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03.10.21 - 11:08
Aggiornamento : 14:17

Jazz Cat, arrivano le vibrazioni di Emmet Cohen

Intervista al giovane pianista newyorkese, lunedì ospite della stagione del club asconese

di ElMar

“Un virtuoso capace di strabiliare per la sua tecnica ed emozionare”: così lo descrivono critici, colleghi musicisti e centinaia di migliaia di fan che lo seguono sui social. Parliamo del 31enne newyorkese Emmet Cohen, poliedrico pianista e compositore jazz, uno dei nomi di punta della nuova scena jazz statunitense e internazionale, che si esibisce domani sera, lunedì, alle 20.30 al Teatro del Gatto di Ascona nell’ambito della stagione del Jazz Cat Club (prenotazioni: 078 733 66 12).

Emmet, ho letto che suoni il pianoforte dall’età di tre anni. Hai qualche ricordo particolare di quel periodo?

In effetti ho cominciato a prendere lezioni di piano a tre anni. Non ho grandi ricordi di allora, se non che riuscivo a riconoscere alcuni compositori classici. Mio padre suonava un pezzo e io lo riconoscevo. Ci sono stati diversi musicisti nella nostra famiglia, ad esempio il pianista Craig Cogan, che ha suonato per anni con Lionel Hampton e Buddy Rich. Deve essere che la musica ce l’abbiamo nel sangue.

Come mai sin da giovane ti sei orientato verso il jazz?

Il jazz in qualche modo penso sia stato un approdo inevitabile visto che il metodo Suzuki con cui ho studiato è soprattutto un processo in cui si impara a orecchio, ascoltando. Direi che il jazz è diventato una passione dalla scuola media in poi. Mi piacevano Frank Sinatra ed Ella Fitzgerald, le big band, le canzoni dei musical e a 13 anni ho avuto la fortuna di assistere a un concerto di Monty Alexander al Jazz Standard, un club di Manhattan. Ragazzi, che swing! Che feeling! Poi con John Coltrane e Charlie Parker mi sono fatto prendere dal be bop e dal desiderio di capire e praticare quel linguaggio. Tutte queste esperienze mi hanno spinto a volere essere un musicista jazz

Si sente molto parlare di te, in termini sempre entusiastici. Qual è il complimento che più ti fa piacere ricevere?

Quando dopo un concerto mi ringraziano per il feeling, l’emozione che la musica ha saputo comunicare. Nel jazz è proprio ciò che conta, quando musica ed emozione fluiscono assieme, quel momento di spontaneità dove succede qualcosa che fa clic e tutto diventa magico. Se qualcuno ti dice di aver vissuto una cosa del genere, ecco è un bel complimento.

Ci sono invece aspetti del successo che ti infastidiscono?

Cose del tipo rispondere alle domande dei giornalisti? (Ride di gusto, ndr). Seriamente, sarei uno sciagurato se non fossi più che grato per tutto ciò che la vita mi ha finora riservato. Poi anche io ho le mie giornate storte…

Quali pensi siano state le tappe fondamentali della tua crescita artistica?

Ogni giorno è una tappa fondamentale. A volte tutto viene facile e naturale, a volte la vita sembra lastricata di ostacoli e bisogna lottare. Detto ciò, credo che la vera forza nella musica sta nel collettivo. Far parte di una comunità, poter suonare e progredire assieme ad altri giovani musicisti come Benny Benack, Ruben Fox, Yasushi Nakamura, Brian Carter, Samara Joy e tanti altri è un privilegio. È gente così che mi ispira e mi fa avanzare. È bello imparare, crescere, viaggiare e suonare insieme, è così che si progredisce, giorno dopo giorno.

Come è nata l’idea di produrre la serie Master Legacy? Dopo Jimmy Cobb (2017), Ron Carter (2018), Albert “Toothie” Heath e Benny Golson (2019) e George Coleman (2019) ci saranno altre registrazioni?

È stato nel 2013, quando avevo 23 anni. Ero appena arrivato a New York City e una sera dovevo suonare con la Dizzy Gillespie Big Band. Sedevo nel bus che ci portava al concerto accanto al grande Jimmy Heath, che allora aveva 90 anni. Jimmy si era messo a raccontare un sacco di vecchie storie, di John Coltrane, Benny Golson, Charlie Parker, di lui e i suoi fratelli. Mi sono detto: “Wow, this is the real thing!”. Altro che studiare il jazz al college o sui libri. Mi è sembrato un gran peccato che la mia generazione non conoscesse queste storie, che un tale patrimonio di idee e conoscenze potesse andar perso. Così ho pensato di creare una piattaforma per avvicinare le generazioni, dove i giovani potessero studiare con gli anziani, creare musica con loro e imparare da loro. È così che abbiamo registrato quattro album e spero che altri ne possano seguire. Ho già alcune idee in proposito.

Con gli streaming di Live From Emmet’s Place hai conquistato molti fan durante il periodo della pandemia. Suonare davanti a una camera ti piace o è solo un surrogato rispetto ai concerti dal vivo?

Il jazz ha sempre vissuto in diverse forme e modalità di fruizione. Nelle sale da concerto dove la gente si siede e ascolta, nelle sale da ballo, nei jazz club dove si beve e mangia, negli speak easy dove il jazz faceva solo da sottofondo agli incontri e alle chiacchiere; il jazz lo si può ascoltare alla radio, su cd, mp3, vedere in TV… Insomma, il video streaming è solo una delle possibilità che ci sono oggi e andava benissimo durante la pandemia per tenere compagnia alla gente e aiutarci a superare un momento difficile. Da un po’ di tempo siamo tornati ai concerti dal vivo ed è speciale, la gente ha voglia di buone vibrazioni, di tornare abbracciarsi, e per noi è bello tornare a viaggiare e suonare assieme a vecchi amici…

Oltre al piano e alla musica ci sono altre passioni nella tua vita?

Pratico lo yoga, gioco a scacchi, mi piace sciare, leggere romanzi, stare con gli amici e tutto ciò che ha a che vedere con l’arte.

Due parole sul tuo trio e il programma?

Ho la fortuna di avere al mio fianco due musicisti straordinari, Yasushi Nakamura al basso che viene dal Giappone e Kyle Poole alla batteria. Ci conosciamo come le nostre tasche e con loro il feeling è sicuro. Faremo soprattutto standard e mie composizioni.

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