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24.02.22 - 08:30
Aggiornamento: 14:49

L’Obv, un ospedale di periferia ai tempi del Covid

Il direttore sanitario Brenno Balestra ripercorre i due anni di pandemia in corsia a Mendrisio. ‘Non avevo mai vissuto un momento così difficile’

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Il periodo più drammatico è stato quello della seconda ondata

Sono in pochi a conoscere l’Ospedale regionale di Mendrisio, l’Obv, in ogni sua corsia, ogni fatica quotidiana. Il dottor Brenno Balestra, primario di medicina interna e direttore sanitario della struttura, è fra questi. Dentro l’Obv, del resto, ha trascorso metà della sua vita in camice bianco - tanto da sentirsi ‘momò d’adozione’ - e mai come in questi ultimi due anni, al tempo del Sars-Cov-2, ha toccato con mano la delicata missione di una realtà sanitaria di prossimità. Convivere con il coronavirus, che ha saputo insinuarsi anche al Beata Vergine, è stato tutt’altro che semplice. Anche perché questa esperienza, d’un canto professionale ma pure di vita vissuta, ha lasciato un segno profondo nei malati e nel personale e (forse) anche nel modo stesso di intendere un ospedale legato al territorio. E l’Obv lo è in modo particolare.

Nella lotta sanitaria ingaggiata contro il Covid l’Ospedale regionale si è trovato, in effetti, a dover cambiare ‘pelle’ tre volte, nel solco della strategia messa in campo dall’Ente ospedaliero cantonale (Eoc). Grandi le difficoltà e imponenti gli sforzi con i quali ci si è dovuti confrontare. Mai come in questi tempi medici e infermieri sono entrati, infatti, in contatto con il dolore di malati e famigliari. «In tanti anni di professione - ammette a laRegione il dottor Balestra - non avevo mai vissuto un periodo così difficile». Lui che, ci racconta, aveva ascoltato del nonno (classe 1905) gli aneddoti sulla Spagnola, è stato catapultato nel mezzo di una pandemia. «È stata ed è una esperienza professionale e umana molto intensa».

Fase uno: ospedale di ‘retrovia’

In questo ultimo biennio anche un ospedale ‘periferico’ come l‘Obv si è ritrovato, per finire, in mezzo alla tempesta dell’emergenza sanitaria. «Il momento più duro? Di sicuro quando abbiamo dovuto comunicare ad alcune famiglie che il loro caro non ce l’aveva fatta», ci confessa il primario. La seconda fase della pandemia è stata quella più ardua da superare, anche a Mendrisio. E pensare che quando tutto è cominciato, nel marzo del 2020, quando abbiamo scoperto che in Cina vi è una città che si chiama Wuhan, ritrovandoci poi in un attimo faccia a faccia con il virus, il Beata Vergine era nelle ‘retrovie’. «Una strategia, quella di designare degli ospedali Covid, chiamando le altre strutture a essere di supporto e di rinforzo, che si è rivelata vincente», tiene a rimarcare il dottor Balestra. Tant’è che a Mendrisio si è stati pronti al sacrificio: la chiusura di reparti - cure intense, ostetricia, pediatria (non passate inosservate agli occhi della politica locale) - e la rinuncia agli interventi chirurgici elettivi; senza trascurare il trasferimento («importante») verso i centri Covid (Locarno in primis) di attrezzature (come i ventilatori) e personale curante.

«Il motto (giustificato) della prima fase è stato ’regime ridotto, attività rallentata, risparmio di energie. Obiettivo: potenziare Locarno - ripercorre il direttore sanitario -. Noi all’Obv siamo rimasti a far fronte alla necessità dei pazienti non Covid, che pure c’erano. In regime di urgenze e con pochi mezzi. Una delle grandi difficoltà, infatti, è stata quella di garantire alla popolazione comunque sicurezza, seppur in temimi di personale ridotto e senza cure intense (avevamo solo letti monitorizzati). A volte l’impressione era di essere in un ospedale da campo, e con mezzi poveri, a fronteggiare i problemi».

