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I registi Duccio Forzano (sx) e Cristian Biondani
L’intervista
13.05.22 - 05:30
Aggiornamento: 15:41

Eurovision: Duccio Forzano, raccontare lo spettacolo

Insieme a Cristian Biondani, muove il ‘gigante’ che sta intrattenendo Torino e l’Europa: ‘Supero l’ego per donare sensibilità’

«Non esiste mai un giorno di pausa. Sono qui dal 4 aprile e di giorni di pausa ne ho fatti due, durante i quali ho spedito e-mail e risposto alle telefonate, per aggiustare, sistemare». Duccio Forzano, strappato a forza all’ennesima prova, è il regista di questo Eurovision Song Contest. «Divido la responsabilità e tutto il lavoro con il collega Cristian Biondani. E il lavoro è veramente tanto. Un terzo collega ci tornerebbe assai utile. Per fortuna ci supportano altri registi interni della Rai che confezionano tutte le clip di servizio previste durante gli interval act, quegli otto minuti in cui le stazioni televisive europee si agganciano per trasmettere i loro break pubblicitari. Perché noi, come host broadcaster, andiamo in onda di continuo, entriamo in regia alle nove e usciamo quando l’Eurovision finisce». Il lavoro, in cabina di regia, è così diviso: «La prima sera mi sono occupato io dello show: l’apertura, Dardust, Diodato, tutto ciò che era esterno alla gara. Il resto, è stata cosa per Cristian. Per la serata di ieri, è accaduto il contrario. Per la finale lavoreremo a quattro mani. È una cosa grande, sì. E di cose grandi ne ho fatte. Ma questa le supera tutte».

Dipendono da Forzano – già al lavoro in campo musicale per i live di Katy Perry, R.E.M., Lady Gaga, The Cure, Black Eyed Peas, e più volte a Sanremo – i 4mila proiettori, le oltre 20 telecamere di cui 9 speciali, i manager di palco che gestiscono i cambi di scena in un battibaleno e la regia gemella pronta a subentrare in caso di problemi insormontabili. Senza contare gli effetti speciali.

Duccio Forzano. Sono sempre stato convinto che per raggiungere un tale livello di perfezione ogni nazione si portasse il regista da casa. E invece ogni esibizione è diretta da voi…

Ogni delegazione ha un regista che si confronta con un nostro collaboratore. Noi registi non possiamo avere un contatto diretto con le delegazioni per questioni di limpidezza, nei confronti di tutti. Ogni nazione ha un proprio direttore artistico e un proprio regista che fa proposte, che espone le idee che vorrebbe realizzare. Insieme si cerca, lì dove si può, di condividere, affinché tutto si svolga al meglio. Però sì, quando parte la macchina siamo noi a guidarla.

Qual è registicamente, per un veterano di Sanremo quale lei è, la differenza con l’Eurovision?

La differenza palpabile è l’organizzazione dello show. L’Eurovision di quest’anno ha per noi un coefficiente di difficoltà maggiore perché i nostri host non sono semplici conduttori ma tre star che si esibiscono, cosa che aggiunge al nostro carico di lavoro anche la preparazione e la realizzazione dei loro numeri. Sanremo, a ben vedere, è fatto esattamente così: Baglioni, Morandi, Fazio, per quel che ha riguardato me, erano star oltre che conduttori. Qui c’è un’attenzione sempre massima affinché nulla sia lasciato al caso quando si va in onda. Spesso a Sanremo, per problemi di tempi e d’organizzazione, non riusciamo a fare tutto questo.

Guardando al suo curriculum: l’Eurovision è la cosa più difficile fatta in carriera?

È difficile valutare cosa sia più complicato e cosa meno. Intanto qui si lavora con software pazzeschi come il Cue Pilot, che io portai a Sanremo nel 2018 e 2019, un software che aiuta molto nella costruzione dei numeri ma che ti obbliga ad avere una precisione certosina: non puoi sbagliare, se l’operatore alla macchina da presa, se lo stesso cantante o il conduttore cambiano posizione radicalmente da quella decisa, rischi di vedere un luogo vuoto, perché è tutto programmato, con grande lavoro preliminare. In questo senso, per quanto mi riguarda, tutto si riduce poi a una questione di attenzione a ciò che stai raccontando. Per questo mi sento di dire che il programma più difficile che ho fatto è stato ‘Che tempo che fa’.

