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Francesco Renga (foto: Toni Thorimbert)
Aspettando Sanremo
17.02.21 - 22:05
Aggiornamento : 23:56

'Quando trovo te', lo zio Renga torna al Festival

'Nel 1991 avevo più o meno l’età che hanno ora i ragazzi in gara con me all'Ariston'. Brescia, la vita, le piccole cose e una canzone per ricominciare.

La sua ‘Angelo’, durante il primo lockdown, accompagnò le immagini della sua città deserta, in un video reso virale anche dal suo sindaco. Un filo rosso (anzi blu, nel rispetto dei colori del gonfalone) lega quella canzone – Sanremo 2005, prima classificata – a quella città – Brescia – a questo Sanremo, dove Francesco Renga porta un altro capitolo sull’importanza delle piccole cose intitolato ‘Quando trovo te’, l’oblìo salvifico, il ricordo felice che ognuno tiene nascosto, per volere o per difesa, che torna per renderci migliori. «È lo sguardo dei miei figli, il profumo del mangiare che arriva dalla cucina, l’abbraccio di una compagna o di un amico, momenti intimi tenuti stretti per non svilirli nella quotidianità sbagliata, quella di ogni giorno». Nella quotidianità Zoom alla quale il Festival alle porte ci ha abituato e ci abituerà, Francesco Renga parla del suo Sanremo come «simbolo di ripartenza, primo momento dopo mesi e mesi di nulla, per me ma anche per gli altri addetti ai lavori, tecnici, musicisti, backliner». Perché «la macchina di Sanremo fa lavorare centinaia di persone che non avrebbero lavorato nemmeno questa volta».

‘I bresciani li vedranno in ginocchio soltanto per raccogliere i funghi’

Partiamo da Brescia, e da ‘Angelo’. «Quella cosa fu meravigliosa. Cercavo il modo di sollevare gli umori di una città che non era in ginocchio, perché i bresciani li vedranno in ginocchio soltanto per raccogliere i funghi, ma era una città spaventata, che di colpo si è riscoperta comunità molto legata. Ricordo in quel periodo il vicino di casa che veniva a chiederti se volevi del pane, che ti parlava del negoziante disposto a portarti a casa la carne. Si era riscoperto quel senso di comunità che in una città operosa, laboriosa e frenetica come Brescia non è proprio radicato nell’indole di chi la abita. Ma in quel momento, quello spirito è venuto fuori. Il poter sottolineare questa cosa attraverso la canzone è stato motivo di orgoglio, oltre lo scoprire come le parole su quelle immagini, di colpo, avevano assunto un significato molto diverso, profondo e salvifico per la città». Oggi, alla luce degli ultimi dati che danno Brescia nuovamente in sofferenza, il ricordo salvifico è a suo modo anche nel brano in gara, perché ‘Quando trovo te’ può avere anche un destinatario collettivo: «C’è una città precisa che viene raccontata nella canzone, che viene nominata, più che raccontata. Ciò che mi ha salvato e mi salverà, e salverà ognuno di noi, è il ricordo della felicità, il ricordo delle piccole cose, della quotidianità che non dobbiamo più rischiare di obnubilare, perdere, dimenticare. Quando parlo di quotidianità parlo di affetti, di amori, di amicizie, di tutti quei sentimenti che legano ognuno di noi al prossimo».

Siamo stati Giovani

Sanremo 2021 è il nono Festival per Renga, otto da solo e uno dentro i Timoria de ‘L’uomo che ride’, Premio della critica, niente meno che trent’anni fa: «Avevo 22 anni, più o meno l’età che hanno ora i ragazzi che saliranno come me su quel palco. Nella possibilità di giocarmela sul loro terreno, nell’essere rimasto collegato alla realtà musicale nonostante la mia veneranda età, ci vedo un motivo d’orgoglio. Con la differenza che la prima volta io ero nelle Nuove proposte e loro, giovani come lo ero io, oggi sono nei Big, segno del cambio di passo che ha voluto fare Sanremo negli anni».

Nel giudizio «totalmente positivo» di un «cast agguerrito e molto forte», una manifestazione che mette nella massima categoria «tutto il panorama artistico musicale contemporaneo», un roster di artisti «saldamente legato al momento» e del quale lui si sente un po’ «lo zio», dopo avere ammesso di avere chiesto lumi ai suoi figli su chi fosse tizio e chi caio, arriva l’aneddoto dal casting fotografico per la copertina di Sorrisi e Canzoni Tv, must dell’aspettando il Festival: «I miei colleghi più giovani mi hanno chiesto cose tipo “Ma a teatro vedi la gente o hai i fari in faccia?”, cosa che senza pubblico è superata, anche se il pubblico ti dà il feedback immediato di quello che fai. Sempre in un contesto, l’Ariston, che è anomalia a sé, che non è esattamente il concerto». Il consiglio: «Ho detto loro di non perdere la luce, il fuoco molto potente che hanno dentro. Ma soprattutto, di fare quello che ho sempre tentato di fare io e che continuo a fare, e cioè alimentare la scheggia di follia e d’incoscienza che porta ognuno di noi a confrontarsi su quel palcoscenico, da vivere in maniera giocosa, divertita, divertendosi, divertendo, perché il rischio è quello di vivere la settimana avulsa dal tempo reale». A proposito di tempo reale: «Il Festival ti catapulta in una settimana sanremocentrica in cui tra bagni di folla, camminate tra l’hotel e le radio, cene pantagrueliche e feste, si rischia di dimenticare cosa accade nel mondo reale. Tutto questo mancherà quest’anno. Per questo mi sono portato dei libri, credo che leggerò molto…».

Col rischio di essere banale

A testimonianza che nella vita facciamo più o meno tutti (o quasi) le stesse cose, c'è stato un tempo in cui Francesco Renga ha visto Sanremo davanti alla tv: «Anna Oxa che sale sul palcoscenico vestita da uomo e canta una canzone che ancora oggi reputo una delle più grandi canzoni che il pop italiano abbia prodotto, ‘Un’emozione da poco’. È il mio primo ricordo, forse ancora in bianco e nero. E poi mi ricordo ogni Sanremo, il rito di ascoltare le canzoni, il momento in cui la famiglia si riuniva e noi bambini eravamo tenuti in considerazione». Il suo Sanremo, invece. Anzi, i suoi Sanremi: «Il primo, coi Timoria, il più entusiasmante di tutti, l'incoscienza che ci aveva portato lì, la voglia di rivoluzione, di cambiare il mondo, di farci sentire». E poi «il Sanremo 2000 di ‘Raccontami’, il primo da solista, quello difficile di ‘Tracce di te’ in cui portavo le tematiche che hanno segnato la perdita di mia madre. ‘Angelo’ nel 2005, bello per la vittoria ma anche perché fu l'anno del passaggio da figlio a genitore. E poi questo ultimo, che si spera irripetibile». Nel senso di «speranza che sia la prima e ultima volta che faremo un Festival in questo modo». Il Festival della ripartenza, il Festival di ‘Quando trovo te’, «canzone di speranza che dedico a tutti, e anche me. Perché, a costo di essere banale come la Miss e la pace nel mondo, ne abbiamo tutti tanto bisogno».

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