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09.09.22 - 15:43
Aggiornamento: 17:24

‘Durante la pandemia non tutti eravamo sulla stessa barca’

Il Covid ha colpito anche i giovani ticinesi, rendendoli più ansiosi, stressati, soli e poco fiduciosi nel domani. Ma non mancano gli esempi di resilienza

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La problematica era sul tavolo – e sulle bocche – di molti già da parecchio tempo. Voci, lamenti, talvolta anche richieste d’auto, per un malessere sottopelle che ha colpito una grossa fetta della nostra società, in particolare giovani e giovanissimi. Perché, se è pur vero che il Covid li ha risparmiati dal dolore fisico non li ha graziati dal malessere emotivo e psicologico.

Un sentore che ora però è un dato di fatto, grazie alla ricerca presentata oggi da Lorenzo Pezzoli, responsabile del Centro competenze di psicologia applicata Supsi insieme ai rappresentanti delle autorità: Raffaele De Rosa, consigliere di Stato nonché direttore del Dipartimento della sanità e della socialità ed Emanuele Berger, direttore della Divisione della scuola del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport.

Uno studio – realizzato attraverso sondaggi, analisi a campione e colloqui in ambito pedagogico – che mette nero su bianco come la pandemia sia stata vissuta come un periodo di "rottura biografica" e di forte difficoltà per i ragazzi e le ragazze ticinesi in diversi settori della propria esistenza. Il Covid ha infatti modificato gli stili di vita di chi ha un’età compresa fra i 14 e i 24 anni, andando a intaccare quello che era il loro modo di socializzare, di passare il tempo libero, di rapportarsi con la famiglia, la scuola ma anche il proprio futuro.

Un quadro critico, ma non ‘preoccupante’

Per i giovani la pandemia è stata vissuta come un periodo di "rottura". Rottura della propria quotidianità, ma anche con il mondo degli ‘adulti’ che, nella fase più acuta della pandemia, ha chiesto loro un impegno civile e sociale non indifferente. Sentimenti di isolamento e inadeguatezza, uso eccessivo compensatorio dei social, difficoltà di autodeterminarsi, compressione dei propri spazi di vita, disorientamento nel passaggio alla didattica a distanza, mancanza di punti di riferimento e di occasioni di socializzazione sono stati alcuni dei fenomeni registrati.

Ma c’è di più: «La diapositiva mostra come il disagio sia però eterogeneo. Abbiamo, ad esempio, una maggiore incidenza sulle ragazze e su chi, durante questi due anni, si trovava in formazione oppure in un apprendistato. Una conseguenza che ha senso ed è comprensibile per chi affronta una fase nevralgica della vita», afferma durante la conferenza Lorenzo Pezzoli, che continua con una metafora: «È importante sottolineare poi che questi dati ci mostrano come non sia affatto vero dire che eravamo tutti sulla stessa barca. La tempesta era sì uguale per tutti, ma non tutti hanno avuto la possibilità di affrontarla con le stesse imbarcazioni, le stesse risorse umane ed economiche. È evidente come la pandemia abbia peggiorato le vite dei giovani delle fasce più marginali e vulnerabili della società».

Reinventarsi un futuro

In tempo di crisi, adolescenti e giovani adulti sono riusciti comunque a non lasciarsi ingurgitare dalle avversità, come conferma Pezzoli: «Sono stati in grado di essere resilienti e questa capacità la si è vista durante i colloqui con loro. Non vedevano tutto bianco o tutto nero, ma riuscivano a captare, anche nei momenti peggiori, qualcosa di positivo. C’è chi ci ha detto che ha scoperto il territorio, chi invece ha riscoperto la propria famiglia, il valore della solidarietà e della responsabilità. Saper vedere la luce anche nei momenti bui è una grande capacità».

I giovani hanno reagito quindi, e così lo ha fatto anche il Cantone, attivandosi ben presto con interventi di prevenzione e di sostegno, sia a livello psicosociale che scolastico. La ricerca rinforza la validità delle piste d’azione avviate, così come rende attenti sull’importanza sia di attività di promozione della salute più generali, sia di focalizzare l’azione su iniziative mirate a target specifici, quali il sostegno ai giovani più vulnerabili e alle loro famiglie e l’intervento precoce, passando per il rinforzo della dimensione dell’ascolto a scuola. Come afferma Emanuele Berger, «i nostri docenti devono e dovranno essere in grado di percepire le fragilità, espresse oppure no, da parte degli allievi, per questo stiamo valutando la possibilità di una nuova offerta per aumentare ulteriormente la capacità d’ascolto così come di un potenziamento del personale di sostegno pedagogico».

«La malattia è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Anche i nostri giovani sono dotati di questi passaporti e li hanno utilizzati più volte durante questi due anni di pandemia», dice Pezzoli, ancora utilizzando una metafora, presa in prestito dalla giornalista statunitense Susan Sontag per introdurre le cifre del malessere: «Nonostante gli aiuti messi in campo, gli sportelli psicosociali segnavano un aumento delle richieste di aiuto del 15-20%, nonché dei ricoveri di minorenni presso la Cpc, passati da 34 casi nel 2019 a 68 nel 2021. Anche i giovani hanno pagato un prezzo. Non dobbiamo dimenticarlo».

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