugli aiuti di Stato e su norme come quelle relative alle tutele ambientali o ai diritti dei lavoratori a garanzia d'una futura concorrenza leale, ma che il governo di BoJo non vuole sia trasformato in una perdurante sudditanza alla legislazione Ue in barba alla ritrovata "sovranità". Mentre va chiarito pure quale a organismo giuridico terzo demandare le dispute dell'avvenire. Di fatto si tratta del 5% d'un testo che per il restante 95% pare concordato.

Ma più che sufficiente - date le questioni di principio, d'interesse, di bandiera, d'immagine in ballo e i tempi stretti - a far saltare ancora il banco. "Siamo impegnati a lavorare duro - aveva assicurato stamane un portavoce del premier Tory brexiteer - per cercare di raggiungere un accordo con l'Ue. Ci sono tuttavia ancora alcune questioni da risolvere e il tempo rimasto è poco, per questo siamo a uno stadio molto difficile delle trattative. Ciò che è certo - aveva però ammonito - è che noi non potremo firmare un deal che non rispetti i principi fondamentali sulla sovranità, sulla pesca e sul recupero del controllo". Parole a cui si era contrapposto, dall'altra sponda della Manica, l'avvertimento di segno uguale e contrario della Francia di Emmanuel Macron, affidato a Clément Beaune, sottosegretario agli Affari Europei: "Se l'accordo non sarà buono - il suo secco messaggio - noi ci opporremo. Ogni Paese ha diritto di veto".

Mentre da Berlino rimbalzava l'ultimo tentativo di mediazione dei toni tedesco: col doppio richiamo del portavoce di Angela Merkel da un lato a "un compromesso ancora possibile", dall'altro alla puntualizzazione che un accordo che non potrà essere "a qualsiasi prezzo" dato il rapporto di forza di 27 a 1. Sia come sia, difficile immaginare che il dilemma resti sospeso fino a lunedì. Giorno nel quale il governo Johnson ha in programma di riportare alla Camera dei Comuni - per aggirare il veto di quella non elettiva dei Lord - il testo del contestato Internal Market Bill, che rivendica al Regno il potere di violare il diritto internazionale e modificare unilateralmente alcuni punti dell'intesa di divorzio raggiunta faticosamente l'anno scorso con l'Ue (in particolare sui controlli ai confini irlandesi), in assenza di svolte sui commerci futuri. Legge che, se approvata definitivamente, potrebbe segnare davvero il punto di non ritorno.

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