laRegione
07.09.21 - 21:53

Venezia, quando a emozionare è un western fuori concorso

Mentre il concorso delude con ‘Qui rido io’ di Mario Martone e ‘Vidblysk’ (Riflesso) dell’ucraino Valentyn Vasyanovych, per fortuna c’è 'Old Henry’ di Potsy Ponciroli

di Ugo Brusaporco
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Cielo grigio sulla laguna, come grigia è stata la giornata in concorso con i film ‘Qui rido io’ di Mario Martone e ‘Vidblysk’ (Riflesso) dell’ucraino Valentyn Vasyanovych. A trionfare è stato, fuori concorso, il western ‘Old Henry’ di Potsy Ponciroli. È stato un respiro nuovo ritrovare quell’avventura che mancava al freddo western di Jane Campion, quel ‘The Power of the Dog’ passato qualche giorno fa. Il western è sempre stato sinonimo di avventura, di uomini e cavalli, di grandi spazi, di sparatorie, di illusioni e leggende… e il film di Potsy Ponciroli è tutto questo, e il regista lo affronta anche con un piglio virile e l’unica donna è già sepolta. Il protagonista è Henry McCarty (un notevole Tim Blake Nelson), un agricoltore che vive nella sua piccola, isolata e tranquilla fattoria insieme al figlio Wyatt (il bravo Gavin Lewis) dopo la morte per tubercolosi della moglie. La loro pace viene turbata da un episodio che segnerà il loro rapporto. Siamo nel 1906, il paese sta cambiando, la modernità ha portato alla fine la mitologia del west, Henry si sente un uomo inadatto ma sa che il figlio vivrà in un altro mondo e che sarà adatto a farlo, convinto tuttavia di avere qualcosa da insegnare. Succede che un giorno ritrovi sulla sua strada un uomo ferito gravemente, Curry (Scott Haze), con una pallottola nel petto, e una borsa strapiena di dollari vicino a lui. Henry lo porta alla fattoria e lo cura, nascondendo la pistola e i soldi. Scopre che tre uomini stanno cercando Curry e sono molto arrabbiati, gli dicono che il ferito è un delinquente e che i soldi vengono da una rapina, di più si convincono che Henry non sia in realtà un semplice agricoltore, e anche suo figlio comincia ad avere dubbi sulla vera identità del padre, dopo aver scoperto dei ritagli di giornale che il genitore aveva nascosto. I tre interrogano duramente il cognato di Henry per sapere chi è in realtà quell’uomo, ma lo scopriranno quando ormai la loro vita ha lasciato passo alla morte. Per avere il ferito e i soldi ora torna una numerosa banda, ma questo non preoccupa Henry McCarty che da solo li affronta e uccide, il ferito ora sa che quell’uomo è Billy the Kid, lo aveva visto bambino pochi minuti prima che lo sceriffo Pat Garrett lo uccidesse e ora capisce che tocca a lui l'onore di ucciderlo veramente ma non fa i conti con il figlio che interrompe la sua gioia. Il figlio finalmente ha capito chi era il padre, lo abbraccia, mai l'aveva fatto così dolcemente, e Henry prima di morire gli indica la strada da prendere, lontano dalla fattoria, verso un mondo nuovo che si è già messo in moto Film attento nello sviluppo dei caratteri, ben recitato, sostenuto dalla bella fotografia di John Matysiak, e soprattutto emozionante per l'alone di leggenda che fa respirare.

Ed ecco il pallido concorso: ‘Qui rido io’ di Mario Martone, un film ingessato e alieno alla vita che racconta, con scene e costumi vedovi della genialità viscontiana, di Eduardo Scarpetta, grande attore comico e re del botteghino nella Napoli agli inizi del Novecento, con il cinematografo che sta richiamando pubblico e attori, e in cui gli autori ispirati dal D'Annunzio scelgono il teatro alto rinnegando quello popolare. Per Martone è anche il preteso per prendere la parte di chi sbandiera il fatto che Titina, Eduardo e Peppino De Filippo siano stati figli di Scarpetta, cosa di cui Eduardo De Filippo fino alla morte non ha mai voluto parlare e si sa che tolse per sempre il saluto al fratello Peppino reo di averne parlato in un libro autobiografico. È su di loro e la loro storia che il regista punta con più attenzione, mentre il suo sguardo su Scarpetta e la sua maschera di Felice Sciosciammocca resta più macchiettistico, più sopra le righe, meno convinto e Toni Servillo non riesce a dargli altri colori, interpretandolo in superficie, quasi come fosse routine. Quello che manca poi al film è Napoli e le tante canzoni del repertorio classico napoletano, sono fredde senza colore. Fotografia e costumi e scenografie sono compitini mal fatti. Ma per un pubblico abituato alla tv questo è il giusto spettacolo da vedere e applaudire, non fa pensare, non regala emozioni, accontenta. 

Altri sono gli appunti da fare a un film come “Vidblysk” di Valentyn Vasyanovych, un noioso film di propaganda antirussa che chiede allo spettatore di schierarsi per una parte politica. Si tratta del Donbass e della guerra che lì si combatte dal 6 aprile del 2014, e il film nella prima mezz'ora mostra crudamente come i russi interroghino gli ucraini presi prigionieri e poi come cancellino i cadaveri incenerendoli. Questo è quello che succede al chirurgo ucraino Serhiy, catturato dalle forze militari russe in una notte di tempesta in cui è finito involontariamente in zona di combattimento, interrogato con rispettosa brutalità assiste al sadico interrogatorio del nuovo compagno della sua ex moglie, fatto prigioniero dopo un attentato in cui ha ucciso diversi soldati russi. L’uomo tramortito viene ucciso dal chirurgo per evitargli ulteriori e definitive sofferenze. Finalmente uno scambio di prigionieri lo riporta nel suo paese e per un'ora e mezza si sbadiglia e si guarda l'orologio perché non succede nulla, anzi un piccione sbatte contro il vetro di casa dell'uomo che per accontentare la figlia arriva inscenare il funerale dello sfortunato volatile con il problema di accendere un fuoco all'aperto con il vento che prova a spegnerlo, e il fuoco serve perché l'anima dell'animale possa uscire libera dal corpo. Inutile dire i boati di disapprovazione alla fine del patriottico film. E non hanno messo in concorso ‘Old Henry’.

 

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