‘Abbiamo dovuto riorganizzarci’

L’Obv si è visto confrontato, insomma, con uno sforzo organizzativo imponente e la penuria di personale. «A quel punto si trattava di riorganizzare completamente l’ospedale - ci fa notare Balestra -. Separando di fatto il flusso dei pazienti potenzialmente infettivi da quelli non Covid al Pronto soccorso e nei percorsi interni ospedalieri; creando una ‘check line’ fuori dal Ps, dove poter effettuare i tamponi; predisponendo nel reparto di Medicina una astanteria dove ricoverare, in via provvisoria (da uno a tre giorni), le persone in attesa di veder confermata la positività ed essere poi trasferiti in un ospedale Covid».

La fatica, però, non pesava a nessuno. «Eravamo tutti attraversati da un moto di entusiasmo; il sentimento tra i sanitari era quello di far parte di un momento storico sconvolgente ma unico. Soprattutto nei partenti verso Locarno, nello spirito un po’ crocerossino di noi curanti da un lato, e un po’ garibaldino sulla spinta di ‘andiamo c’è una nuova sfida da affrontare’ dall’altro. Anzi, in chi rimaneva (me compreso) - riconosce il medico - vi era persino un certo senso di frustrazione (chiaro, io non potevo lasciare la nave in quel frangente)».

‘I pazienti non Covid si sono trascurati: noi c’eravamo’

Poi è arrivata la seconda ondata del virus, con la variante Alfa, che ci ha accompagnato dal novembre 2020 fino ad aprile 2021. «E qui si è pensato - ci spiega Brenno Balestra -, a livello strategico cantonale, di replicare la stessa strategia vincente della primavera precedente. Cercando, al contempo, di mantenere più attività in corsia. Ci si è detti, gli ospedali ‘Covid free’ - Mendrisio, Bellinzona e il Civico a Lugano, ndr - possono assorbire i pazienti che le strutture Covid non possono assistere. Anche perché ci siamo accorti che i pazienti non Covid si trascuravano. Quante persone hanno subito un infarto o un ictus a casa, quante diagnosi di tumore sono giunte in ritardo: sempre per la paura di andare in ospedale. Dovevamo assicurare a tutti le cure necessarie».

‘La seconda ondata, una esperienza traumatica’

Che esperienza è stata? «Questa seconda fase è stata molto traumatica se non a tratti disastrosa, sotto vari aspetti - ci dice con tono dolente il primario -. Di fatto i pazienti erano impauriti, il personale stanco e meno motivato. Per me, per tutti noi, è stata un’esperienza professionale e umana particolarmente pesante e dolorosa. Abbiamo dovuto fare i conti con la realtà: mentre nella prima ondata eravamo riusciti a mantenere ‘pulito’ l’Obv, nella seconda siamo stati colpiti in modo anche particolarmente duro, perché il Covid è entrato in ospedale».

A quel punto l’ospedale si è trovato con pazienti asintomatici che si rivelavano poi contagiati dal Covid, falsi negativi, il personale che si ammalava e la chiusura parziale di reparti per qualche giorno. «Tutto ciò malgrado tutte le precauzioni prese e rispettate. La cosa più dolorosa, però, era un’altra. Per noi curanti proteggere i nostri pazienti è la missione più importante. Non riuscire a farlo e non poterli seguire è stato estremamente traumatico: la prima vittima è il paziente, la seconda il curante. Tanto più che il reparto più colpito è stato Geriatria, quindi i pazienti molto fragili».

