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A sinistra, il libro edito da 66thand2nd; al centro, Atturo. E a destra...
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12.11.21 - 05:30
Aggiornamento : 14:08

Roger Federer è esistito davvero

Garantisce Emanuele Atturo, autore dell’omonimo libro sul campione svizzero. Caporedattore della rivista L’Ultimo Uomo, è atteso a Bellinzona e Lugano

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“Neanche da bambino avrei potuto sognare tutto questo. È doloroso annunciarlo, una parte di me sperava che questo momento non sarebbe mai arrivato, ma questo è stato il mio ultimo torneo di Wimbledon”. A parlare è Roger Federer, ma solo nel libro di Emanuele Atturo. In ‘Roger Federer è esistito davvero’ (66thand2nd), il caporedattore della rivista sportiva L’Ultimo Uomo (www.ultimouomo.com) e voce dei podcast di ‘Fenomeno’ traccia la storia del tennista nelle 325 pagine di un libro riuscendo a parlare del protagonista con meno trasporto di David Foster Wallace in ‘Il tennis come esperienza religiosa’ (Einaudi, capitolo Federer), ma solo perché ha scelto di non far trapelare una smisurata devozione.

Atturo sarà ospite de laRegione i prossimi 25 novembre (Bellinzona, nella soffitta di via Ghiringhelli 9) e 26 novembre (Lugano, Hall del Lac), in entrambi i casi alle 18 e con il direttore de L’Ultimo Uomo, Daniele Manusia, che presenterà ‘Zlatan Ibrahimovic, una cosa irripetibile’. Romano, 33 anni, Atturo scopre il tennis grazie al padre (vedi più in là) e il suo primo ricordo è la finale di Coppa Davis tra Italia e Svezia in tv, «quella con Gaudenzi con la spalla rotta, in doppio con Nargiso». Nel libro, entra nel vivo della storia con due eventi scatenanti, un rapido susseguirsi aperto da cosa avrebbe detto lo svizzero se il 14 luglio del 2019, contro Djokovic, le cose fossero andate diversamente. “Ho pensato così tanto a questa possibilità – scrive l’autore – che mi sembra concreta quanto quello che in realtà è successo”. E dalla sconfitta di tutte le sconfitte ci porta sullo stesso campo ma 18 anni prima, quando “il principe capriccioso” – il Federer in gioventù spaccaracchette – detronizzò Re Sampras. «Volevo scrivere un libro sulla rivalità tra Federer e Nadal – spiega Atturo – ma con l’attualità che vedeva lo svizzero vicino al ritiro l’editore mi ha spinto a privilegiare Federer. Ho tagliato Nadal, ma solo in parte. Questo è anche un libro su di lui».

Un libro su Federer, Nadal e gli altri che compaiono, tutti con la giusta infarinatura d’informazioni, benché non protagonisti…

Ogni giocatore è un mondo, uno stile, una storia. Il tennis, tra tutti gli sport da seguire, è uno di quelli in cui serve avere la quantità d’informazioni più grande. Più sai, a livello tecnico e narrativo, più appassionante è; meno sai e meno le cose che hai davanti ti parlano. Quel mondo intero che ogni giocatore porta è un divertimento da raccontare.

Un mondo che comprende anche i tempi morti del tennis, “il regno dei pensieri, delle ansie e delle preoccupazioni”...

Sì, esiste la partita visibile, quella dei gesti tecnici, degli scambi e dei punti e quella invisibile, quella psicologica, del rapporto tra atleti, la più interessante e visibile nei tempi morti del tennis, ai quali si sta tentando di porre rimedio perché non televisivi. Ce ne stiamo accorgendo con le NextGen in corso a Milano. Eppure, i tempi morti sono parte dell’estetica del tennis, perché vedere una partita significa anche mettersi davanti al televisore, rilassarsi e non sapere quando finirà. Compresi i tic nervosi dei tennisti, che fanno parte dello spettacolo. Gli sport americani hanno ancora tanti tempi morti: football, baseball, basket ne sono ricchi, e infatti l’esperienza della visione sportiva è molto diversa da noi europei calciocentrici. Il tennis s’avvicina di più a quell’idea che lo sport non sia solo il momento di gioco, ma anche quanto vi sta intorno. Non a caso, è uno degli sport di cui esiste più letteratura e cui i libri sono tra i più belli tra quelli sportivi, con una propria ‘mitologia’.

“Scrivi: La gioia che toglievano a Federer, la toglievano a mio padre (...). Cosa riusciva a mettere in connessione un romano di settant’anni avaro di buoni sentimenti con un ventenne svizzero che conosceva solo tramite la televisione? È una domanda stupida che riguarda tutti noi”. Domanda che ti faccio.

