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‘… un viaggio che non sarebbe iniziato senza Tiziana, moglie e compagna di vita (...) Questo film è dedicato a lei, che ora ci illumina e ci guida da lassù’
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24.01.22 - 05:30
Aggiornamento: 25.01.22 - 09:21
di Antonella Montesi

L’Africa delle donne arriva a Soletta

Tutti in piedi per ‘L’Afrique de femmes’, nove ritratti di donne di altrettanti Paesi africani. Incontro con il regista, Mohammed Soudani

Standing ovation. Incominciamo da qui, dalla fine. A fine proiezione di ‘L’Afrique des femmes’ (2021) di Mohammed Soudani la sala strapiena del Landhaus di Soletta esplode in un applauso incontenibile. Come incontenibile è l’emozione che serpeggia tra il pubblico, occhi umidi, lacrime che si infilano dentro le mascherine, ma soprattutto gioia e gratitudine per questi novanta minuti di bellezza e passione che Soudani ha saputo regalarci.

È la prima mondiale dell’ultimo documentario di questo cineasta che da anni sa stupire con la narrazione di due continenti, quello africano, da cui proviene, e quello europeo, in cui è di casa da anni. Il film è prodotto dalla casa di produzione Amka Film di proprietà del regista e della moglie Tiziana. E Tiziana è forse la presenza che più forte aleggia in questo film. Scomparsa nel 2020, con il marito ha condiviso un grande progetto di vita dal quale sono nate due figlie, una casa di produzione, viaggi e sicuramente tanta gioia di vivere, come si sente dalle parole con le quali il marito la ricorda. Il film si apre proprio con una dedica alla moglie: “… un viaggio che non sarebbe iniziato senza Tiziana, moglie e compagna di vita, che lo ha fortemente voluto e incoraggiato. Questo film è dedicato a lei, che ora ci illumina e ci guida da lassù”.

Incontro Soudani a fine film. Disponibile e sereno nonostante la fatica del festival, nel quale è presente anche come produttore con ‘Sognando un’isola’, di Andrea Pellerani, mi parla del suo ultimo film e di sé stesso. Il film è costruito a episodi, con nove ritratti di donne in quasi altrettanti Paesi africani. Si comincia dalla Costa d’Avorio con il grande mercato di verdura all’aperto gestito da sole donne. Un progetto nato da una donna per altre donne, dove l’aiuto reciproco è la base del successo e dell’economia di gruppo. Il ricavato, spiega l’iniziatrice del progetto, va diviso in due: una parte viene spesa per i figli, per vivere, l’altra va messa in un fondo che serve ad aiutare le altre e a investire per il lavoro.

Stesso discorso in Senegal con la lavorazione del pesce. Un’attività corale e tutta al femminile, gruppi di donne che puliscono, affumicano e mettono sotto sale il pesce. “Oggi ci fanno concorrenza i russi, i cinesi, i coreani, che aprono ditte qui e con dieci, venti persone svolgono il lavoro, mentre da noi il pesce, da sempre, dà lavoro a tutti”, spiega l’iniziatrice del progetto che, non senza orgoglio, racconta di averlo appreso dalla madre e dalla nonna.

E il messaggio di Soudani nasce direttamente da queste realtà descritte, come mi spiega nell’intervista: “L’Africa ha bisogno di essere gestita. La gestione dell’Africa fatta dall’uomo non ha dato risultati plausibili. Perché non affidare la gestione alle donne?”. È questo un concetto ribadito più volte e con veemenza dalle donne ritratte in questo documentario. Donne forti, consapevoli, esempi di dignità e consapevolezza che, attive in diversi campi, giungono tutte alla stessa constatazione: l’Africa è portata avanti dalle donne, sono loro che si occupano della famiglia, dei figli, dell’economia, perché non dare il potere a loro?

Dopo il mercato della Costa d’Avorio e le coste del Senegal si passa al Ruanda e al Burundi, alla dolorosa storia della guerra civile tra Hutu e Tutsi durata dodici anni e che, come spiega Marguerite, la protagonista di questo episodio, è frutto del colonialismo, della politica belga, che, per gestire il paese, aveva creato divisione tra due etnie che da sempre vivevano insieme, si sposavano tra loro, la cara e vecchia formula del divide et impera degli antichi Romani.