Quando nel lontano 2005 mi chiamarono per fare la terza edizione, arrivai con la presunzione di chi aveva fatto i grandi show del sabato sera, per rendermi poi conto che raccontare le parole è molto più complicato che raccontare una canzone. Perché dal punto di vista visivo, due persone che parlano possono diventare molto noiose, nonostante l’argomento. La difficoltà è quindi trovare la chiave giusta per raccontare cosa succede sopra un palco. Ecco perché subito dopo l’Eurovision, dal punto di vista qualitativo e di attenzione, metterei proprio ‘Che tempo che fa’, dieci anni di grande crescita umana e professionale, un bagaglio che ho portato con me qui a Torino.

Raccontare visivamente la musica dovrebbe presupporre conoscerla o saperne. Fermo restando amarla, che dovrebbe essere la premessa. Pare ogni tanto, da come è ritratta la forma live in televisione, che nella stanza dei bottoni ci sia chi non sappia cosa stia realmente accadendo…

Io ho una formazione musicale. Nel 1982 vinsi con la mia band il Talentiere di Rita Pavone e Teddy Reno, poi non accadde più nulla per mille motivi (è tutto in ‘Come Rocky Balboa, Longanesi & C. 2016). Ma non credo sia solo una questione di formazione musicale. Credo si tratti di attenzione a ciò che accade, di avere il coraggio di superare il proprio ego, la voglia di virtuosismo nello staccare le telecamere, per donare tutta la sensibilità e l’attenzione alla canzone. Che non è solo fatta di musica, ma anche di parole. A Sanremo nel 2019, per la quantità di parole contenute in ‘Abbi cura di me’ di Simone Cristicchi, mi confrontai con lui e Roberto Rossi della Sony e proposi di avere sempre il primo piano di Simone sullo schermo. Sarebbe stato offensivo abbandonare il suo volto per inquadrare un violino o un altro strumento. Ecco perché non si tratta soltanto di formazione musicale. E chi pretende, come accade in alcuni casi qui a Torino, stacchi a ripetizione perché la musica è incalzante, rischia di rendere il racconto incomprensibile. A volte gli stacchi si possono fare con un totale in avvicnamento e vedere le luci che pompano al tempo della musica e avere ritmo.

Cito un piemontese, Elio Rivagli, amato dai cantautori per quel suo suonare la batteria seguendo il testo. Mi sento di dire che il suo è anche un ragionamento da musicista…

Ragiono da musicista ma anche da chi rispetta ciò che racconta. Elio, che è anche amico mio, può fare cose mai viste sulle sue pelli a livello di virtuosismo, ma solo se è il caso di farlo. Altrimenti valorizza il brano restando invisibile, la cosa più difficile da fare in assoluto.

C’è una forte componente ucraina nello staff tecnico che fa capo a voi. Quali sensazioni si vivono, quali sensazioni vivete?

I macchinisti, quelli delle macchine speciali, sono ucraini. Anche l’operatore della sky cam, Alexi, è ucraino. Sono persone cui non basta dire grazie. Non riesco minimamente a pensare cosa possa passare nella testa di questi ragazzi, che hanno probabilmente parte della famiglia nei luoghi in cui si combatte la guerra, e loro qui col pensiero di dover tornare in patria quando l’Eurovision sarà finito. Non riesco a capire come possano essere così incredibilmente sul pezzo, e assorbire tutta la festa di uno show fatto di gente arrivata qui per vincere una gara canora, lo zero assoluto rispetto a quanto accade in Ucraina. Eppure sono lì dalla mattina alla sera, pronti, attivi, mai disattenti. Ho un rispetto enorme per loro, e va al di là del professionismo.

Non credo che influenzeremo il televoto: cosa le piace tra la canzoni che ci ‘confeziona’?

Ce ne sono diverse. Alcune ti entrano nel cervello e creano anche una sorta di unione improvvisa all’interno della regia: la canzone serba, cantata in serbo, cosa che apprezzo molto perché credo sia la cosa più corretta da fare, ha un ritornello in cui si battono le mani a tempo e in regia tutti quanti, quando arriva quel ritornello, battiamo le mani con loro.

Per finire, e mi perdoni se sono di parte: Marius Bear le piace?

La Svizzera non è una delle delegazioni che curo personalmente, ma la canzone è molto bella. Lui si spende molto, ha una bellissima voce e una bella presenza. L’ho seguito perché la sua regista, insieme allo staff fotografico della Rai e a Cristian, ha creato una bella atmosfera. Sono certo che in finale Marius se la giocherà alla grande.

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