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Cinema
26.01.22 - 20:34

Giornate di Soletta, ‘Wet Sand’ e gli altri vincitori

Un festival di storie intime, autentiche, raccontate nei tanti documentari in gara, e i premi hanno confermato questo trend.

di Antonella Montesi
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‘Wet Sand’ di Elene Naveriani

Sempre triste arrivare alla fine di un festival: finisce quel mondo parallelo fatto di vite altre, di luoghi, del buio di una sala cinematografica, della fruizione collettiva che nessuno streaming, nessun Netflix potrà mai sostituire. Arrivare alla fine di un festival significa però vedere anche se, il film che ti aveva conquistato, il regista che avevi intravisto sul palco, hanno vinto.

Era stato annunciato come il festival delle donne registe e produttrici, da subito si è rivelato anche come il festival di storie intime, autentiche, raccontate nei tanti documentari in gara, e i premi hanno confermato questo trend. Il Prix Soleure è andato infatti a una donna, alla regista georgiana, naturalizzata svizzera, Elene Naveriani, per il film ‘Wet Sand’. Film che aveva avuto la prima mondiale a Locarno, racconta la storia di un piccolo paese sulle rive del Mar Nero, dove il protagonista, Eliko, viene trovato impiccato. La nipote cerca di capire cosa sia successo e viene a scoprire una realtà sociale fatta di menzogne e ipocrisia, nella quale Eliko aveva vissuto, per 22 anni, un amore segreto con Amnon. La sabbia bagnata del titolo è quella della spiaggia di questo paesino georgiano, dove le onde non smettono d’infrangersi sulla riva e dove un giorno, l’amore avrà modo di esistere, nonostante i valori nazionalistici, le tradizioni e la religione che mettono a tacere la voce della gente.

Il Prix Opera Prima è stato assegnato a ‘Pas de deux’, di Elie Aufseesser. Un documentario che racconta la storia di due fratelli, Jon che si trasferisce a New York per studiare in un college, e Peter che vaga per il deserto giordano, in preda alla malattia e al dubbio. La diversità dei luoghi e delle esperienze, la distanza geografica, metteranno a dura prova la fratellanza dei due protagonisti. “Il film parla di filiazione, del passaggio all’età adulta, della morte, dell’incoscienza e della follia”, questa una parte della motivazione del premio nella laudatio delle giurate.

Il Prix du Public è ormai da 15 anni un classico delle Giornate di Soletta e in questa edizione vede vincitore ‘Presque’, film di finzione di Bernard Campan e Alexandre Jollien. Forse non è un caso che, in questi tempi difficili, con una pandemia in corso, il pubblico abbia voluto premiare un film con una leggerezza e una voglia di vivere che nascono in situazioni non leggere e con poca voglia di vivere : un viaggio in un carro funebre, protagonisti un gestore di pompe funebri, Louis e Igor, uno spirito vivo in un corpo handicappato. Un viaggio verso il Sud della Francia, un roadmovie nel corso del quale Igor e Louis imparano a darsi sostegno reciproco per conquistare l’arte di vivere, che da soli, non avevamo. Un messaggio positivo e aperto alla diversità: amare la vita per quello che è, partendo da se stessi.

La 57esima edizione del Festival si chiude con un bilancio senz’altro positivo. Si è svolta in presenza dopo un anno di pausa, ha visto la partecipazione di tanti cineasti e, a nostro parere, di alcuni film che ritroveremo con piacere nelle sale cinematografiche. ‘Loving Highsmith’ di Eva Vitija, film d’apertura della manifestazione, è senz’altro uno di questi. Il film colpisce per la grande ricerca e il montaggio. La vita della Highsmith vi è ricostruita dalla lettura - fatta da Vitija prima della loro pubblicazione – dei diari e degli appunti della scrittrice. Il ritratto che ne emerge è infatti un ritratto molto intimo e con una connotazione particolare: non la Highsmith scrittrice, ma la Highsmith giovane donna innamorata delle varie donne della sua vita. La regista ne ha rintracciate tre, una scrittrice americana, un’amica francese e un’attrice berlinese e con loro narra dei vagabondaggi e delle case in diverse nazioni, Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Ticino. Una Patricia Highsmith divisa tra una vita intensa, alla ricerca dell’amore, e l’anelito alla solitudine, unica condizione per scrivere, per dare vita alla creatività: “La creatività nasce nell’inconscio e per farlo lavorare c’è bisogno di silenzio, di un lavoro manuale che impegni il corpo e lasci libera la mente di pensare”, così la Highsmith mentre la vediamo dedicarsi ai lavori di giardinaggio. Da segnalare la nota più bella di questo film: la voce narrante di Gwendoline Christie, la Brienne of Tarth di ‘Game of Thrones’, un dettaglio scelto e curato con grande attenzione dalla regista, che dà al film grande spessore.

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