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L'intervista
27.01.22 - 05:30

Ambrogio Sparagna, la taranta come terapia di gruppo

‘La musica è l’antidoto al male che viviamo’: sabato al Sociale, il virtuoso dell’organetto, musicista ed etnomusicologo con l’Orchestra Popolare Italiana

Tappa più recente, l’Expo di Dubai, dove uno dei suoi musicisti, positivo al Covid, si è fatto dieci giorni d’isolamento. «In questo periodo, ogni concerto che si porta a casa è un piccolo miracolo, ha un valore assoluto, mai relativo. Per questo motivo Bellinzona è un’occasione eccezionale, nel senso letterale del termine». Sabato 29 gennaio alle 20.45, Ambrogio Sparagna porta la sua Orchestra Popolare Italiana al Teatro Sociale – finalmente, viene da dire, visti i rinvii per pandemia – e con essa ‘Taranta d’amore – La notte del gran ballo’, concerto a base di gighe, saltarelli, ballarelle, pizziche, tammurriate e seminali tarantelle, parte di quanto recuperato dallo Sparagna virtuoso dell’organetto, musicista ed etnomusicologo fin nelle viscere della musica tradizionale italiana.

Era maggio 2020 e nel pieno dello smarrimento lei avvisava che il problema sarebbe stato “elaborare il lutto”: ci è riuscito?

Il lutto lo stiamo elaborando mentre ancora la gente sta morendo, cosa che ne rende complesso il completamento. D’altra parte, l’elaborazione è necessaria e la si può tentare attraverso l’uso della musica come antidoto straordinario al male che viviamo. È sempre stato così, la musica è sempre servita come cura. Il 5 e 6 gennaio a Roma, per quanto complicato sia stato, con mille sforzi abbiamo voluto fare i concerti della ‘Chiarastella’ in Auditorium, con un coro non più di cento persone come tradizionalmente da dieci anni a questa parte, ma di trenta. Voleva essere un segno di ripresa, per noi e per tutti.

Attingendo dalla psicologia, la sua Orchestra è sempre stata una terapia di gruppo. Lo è ancor più oggi…

Anche il titolo, in effetti, ‘Taranta d’amore’, è la taranta che scaccia il male, è un amore assoluto, legato non soltanto alle persone o a una persona, e dal valore oggi quasi escatologico, salvifico. ‘Taranta d’amore’ è un concerto legato al ritmo liberatorio, vertiginoso della taranta, musica dalla radice antichissima capace di sviluppare il senso della terapia, tanto da essere impiegata nella cura contro il morso del ragno. Oggi, a maggior ragione, questo ritmo può essere l’antidoto alla malattia del cuore, la solitudine.

Dal 2004 al 2006, della Notte della Taranta, lei è stato il Maestro concertatore per eccellenza…

Ci lavorai per quattro anni. La presi in un momento centrale, fondando un’orchestra di 70-80 persone, portando sul palco l’intero territorio del Salento, inteso come musicisti, cantori, danzatori. Mi assunsi la responsabilità di far suonare la gente ‘semplice’, comune, il popolo. Il grande problema fu dare un’organizzazione a persone impreparate per quel tipo di attività: quasi nessuno leggeva una sola nota di musica, ma il problema più grande era che quasi nessuno aveva avuto un’esperienza di musica d’insieme. Il grosso del lavoro fu dunque coordinare questa follia generale, esperienza eccitante sotto molti punti di vista e che ha cambiato, credo, le sorti della musica in Italia. Da lì, posso dire, lo spettacolo sulla musica popolare è diventato un modello declinabile in altre realtà e luoghi d’Italia, in altre potenziali Notti della Taranta. Un modello dello stare insieme.

La Notte della Taranta spiegata a uno svizzero?

Nel mio caso, col rischio di ricorrere a un luogo comune, ciò che potrebbe impressionare uno svizzero è la piacevole disorganizzazione iniziale. Facevamo prove lunghe settimane, veri e propri happening; io rimasi sul posto tre-quattro mesi e i miei compagni di viaggio, De Gregori, Dalla, Battiato, Nannini, non se la cavarono in tre minuti, ma dovettero inserirsi in quella sorta di allegra brigata alla quale io cercai di dare regole. Arrivai che si facevano 7-8 canti e me ne andai lasciando un centinaio di brani elaborati per orchestra, un patrimonio diventato poi esperimento condiviso da chi è venuto dopo di me.