Colonialismo e schiavitù

Eh sì, perché l’altro grande tema di questo film è il colonialismo, infatti la dedica di Soudani, a inizio film, si apre proprio con queste parole. “Sono passati 75 anni da quando i Paesi africani hanno ottenuto l’indipendenza. Da allora, cosa è stato fatto per rendere l’Africa economicamente indipendente? Il risultato è sotto gli occhi di tutti”. Colonialismo e schiavitù, un retaggio da cui l’Africa fatica a liberarsi e, paladine di questa emancipazione possono essere solo le donne, come dimostra il film.

Il viaggio continua nel Kenya, con il progetto ‘Green belt Movement’, di Wangari Maathai – altra donna iconica del continente nero –, progetto iniziato con il piantare una foresta al centro di Nairobi, dove era previsto un grande edificio e che le varrà il premio Nobel per la Pace nel 2004. Si passa poi al Mozambico, dove due giovani e moderne donne lavorano in una riserva naturale. Una si occupa di felini e l’altra di insetti, in particolare formiche, ma lo scopo è lo stesso: la preservazione dell’ecosistema, la vera ricchezza di questo continente dalla flora e fauna unici.

Il viaggio si chiude da noi, in Svizzera. Una bella signora di quasi 60 anni, originaria del Togo, proprietaria di un centro estetico a Ginevra, si batte e lotta contro lo sbiancamento della pelle, fenomeno che interessa milioni di abitanti del continente nero, ma anche asiatico. Madame Tetteh è ospite al festival e il suo intervento è un momento di grande emotività ed empatia. Bella e fiera, si commuove raccontando come lo sbiancamento della pelle sia anche una conseguenza del colonialismo, in quanto i mulatti nati dalle schiave violentate dagli europei venivano trattati meglio dei neri, per cui l’equazione bianco uguale migliori condizioni di vita si è fatta presto strada. Che lo sbiancamento abbia conseguenze disastrose per la propria identità, per i figli che verranno, lo racconta piangendo e, come per magia, è come se in sala tutti avvertissimo e vivessimo sulla nostra pelle questa tragedia. Nel film non mancano i momenti esilaranti, come il workshop anti-sbiancamento in una scuola africana, con un ragazzo a cui le altre studentesse, guidate da una divertentissima e decisissima Madame Tetteh, fanno una maschera facciale di buccia di banana, miele e limone.

Il messaggio del film è chiaro e univoco, lo esprimono le varie protagoniste e soprattutto lo ribadisce Soudani: guardare l’altro nella sua diversità e fare della diversità la nostra forza.

In conclusione, voglio ricordare l’altra vera ricchezza di questo film, che è rappresentata dal Soudani cameraman e direttore della fotografia.

Il film si avvale, infatti, di una narrazione visiva straordinaria: “… la mia specialità”, come dice senza preamboli Soudani. Le riprese aeree del mercato, il cavallo bianco in mezzo al traffico, l’albero che diventa narrazione: “L’immagine deve esprimere senza che nessuno parli e portare lo spettatore a scoprire qualcosa dell’Africa che non conosceva prima”. Mi racconta quindi del suo passato professionale fatto di riprese della black music al Festival di Montreux, all’essere stato l’unico “africano” ad aver filmato alla Scala di Milano un’opera lirica – ‘Il viaggio a Reims’ di Rossini – e aver lavorato all’Arena di Verona. “Tutte esperienze dalle quali ho imparato tanto, come ho imparato dal mio passato di calciatore professionista nella Nazionale algerina Juniores. La mia forza è che imparo tutti i giorni”.

La conversazione finisce come è iniziata, con un omaggio alla grandezza di Tiziana. E lo fa come gli è più congeniale, con un aneddoto: “È con lei che ho scoperto l’Africa. Tanti viaggi, una volta eravamo in barca su un fiume, mi giro e vedo un ippopotamo che ci segue. Chiedo al nostro marinaio se non fosse pericoloso, risponde che è normale, comunque, casomai, accelero”.

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