‘Quelle telefonate ai famigliari dei malati’

A conti fatti si parla di alcune decine di degenti e altrettanti dipendenti ammalati di Covid. «E quello che è peggio - sottolinea Balestra - è che di alcuni abbiamo saputo da altri o letto sul giornale che non ce l’avevano fatta. E in un momento in cui non potevamo comunicare con i familiari di persona. Così nel dicembre 2020 abbiamo deciso di scrivere ai pazienti trasferiti per Covid e alle loro famiglie, per esprimere la nostra vicinanza in una situazione anche imbarazzante, garantendo le indagini ambientali e spiegando gli sforzi fatti e la nostra disponibilità anche a incontrarli. Certo è molto pesante dover contattare le famiglie in cui vi è stato un lutto: quelle telefonate sono state veramente difficili e molto dolorose. Alla fine mi sono stupito di trovare grande comprensione e addirittura gratitudine. Sono stati dei momenti di grandissima umanità, che non avrei dato per scontato. Nella maggior parte delle situazioni vi è stata comprensione per quello che era un dramma».

La terza ondata e la svolta

La svolta per l’Obv ha coinciso con la terza ondata della pandemia. Dall’agosto 2021 l’Eoc cambia strategia: ogni ospedale si fa carico dei pazienti Covid della propria regione e affronta la sfida delle varianti Delta e Omicron. «E anche questa scelta si è rivelata vincente». L’ospedale riserva ai malati un reparto intero, quello di Medicina1; con l’aumento dei casi, da inizio novembre, si arriva a occupare un piano intero. «Il nostro dispositivo Obv ha previsto 24 posti in reparto e 2 in medicina intensiva, registrando dai 10 ai 20 ricoverati e sempre 1 o 2 pazienti in cure intense. Per i pazienti internistici che non si riuscivano a curare in Medicina ci si è appoggiati logisticamente a parte della Chirurgia: un grosso sforzo e una grande flessibilità interna. Non solo, nello spazio della ex astanteria abbiamo assicurato altresì la terapia ambulatoriale con anticorpi monoclonali per prevenire i decorsi più gravi», fa sapere Balestra.

«Pur con le difficoltà che si possono immaginare, le soluzioni da inventare, gli interventi chirurgici da pianificare di settimana in settimana, siamo riusciti bene a far fronte alla situazione, con grande duttilità e la buona volontà di tutti - tiene a far sapere Balestra -. Siamo stati parte della partita; ed è stata la soluzione migliore. Posso dire di aver avuto il privilegio in questi due anni di vivere un evento storico, sul piano professionale e umano. È stata una grossa esperienza anche vedere tre fasi organizzative diverse nelle corsie di un ospedale».

Gli insegnamenti della pandemia

Quali insegnamenti lascia questa pandemia? «Una grossa flessibilità e duttilità dell’Eoc, lo ribadisco. L’Ente ha saputo riorganizzarsi rapidamente in tre modi diversi; non è da tutti - riconosce il direttore sanitario dell’Obv -. L’efficienza del nostro sistema sanitario, in Svizzera e in Ticino, si è vista: la capillarità di avere più ospedali e personale ben formato (nostro e frontaliero) ha fatto la differenza. Personale che ha fatto turni di 12 ore, che si è aumentato le percentuali lavorative: il senso della vocazione professionale è emerso molto. Adesso spero che se ne ricordino anche gli amministratori e i politici quando si entrerà in altri temi. Il rischio che, passata la disgrazia, si dimentichi ciò che si è vissuto, esiste. Quello che preoccupa è che abbiamo poca memoria storica: invece di far tesoro delle esperienze, si tende a ripetere gli stessi errori».

Brenno Balestra, dal canto suo, non dimentica la grande resilienza dimostrata dalla popolazione. «Nel momento di maggiore difficoltà - annota - è uscito il meglio di noi. Si è vista una grande solidarietà e riconoscenza per un sistema sanitario efficiente. Non si può, quindi, non dire un grande grazie al personale di cura. Gratitudine va pure ai pazienti e ai loro familiari nei momenti della seconda fase. C‘è un detto africano che suona così: ’Hai un dente solo? Sorridi almeno con quello’. Loro vivono questa pandemia in modo diverso: sono abituati alla tragedia, alle avversità della sorte». Viene da pensare che toccherà anche a noi farci l’abitudine.

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