Qualcuno l’ha chiamata ‘rabdomante’: non sarebbe meglio ‘archeologo’?

Se c’è una cosa che faccio da ormai tanti anni è studiare, e mi sento un privilegiato. È vero, condivido con gli archeologi la passione per la storia, per le vestigia antiche; non affronto mai un canto popolare soltanto in superficie e in questo senso trovo pertinente la similitudine con gli archeologi, che devono scavare, attitudine che in questi anni mi ha guidato attraverso l’analisi di tanti materiali che appartengono anche ad altri segni della documentazione. Chi si occupa di canti popolari, io credo, si dovrebbe occupare di storia dell’arte, di supporti iconografici. Esaminando il lavoro degli zampognari, per esempio, ho dovuto consultare i verbali della Questura di Roma, che gestiva le attività dei suonatori davanti alle madonnelle. L’etnomusicologo non si occupa soltanto della musica che ascolta, la deve inquadrare in un codice complesso. Noi ci occupiamo di un sistema culturale, non soltanto di un segno musicale.

Dagli anni ’70 in poi, il suo lungo lavoro ha portato gli organetti a essere, oggi, più numerosi dei violini...

Quando abbiamo cominciato, in effetti, erano rimasti pochi costruttori di organetti nell’area di Castelfidardo e in quella di Teramo. Al tempo ne realizzavano in media forse un migliaio, oggi la produzione ha salvato il comparto della liuteria musicale italiana. Fino a 2-3 anni fa, prima della pandemia, si vendevano dai 15 ai 20mila organetti l’anno, livello che nessuno strumento musicale è stato in grado di raggiungere. E questo in un’ampia fascia, da nord a sud, con punte d’eccellenza di produzione artigianale sino ai prodotti di più semplice fattura. Tutto ciò ha portato poi al recupero di altri strumenti come la zampogna o, in Calabria, la lira. Nel 1982, in una frazione di Siderno, fui il primo in Italia a registrare un suonatore di lira, Giuseppe Fragomeni, che era rimasto l’ultimo costruttore e suonatore di questo strumento. Oggi, in tutta l’area della provincia di Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria, i costruttori di lira sono centinaia. Quando registrai Fragomeni, mi sembrò di tornare indietro di Duemila anni.

Ci vuole descrivere l’esperienza?

Una rozzezza organologica la sua, ma affascinante. La musica popolare annienta il tempo e ti porta in una dimensione avulsa da una produzione sintonica. In quei momenti, appartati in una casa di pietra, con gli odori del fuoco, dell’estate, l’unico elemento tecnologico era il mio registratore, che a un certo punto addirittura spensi per immergermi nella situazione che stavo vivendo. Ma è la forza di questa musica: oggi, nonostante il tempo ci condizioni, ci faccia sgomento, questa musica ha il potere di proiettarci in una dimensione atemporale, altro antidoto per curare anche l’ossessione che il tempo provoca.

Un’ultima domanda. A Formia, sua città natale, lei ha chiesto che sia intitolata una strada all’amico Franco Battiato: si farà?

Con la prossima amministrazione, mi dicono, e io ci tengo. Con Franco non avevamo bisogno di sentirci tantissimo. Molto ha influito l’amicizia che accomunava anche lui a Giovanni Lindo Ferretti (già CCCP, ndr), due persone, Franco e Giovanni, molto simili e legate l’una all’altra. Tutto questo passava attraverso un triangolo di affetti molto intenso che non necessitava di contatti frequenti. Ma ogni qualvolta ciò si verificava, percepivo una profondità che ancora oggi mi riempie la vita.

Ambrogio Sparagna & Orchestra Popolare Italiana
‘Taranta d’amore - La notte del gran ballo’

con:
Ambrogio Sparagna voce e organetti
Valentina Ferraiuolo tamburelli e voce
Erasmo Treglia torototela, ghironda e ciaramella
Clara Graziano voce, organetto e danza
Cristiano Califano chitarre
Raffaello Simeoni voce e fiati popolari
Diego Micheli contrabasso
Ottavio Saviano batteria

Biglietti: InfoPoint Bellinzona, Piazza Collegiata 12 (tel. 091 825 48 18), sul sito www.ticketcorner.ch e presso tutti i punti vendita Ticketcorner

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