Federer contiene nel suo gioco e in quanto ispira al prossimo una specie di senso morale. Incarna in maniera così perfetta gli ideali del tennis che una sua sconfitta è percepita come un’ingiustizia. Gioca così bene che dà sempre la sensazione di giocare meglio dell’avversario, trovando invece modi spettacolari e crudeli per perdere le partite. La questione del tifo è stata una parte preponderante nello scrivere una biografia interpretativa, oltre che la domanda più interessante da porsi: tifare uno sport di squadra ha spiegazioni abbastanza intuitive, c’entrano campanilismo, senso d’appartenenza; tifare un tennista, invece, e un tennista così lontano da noi, è meno intuitivo, oltre che questione interessante in cui scavare.

Per lontano da noi intendi: “Mentre il mondo infuria nel caos, nelle crisi economiche e ideologiche, nelle lotte identitarie e di classe, Federer è l’immagine della borghesia che si rifugia nei propri valori eterni”. Federer lontano dal popolo tanto quanto idolatrato dallo stesso, cose che non si concedono più nemmeno alle rockstar…

Esattamente. E infatti trovo interessanti le contraddizioni della sua figura. In un’epoca in cui il sentimento contro l’establishment è così forte, è strano che sia idolatrato un tennista che esprime in maniera diretta i valori della borghesia, bianca ed europea. Esiste comunque qualcosa di rassicurante in lui.

“Lo ha battuto nel suo territorio. Gli ha tolto, forse, la sensazione di poter essere perfetto”, scrivi parlando della finale di Wimbledon 2007 persa contro Nadal, “la più grande partita di sempre” secondo McEnroe e Borg. Nessuno però aveva messo in conto che ci sarebbe stato qualcosa di peggio…

Posso dire che la finale del 2019 è stata un dramma collettivo per tutti. A Roma, poco prima della presentazione del libro, un ragazzo mi ha preso in disparte e, seriamente, mi ha detto: “Vi prego, non parlate della finale contro Djokovic…”. D’altra parte, quella partita ha manomesso il finale perfetto, la chiusura del cerchio di un’intera carriera e una delle sue vittorie più inspiegabili, più di quelle del 2017, miracolose anch’esse. Federer è sempre stato, a parole, contrario al finale delle favole, pur sembrando di cercare nei fatti esattamente quello. E il non esserci riuscito in quella partita parrebbe aver prodotto in lui il bisogno di un risarcimento di quel dolore. Da allora, la sua carriera, con tutti i problemi fisici che si sono presentati, si è di molto complicata e quasi non esiste un modo ‘buono’ per concludere questa storia. Ma chi siamo noi per decidere quando deve smettere Federer.

È vero, chi siamo noi per decidere come deve ritirarsi. Ma nei tuoi sogni, come preferiresti che lo facesse?

Lego molto Federer all’immagine della sconfitta. Non perché voglia dipingere un perdente, ma per quel rimanere grande e amatissimo da tutti nonostante la sconfitta e anche grazie a essa. Nell’epoca dell’ideologia del successo, dell’accumulazione dei trofei, della performatività, si tratta di qualcosa di profondamente controculturale. La sconfitta contro Djokovic ha qualcosa di romantico e se il ritiro di Federer fosse coinciso con quella partita, sarebbe stato iper romantico, almeno quanto il ritiro di Borg dopo gli U.S. Open dell’81. In questo momento, l’idea che Federer possa tornare in finale a Wimbledon è qualcosa di non razionale, sebbene una parte di me, decisamente scema, lo crede davvero.

So che non si parla male degli altri, ma ci sono libri sul perché Federer sia tanto amato e non sul perché Djokovic lo sia di meno...

Sarebbe un libro difficile da scrivere. In effetti, è il tema del tennis più recente. Djokovic è figura più letteraria di Federer, e se la letteratura è basata sul conflitto, motore delle storie, non esiste veramente nessun tennista più conflittuale del serbo. Dire perché sia così poco amato è complesso: motivi tecnici, il come si è rapportato col pubblico; c’è del razzismo che viene dal suo essere serbo, c’è una sua incapacità di comunicare in modo preciso, basata anche sul contesto in cui è nato e cresciuto, con le bombe della Nato che gli volavano sopra casa. Difficile entrare in empatia col nostro mondo. Ma Roger è uno dei motivi. I trofei che toglievano a Federer non li toglievano solo a mio padre, ma a ogni fan di Federer. E se per i fan Nadal ha ingrandito la narrazione dello svizzero, dal punto di vista sportivo Djokovic è stato un ‘usurpatore’.

Per chiudere. Scrivi che “hanno alimentato la propria grandezza in maniera reciproca”: con Federer, Nadal e Djokovic abbiamo assistito a qualcosa d’irripetibile?

Sì da una parte, nei modi in cui ciò è arrivato. Dall’altra, è la natura del tennis basarsi sulle rivalità, su grandi personalità che si scontrano in termini psicologici, tecnici, di stile, d’ideali incarnati. È come il tennis crea sé stesso. Siamo sopravvissuti alla rivalità tra McEnroe e Borg, che pareva irripetibile nella sua perfezione, sopravviveremo alla scomparsa dei Big 3. Ma è vero che abbiamo vissuto un’epoca unica.

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